Giorgio Baffo.

Giorgio Baffo fu poeta francamente osceno, ma senza alcun dubbio grande poeta. Giacomo Casanova nelle sue “Memorie” così definisce Baffo: “M. Baffo, sublime genio, poeta nel più lubrico di tutti i generi, ma grande e unico”.
Difficile non concordare con i detrattori del Baffo, sulla ripetitività scatologica dei contenuti della sua produzione e sulla eccessiva insistenza su poche parole chiave oscene. Ma detto questo chiediamoci: non è forse molto meritoria la coraggiosa battaglia contro la sessuofobia e il fosco moralismo?
Apollinaire che gli riconosceva tale grande merito considerava Giorgio Baffo uno tra i più grandi poeti italiani, e ne curò la traduzione in francese.
Altro grande merito è la fluidità del suo verso e l’assoluta attualità che tutt’ora ha, nonostante l’ostacolo del dialetto veneziano.
Baffo nacque a Venezia da nobile famiglia nel 1694 ed ivi morì nel 1768. Visse una vita tranquilla priva di grandi avventure. Si ha l’impressione che il massimo dell’erotismo lo abbia sperimentato con le donne ma sulla pagina della sua poesia. La sua produzione è copiosa e la sua poetica si può sintetizzare nei seguenti versi: “In somma tutto quel che co una dona / De più lascivo al mondo se pol far. / Xè tutti quanti gusti bei, e boni, / Ma quello de chiavar per mi sostento / Che ‘l sia un gusto fra i gusti buzzaroni, / Perché quando che in mona se xè drento / De tutto il mondo par se stia padroni / E tutto se darìa per quel momento.”
Sembra contenere un’esortazione alle donne (perché siano meno avare), certamente più profondo di quanto non appaia, il seguente sonetto: “Donne, credeù, che solo per pissar / V’abbia fatto la mona la natura?! / La ve l’ha fatta, perché il mondo dura / Facendove dai omeni chiavar. / Ogni qual volta la volè salvar / E che ghe mettè su la seraura, / Che vù fè un gran peccà mi gho paura, / Per el qual v’abbia el culo da brusar. / Tolelo ancuò più tosto, che doman, / Ch’oltre, che gaverè sto bel sollazzo / Farè un’opera bona da Cristian. / Perché sappiè, che come è fatto el giazzo / Per refrescarne, per magnar el pan, / Così la mona è fatta per el cazzo.”
Abbiamo scritto un capitolo di “Vi racconto il sesso” su Sade ed ho riferito l’appellativo di “Profeta dell’erotismo”. In diversa maniera e su una particolare accentuazione della “normalità” del sesso, credo che anche Giorgio Baffo meriti lo stesso appellativo. Basti per giustificarlo la lettura del seguente sonetto:
Sette done vorìa per mio sollazzo,
E tutte nue d’intorno le me stasse;
Una vorìa che el culo me licasse,
L’altra che in bocca me tolesse el cazzo.
Do altre mi vorìa sora un stramazzo
Che co la panza in su le se butasse,
E menarghela in fin che le sborasse,
E che me straco l’un, e l’altro brasso.
Altre do vorìa in terra destirae
Per poder con i piè de quando in quando
Darghe in mona de bone furegae,
E acciò no stasse l’ultima de bando
Ghe vorìa dar de gran bone licae,
Po andarghe el cul col naso buzzarando.

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