Alessandro VI e la Roma del suo tempo.

Furono molti i papi dalla condotta tutt’altro che irreprensibile. Per esempio Rodrigo Borgia, eletto papa nel 1492 con il nome di Alessandro VI, costituì il compendio di molte caratteristiche decisamente negative, ma che non dobbiamo credere che fossero delle eccezioni per la Chiesa del tempo.
Rodrigo, che era il nipote del papa Callisto III, si era trasferito giovanissimo a Roma dalla nativa Valencia. A soli 25 anni fu fatto cardinale dallo zio. Nonostante non avesse alcuna virtù cristiana, intraprese una irresistibile carriera all’interno della curia romana.
Disseminò nel mondo una quantità innumerevole di figli irregolari. Da Vannozza Cattanei ebbe quattro figli ed altri tre nacquero da una concubina sconosciuta. Anche nel periodo del suo papato gli nacquero due figli. La sua amante ufficiale all’epoca era Giulia Farnese, moglie di Orso Orsini, ed era costei una grande manager del clientelismo papale.
Rodrigo Borgia fu certamente affetto da quello che oggi i sessuologi chiamano “ipersessualità incoercibile”. Infatti egli non riusciva mai a stare senza un contatto costante con le donne di qualsivoglia caratura morale. Fin da ragazzo si era costruita una solida fama per le sue doti amatorie (tra le ragazze belle della nobiltà spagnola non se n’era persa una!).
Rodrigo era un ragazzo fisicamente dotato ed affascinante, con una intelligenza vivace e grande intraprendenza. Il suo tutore Gaspare da Verona così lo descrive: “E’ attraente, con il volto più allegro e il portamento più geniale. Ha il dono dell’eloquenza adulatrice e florida. Ha una grande capacità di affascinare le belle donne e le eccita a tal punto con parole e fatti e in modo così straordinario che le attrae come la calamita al ferro”.
Con il tempo il lupo perse il pelo ma non il vizio. Quando era arcivescovo di Valencia, Rodrigo scandalizzò i fedeli perché non pago di aver sedotto una giovane vedova di grande bellezza, fece sue anche le due giovani figlie di costei (quindici e diciassette anni) e le iniziò all’arte della ricerca dei piaceri voluttuosi. Quando la vedova morì, costrinse la figlia maggiore ad entrare in convento e tenne come amante la più giovane. Da lei ebbe tre figli: Pedro Luis, Isabella e Jeronima.
Durante il pontificato di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il cardinale Rodrigo Borgia fu oggetto di severe reprimenda a causa della sua condotta, ma le doti diplomatiche e la ricchezza di cui disponeva il Borgia fecero sì che il papa di Pienza finì per favorirne la carriera.
In occasione del concilio di Mantova del 1459 Rodrigo conobbe la donna che sarebbe stata a lungo sua fedele compagna, Giovanna Cattanei detta Vannozza, da cui avrebbe avuto i suoi figli più noti: Cesare, Giovanni, Gioffré e Lucrezia. Lei all’epoca aveva diciannove anni, lui ventotto. Siccome non se ne perdeva una, Rodrigo aveva avuto dei contatti sia con la madre che con la sorella di Vannozza, ma fu costei alla fine che divenne l’amante ufficiale. Per cercare di sedare lo scandalo universalmente conosciuto e lo scontento del papa, Rodrigo sistemò Vannozza in un palazzo di Venezia e spesso andava a trovarla. Per vent’anni tra i due amanti ci fu una regolare corrispondenza epistolare che in gran parte conserviamo.
L’ambizione del Borgia fu delusa in più di un conclave: dopo la morte di Pio II salirono al soglio pontificio Paolo II, Sisto IV e Innocenzo VIII. Soprattutto con quest’ultimo, che a dispetto del nome fu versato nei peggiori vizi e corruttele, Roma toccò il fondo della depravazione: in città vivevano non meno di cinquantamila prostitute, senza contare ladri, assassini e truffatori.
Alla morte di Innocenzo VIII le doti di corruttela e la ricchezza del cardinale Borgia ebbero la meglio in conclave ed egli fu eletto papa con il nome di Alessandro VI. Siamo nell’agosto del 1492 (un anno cruciale ed irripetibile per la storia del mondo!) e in una Cappella Sistina ancora priva dei capolavori michelangioleschi, Rodrigo Borgia aveva ottenuto il voto del cardinale Orsini in cambio dei castelli di Monticelli e Soriano; il voto del cardinale Sforza dietro versamento di gran quantità di monete d’argento e nomina a vicecancelliere; il voto del cardinale Colonna con la cessione dell’abbazia di San Benito con annessi villaggi e fedeli; il voto del cardinale Sant’Angelo con l’episcopato di Porto con annesso castello, abbazia e cantine del relativo territorio; il voto del cardinali Savelli con la città di Civita Castellana; il voto del cardinale Gherardi di Venezia (della veneranda età di novantacinque anni) in cambio di cinquemila ducati e favori sessuali con ragazzine. Il numero complessivo dei cardinali in conclave superava di poco le venti unità, così Rodrigo riuscì a conquistare senza soverchie difficoltà la maggioranza.
Penso che molte delle accuse più infamanti (in particolare quella dell’incesto con la figlia Lucrezia) siano calunnie messe in giro dai suoi numerosi nemici, ma che egli avesse una inguaribile dipendenza verso i piaceri sessuali è assodato. A papa Alessandro piaceva organizzare giochi, giostre e feste sempre con l’inevitabile sfondo sessuale: gli invitati finivano invariabilmente per denudarsi e dare addosso alle provocanti cortigiane sempre presenti in gran numero.
Durante i primi tempi del suo pontificato riportò un certo ordine nella città di Roma, ormai in balia di un disordine intollerabile, ma la necessità di recuperare le ingenti fortune spese in conclave per comprare il consenso dei cardinali, fece sì che la corruzione dilagasse peggio di prima. Col denaro si comprava tutto: dall’impunità alle cariche pubbliche.
Avendo una forte soggezione nei confronti dei figli, il favoritismo sfacciato e il nepotismo sistematico erano i veri fondamenti della “governance” papale di Alessandro VI.
Già durante il pontificato di Innocenzo VIII Rodrigo aveva fatto venire a Roma Vannozza, oltre ai figli, e non si curava granché di dissimulare il tipo di vita che conduceva. Appena raggiunto il papato si concesse una nuova giovanissima amante: Giulia Farnese, che aveva allora solo quindici anni. Le nozze tra Giulia e Orsino Orsini furono celebrate dal papa stesso, che prese la coppia sotto la sua protezione. Naturalmente la sensuale piccola Giulia trascorreva quasi ogni notte nel letto del pontefice, come del resto prevedevano gli accordi stipulati con il fratello di lei, Alessandro Farnese.
L’ironia del popolo romano colpiva di preferenza il povero Orsino (costretto a fare buon viso a cattivo gioco) e facendo riferimento a un suo difetto fisico, mise in circolazione la seguente frase: “Era orbo da un occhio, ma sapeva chiudere anche l’altro sulle faccende matrimoniali”.
Non tutti gli epiteti circolanti su Giulia Farnese sono ripetibili in questa sede. Sicuramente due dei figli messi al mondo da Giulia erano di Alessandro VI. Tra Giulia e Lucrezia Borgia, poi, vi fu un legame di amicizia e di assiduità di frequentazione; con condivisioni di trame amorose con gli ambasciatori e i visitatori della corte romana.
Il papa era guardingo e geloso dell’intraprendenza delle due donne e per stare più tranquillo decise di maritare Lucrezia con Giovanni Sforza, signore di Pesaro. La celebrazione delle nozze fu sfarzosa. L’umanista e storico Stefano Infessura così ricorda la cerimonia: “Ci furono festeggiamenti e orge degne di madama Lucrezia. Ci furono balli e cerimonie, una vera e propria commedia mondana e molti comportamenti scandalosi. Il papa in particolare si divertì molto a lanciare coriandoli nei corpetti delle signore… Comparvero buffoni e danzatori, uomini e donne, che inscenarono delle rappresentazioni oscene per il divertimento degli invitati”.
Lo spirito di indipendenza di Giulia ed altre vicissitudini che non stiamo a ricordare, tennero la Farnese a lungo lontano da Roma con grande disappunto (e vera rabbia) del papa. Ma non bisogna credere che quest’ultimo passasse le notti in solitudine. Qualche piacente signora di buona volontà, sia essa suora o non suora, si dichiarava volentieri disposta ogni notte a ricoprire la sede vacante.
Quando le truppe francesi di invasione di Carlo VIII erano alle porte di Roma, minacciarono di deporre Alessandro VI e di processarlo per concubinato, incesto, assassinio e tirannia. Dopo essere passate per Roma le truppe francesi giunsero a Napoli, dove non furono castigate dall’esercito bensì dalle donne di Napoli, che essendo in gran parte affette dalla sifilide, trasmisero massicciamente la malattia ai francesi. Fu quello il motivo per cui in quel momento la sifilide fu chiamata “male napoletano”, ma dopo qualche tempo fu chiamata a ragione “mal francese”.
Tutta la famiglia Borgia, ivi compreso il papa, aveva contratto la sifilide. Girolamo Savonarola dal pulpito di Firenze tuonava contro la corruzione della Chiesa e sosteneva che quel male fosse un castigo divino. Quando Alessandro capì che gli strali del predicatore lo riguardavano direttamente, le provò tutte per farlo smettere.
Il 23 maggio 1498 quel frate fanatico bruciava in piazza della Signoria, mentre a Roma il papa, con il pretesto di festeggiare il battesimo del suo ultimo figlio partorito da Giulia Farnese, diede un grandioso banchetto di giubilo.
Quando il pontefice cercava di annullare come non consumato il matrimonio di Lucrezia con Giovanni Sforza, un’apposita commissione certificò che la donna era vergine, destando lo sghignazzo di tutta Roma. Passarono poche settimane dall’annullamento della Sacra Rota e Lucrezia rimase incinta di Perotto Calderoni, uno degli uomini di fiducia del papa. Infuriato Alessandro ordinò al figlio Cesare di lavare l’affronto e il cadavere di Perotto fu ritrovato nel Tevere con trentasei pugnalate equamente disseminate sul corpo.
Se parliamo di Cesare Borgia, il suo più grande delitto non fu l’assassinio dell’amante della sorella, poiché un’infinità di altri crimini gli si addebitano sempre con allo sfondo fosche e disoneste situazioni.
Giovanni Burcando ci dà un’idea della degradazione sociale e morale in cui versava Roma in quegli anni: “Sarebbe impossibile enumerare e calcolare gli omicidi, le violenze carnali e gli incesti che si commettevano ogni giorno alla corte papale. La vita di un uomo sarebbe appena sufficiente per registrare i nomi di tutte le vittime assassinate, avvelenate, fatte a pezzi, pugnalate nei vicoli bui o gettate vive nel Tevere”.

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