Gabriele D'Annunzio e il sesso.

Gabriele D’Annunzio, sia nella pagina scritta che nella vita, può piacere o non piacere, ma neppure il più irriducibile detrattore può evitare di riconoscergli una grande personalità.
Il “Vate” si impegnò molto per fabbricare il proprio mito “superuomistico”. Come per altri aspetti, anche a proposito dei suoi amori leciti ed illeciti si è sviluppato il mito e dunque molte leggende. Come tutte le leggende, alcune hanno un qualche fondamento, altre sono del tutto cervellotiche.
Sicuramente faceva parte della mentalità di D’Annunzio l’esaltazione della ricerca di esperienze nuove, per cui qualcuna delle tante leggende circolate sul “veggente amatore” appaiono plausibili. Nel ritiro claustrale e principesco di Gardone Riviera sicuramente l’”immaginifico” ha eseguito molti rituali amorosi nel tentativo di estinguere inestinguibili angosce di morte.
Si è narrato che il poeta amasse a volte giacere in una bara con una donna vestita di veli neri leggeri e trasparenti, che lasciavano indovinare della donna anche i più piccoli particolari del corpo e dei suoi annessi piliferi. Tali donne avevano il compito di restare assolutamente immobili, anche durante il conclusivo amplesso con penetrazione, così da rendere l’idea di giacere con un cadavere. La necrofilia, anche nei suoi elementi solo evocativi, lenisce l’angoscia di morte e potenzia l’esplosività dell’erotismo.
Azioni e rituali di tipo coprofiliaco ha probabilmente riguardato il bisogno “voyeuristico” di D’Annunzio di spiare la defecazione delle donne. Probabilmente lo ha fatto “dal di sotto” protetto da una lastra di cristallo.
Si narra anche che il nostro amasse sadicamente mostrare ad astanti che spiavano non visti, la decadenza fisica delle vecchie amanti, come forse è stato con la Duse, con sorrisi beffardi ed ammiccamenti con l’unico occhio rimasto.
Sembra anche che il nostro Gabriele non abbia resistito alla curiosità di sapere che cosa si provasse a subire una sodomia, sebbene egli non avesse alcuna propensione omosessuale.
Rinchiuso ormai nella “reggia” del Vittoriale, sguinzagliava a volte i suoi pretoriani in “razzie” per reclutare avvenenti volontarie nella zona tra Salò e Desenzano. Lo scopo era che tali donne allietassero con la loro “nuda”presenza sia il vate sia gli invitati.
Noi italiani odierni abbiamo un’idea di cosa potessero essere quegli incontri dannunziani in quanto un emulo (forse) dell’eroe di Fiume, ex capo del governo, convocava anche lui tante ragazze di buona volontà per “cene eleganti” nella sua sontuosa dimora (non così lontana dal Vittoriale) e compensava con generosi “cachet” le prosperose ragazze in misura della “generosità” di ciascuna.
Parimenti faceva il nostro Gabriele. Si pasceva delle grazie avventizie e lasciava che se ne pascessero gli ospiti (qui una differenza rispetto al paragone proposto!), e poi compensava quelle donne con vere doti, appetite molto dalle interessate.
Poiché allo stato delle cose, oggi, è più facile fare un salto a Gardone che ad Arcore, una tranquilla visita al Vittoriale può fornire a tutti mille suggestioni ed eventuali (come dire?) letture inedite del tempo che viviamo. Tanto più che, a mio avviso, Gabriele D’Annunzio deve essere assolutamente riscoperto e rivalutato.

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