Il dialetto romanesco e il sesso

La grande suggestività della poesia di Gioacchino Belli comporta la sottolineatura delle affinità tra il dialetto (meglio: la lingua) romanesco e le cose del sesso.
Vengono in mente numerose parole entrate nella lingua parlata nazionale che hanno un’indubbia provenienza romanesca. Per esempio la parola “mignotta”, di larghissimo uso nel nostro Paese, è certamente nata a Roma in tempi non recenti.
Se ne propone una convincente etimologia assai curiosa: sarebbe nato prima l’espressione “figlio di mignotta” e successivamente “mignotta” con il significato di “puttana”.
Negli antichi orfanotrofi si tenevano dei registri con i nomi dei trovatelli, prenome e cognome (Proietti, Esposito, Diotallevi ecc.), la data d’acquisizione e la dicitura “figlio di m. ignota” (nel senso: di madre ignota). La facile storpiatura, che divenne naturalmente un insulto, diede successivamente al termine “mignotta” l’accezione che conosciamo, tenuto conto della facilità di mettere al mondo molti figli che non si è in grado di allevare.
Anche il principale termine che indica la donna che esercita il mestiere più antico del mondo, ha forti attinenze con Roma. La parola “puttana” trae le proprie radici dal latino, ed è entrata ben presto nel volgare parlato, moltissimi secoli prima che fosse inventato il termine “mignotta”.
La usa chiaramente Dante nella “Divina commedia”. Nel canto XVIII dell’Inferno, a proposito della cortigiana greca Taide, che qualifica come “la puttana che rispuose al drudo suo…”. Alla fine del XXXII canto del Purgatorio, a proposito della corrotta Chiesa di Roma, si dice: “tanto che sol di lei mi fece scudo / a la puttana e a nova belva”.
Il termine, sebbene non sia stato inventato dai romani, ha certamente tratto molta linfa dall’idioma romanesco, per cui non mi sentirei di negargli la cittadinanza onoraria di Roma. Ciò soprattutto per merito del solito grandissimo poeta, Gioacchino Belli.
Nel suo magico verso la parola dà il meglio di sé. Portiamo qualche esempio.
A una donna un po’ ritrosa a concedersi il Belli dice: “Inzomma, o la finimo stammatina, / o tiettela per te, ché non è pane: / e a Roma nun ciamancheno puttane / da venì carestia de passerina.”
In un altro contesto c’è la rivendicazione orgogliosa della propria professione: “Bé? So puttana, venno la mi’ pelle: / fo la mignotta, sì, sto ar cancelletto: / lo pijo in quello largo e in quello stretto: / c’è gnent’artro da di’? Che cose belle!”
In un altro caso ci si lamenta degli imprevisti del mestiere: “Ma freghelo, per dio, che uccello cane! / Ma cosa ha d’accadé mò a le puttane! / de sentimme brucià quanno me tocco!”
In un altro caso il sonetto s’intitola “La puttana sincera” e la prostituta asserisce di non essere affetta da blenorragia poiché si protegge con la devozione religiosa: “Io pulenta? Ma lei mi meravijo! / Io so pulita com’un armellino. / Guardi qua sta camicia ch’è de lino / si per bianchezza nun svergogna un gijo! / Da sì che quarch’ucello io me lo pijo / io nun ho avuto mai sto contentino, / perché accenno ogni sabbito er lumino / avanti a la Madon-der-bon-conzijo.”
In un altro caso si confessa una franca propensione: “Dichi quer che je pare chi governa, / a me me piace de fregà, compare; / e le puttane me so tanto care, / che le vado a scavà co la lenterna.”
Il romanesco che il Belli eleva a dignità di vera e propria lingua, ha prodotto tanti termini dell’uso volgare che esprimono nel nostro idioma situazioni sessuali. Per esempio il termine “frocio”, che è divenuto poi un vero e proprio insulto.
L’origine discende, secondo la “vulgata romana”, dai soldati del papa di origine svizzera e dalla carnagione chiara, che essendo gran bevitori di vino sviluppavano un naso rosso, visibilissimo al contrasto.
A Roma le narici si dicono “froge”, per cui si designarono come “frogioni” i numerosi addetti alla guardia papale. Siccome costoro erano noti anche per le preferenze di frequentazioni “tra loro”, il termine prese a significare quel particolare orientamento sessuale. Poi da “frogione” a “frocio” il passo fu breve.
Anche un altro diffuso termine per indicare “omosessuale maschio”, “finocchio”, è nato a Roma.
L’etimologia è tutt’altro che chiara e le versioni proposte convincono poco.
Comunque prevale la seguente spiegazione: del vegetale finocchio esistono due categorie: il finocchio maschio che è quello turgido, tenero e saporito che tutti apprezziamo, e il finocchio femmina, o finocchiella, che è secco e duro, buono solo cotto o per i decotti. Insomma, in fatto di finocchi è buono il maschio e molto meno la femmina, così, con logica stiracchiata e arzigogolata, un po’ di logica nel termine ci sarebbe.

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