La virilità di Vincenzo Gonzaga.

Vincenzo Gonzaga fu duca di Mantova e di Monferrato dal 1587 fino alla sua morte avvenuta nel 1612. Non lo vogliamo qui ricordare per le sue imprese da sovrano, bensì per le sue avventure e disavventure amorose.
Nel 1965 uscì un film di Pasquale Festa Campanile intitolato “Una vergine per il principe”, che racconta fatti realmente accaduti al principe Vincenzo Gonzaga, che per ottenere in moglie la diciassettenne Eleonora de’ Medici fu costretto a dare prova, in più riprese, della propria virilità.
Il sospetto per una sua possibile inadeguatezza come amante era nato in occasione del primo matrimonio del giovane con Margherita Farnese, che sembra fosse affetta da una malformazione vulvare che rendeva impossibile la penetrazione. Si arrivò logicamente al ripudio ma la famiglia Farnese non la prese bene. Contestando la causa addotta per l’annullamento, propalarono ampiamente la voce che in realtà era Vincenzo la causa dell’intoppo, per via dei suoi problemi di erezione.
Quando i Gonzaga chiesero ai Medici per Vincenzo la mano di Eleonora ci fu una certa titubanza e dopo diverse controversie, per non mandare all’aria quell’importante progetto di matrimonio, si pretese dal pretendente non meglio precisate prove. Vincenzo si dichiarò pronto a fornire qualunque prova della propria virilità.
D’altra parte Eleonora aveva una matrigna, Bianca Cappello, per tanti anni favorita del Granduca, che colse l’occasione per vendicarsi dei Gonzaga, che l’avevano snobbata per le sue origini di cortigiana veneziana. Fu la Cappello che stabilì le modalità delle prove a cui si doveva sottoporre Vincenzo, in modo che non ci fossero trucchi. A tal riguardo venne costituita una commissione composta da medici e diplomatici.
La prima verifica sull’attitudine a deflorare di Vincenzo si tenne a Ferrara e si concluse con un nulla di fatto, poiché gli esperti non riuscirono a stabilire se l’erezione esibita, non molto evidente, potesse essere congrua.
Fu così deciso di ricorrere a un test “dal vivo”, ossia con una vera fanciulla vergine da deflorare.
Siamo a Venezia ed è il 15 marzo 1584. La fanciulla, Giulia Albizi, ha 21 anni, è consenziente sulla base della promessa di una ricca dote e un marito pronto a sposarla. Vincenzo, consapevole della crucialità del cimento si presentò all’appuntamento gonfio di cibi piccanti (ritenuti afrodisiaci) e di alcol. La brutta figura fu dunque inevitabile.
Ci volle una prova d’appello in capo alla quale i “giudici di linea” certificarono che si era “varcata” la soglia. Naturalmente fu l’interrogatorio di Giulia ad essere dirimente per dare il nulla osta al nobile matrimonio, che effettivamente avvenne il 29 aprile 1584.
Roger Peyrefitte nel suo libro “La natura del principe”, così riporta l’esilarante interrogatorio della giovinetta fiorentina, “cavia” su cui si misurò la potenza del Gonzaga: “Messer Galletti placò i suoi scrupoli: ‘Anche se la ragazza si fosse rilassata, quel seme era senz’altro del signor principe’. E gli fece una dimostrazione della meccanica del vaso, ma c’erano ancora troppe cose da dimostrare.
Si rimise la bella Giulia sullo scanno e si procedette a un interrogatorio in piena regola.
Interrogata se il principe aveva istrumento di ferro o di vetro, o d’altro, con il quale avesse aperta innanzi che usasse seco, rispose no.
Se ella giurava di dirmi il vero: disse di sì.
Se le avesse fatta larghezza et apertura violenta con le dita, rispose di no, ma che solo le aveva messo il membro di carne.
Se le avesse offerto o dato gioie, denari o altro, perché o tacesse o parlasse alcune cose a modo di lui, rispose che non le aveva dato né offerto nulla, né parlato di tal cosa.
Quante volte glie ne avesse fatto, disse di ricordarsi della terza al sicuro, ma che le parevano quattro. Il principe dice che alla quarta sul giorno non la volse star ferma.
Se la prima volta la pianse, disse di no, et il principe dice che compì sì presto che non ve lo introdusse drento, et che però non pianse, ma che alla seconda ve lo messe bene, et ella piagneva, et che allora chiamò il cav. Vinta.
Domandata se il cav. Vinta fu chiamato alla prima o alla seconda volta, disse alla seconda.
Se sentì quando il cav. Vinta messe la mano tra il suo pettignone et quello del principe, disse di sì.
Se allora ella ve l’aveva drento, disse di sì.
Se la piagneva per vergogna o perché le facesse male, disse: ‘Perché mi faceva male’.
Se le faceva male di drento o perché fusse impuntato per di fuore, disse di drento.
Se egli era duro et sodo, disse di sì et che le faceva male.
Se mentre che il principe glie ne spigneva, se se lo teneva appuntellato con le dita, disse: ‘Nello addirizzarlo et metterlo, ma poi no, perché mi abbracciava con tutte due le braccia’.
Se aveva sentito il principe soffiare, disse, due volte.
Se tutte le volte egli glie ne messe, ella lo sentì duro, disse di sì.
Se il principe ve l’aveva tanto drento che non potesse versar di fuore, disse di sì.
Se ella avesse buttato seme, disse che la seconda volta che il principe glie ne fece, poco doppo che l’ebbe cavato, si sentì gocciolare giù per la natura, et che poi anche alla terza ne uscì, et che ha tutta la camicia di dreto imbrattata, et che ella dubitava che fusse sangue.
Se ella abbia sentito piacere nel buttar seme, disse che alquanto le era parso di sentirne due volte.
Se ella aveva paura che il principe non le facesse dispiacere se ella diceva la verità, disse di no, et che diceva la verità.
Se, poiché l’era levata, aveva sentito gocciolarsi seme dalla natura, disse di sì, mentre che la sedeva.
Se il principe non avesse fatto nulla, se la me l’avrebbe detto, come me lo disse l’altra volta, disse di sì.
Se l’avesse mai messo la mano al membro del principe, disse di no, se bene una volta il principe gli prese la sua mano per accostarvela, ma che ella per vergogna la ritirò.
Se il suo pettignone si toccò con quello del principe, disse di sì.
Se ogni fanciulla che avesse da pigliar marito, si potesse contentare del principe, disse di sì, per quello che se n’intendeva lei.
Se l’avesse caro che il principe tornasse da lei, disse di sì.
Se in ultimo le pareva di essere stata sverginata, disse: ‘La prima volta non mi pare che non l’abbia messo troppo drento’. Domandata a quello che se ne fusse avvista, disse, perché nel cavarlo lo tirava su presto.
Domandata un'altra volta del parere d’essere sverginata o no, disse che non se n’intendeva, et ficcava il capo in seno.
Delli interrogatori che le abbia fatti la guarda-donna, et quello che l’abbia ritràttone, si contiene nella lettera di S.A.
Della relazione che ella abbia fatta dell’ultima nottolata, si contiene parimente nella lettera di S.A.”
Il testo originale di questo interrogatorio, inviato al Granduca, fu firmato da Giulia con una croce.

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