Giovanni Battista Casti

Giovanni Battista Casti fu poeta e librettista italiano, che condivideva con il Parini la condizione di sacerdote ed anche un’acerrima rivalità. Nato ad Acquapendente nel 1724 morì a Parigi nel 1803. Passò molta parte della sua vita in giro per l’Europa, e in particolare soggiornò a lungo a Vienna, a Berlino, in Spagna e Portogallo, presso la corte di Caterina II di Russia, a Costantinopoli e infine a Parigi.
Il Leopardi si ispirò alla sua opera “Gli animali parlanti” per i suoi “Paralipomeni alla Batracomiomachia”.
Nelle “Novelle” perfuse un piacevole spirito erotico e godereccio che gli procurò qualche inimicizia. L’avversione del Parini nei confronti del Casti non fu certo tutta dovuta alla licenziosità di quest’ultimo, anche perché il poeta del “Mattino”, pur essendo anch’egli sacerdote, non era certo insensibile al richiamo verso il sesso femminile. I versi che egli dedica al Casti sono feroci: “Un prete brutto, vecchio e puzzolente / dal mal francese tutto quanto guasto / e che, per bizzarria dell’accidente, / dal nome del casato è detto casto; / che scrive de’ racconti in cui si sente / dell’infame Aretin tutto l’impasto. /… / Oscenamente parlando col naso / mostra nel volto di lussuria invaso / un satiro maligno e disonesto.”
Per quel che ci riguarda le parole del Parini sono veramente cattive e non si può certo sparare a zero su chi ha avuto la sfortuna di prendersi la sifilide, in un’epoca in cui pochi ne furono immuni.
Riportiamo le parole di apprezzamento di Apollinaire dell’opera del Casti: “Scrittore beffardo, ma pieno di bonimia, merita di essere conosciuto meglio; narratore pieno di freschezza e sensualità, la sua condizione di ecclesiastico dà maggiore mordente al gradevole libertinaggio dei suoi racconti”.
Leggiamo qualche novella. Simpaticamente licenziosa è il “Rusignolo”, che ci racconta l’iniziazione amorosa di due giovani.
“Nel bianco seno l’una man le immerse / l’altra di sotto al guarnellin si sperse. / Che Irene intatta fosse infin allora / potrei giurarlo in buona coscienza. / Ed ei che solo avea scorso talora / qualche giostra in amor con foco e ardenza / non era nel mestier pratico ancora; / onde parte per poca esperienza / e parte per l’ostacol verginale / la cosa riuscì piuttosto male.”
Per svolgere il “lavoro” bene e coscienziosamente, c’è bisogno di tempo e di pace, così alla ragazza viene in mente di chiedere ai genitori di potersi portare il lettuccio sul balcone onde, di notte, dilettarsi del canto dell’usignolo. Dopo infinite preghiere il padre cede all’insistenza della figlia: “Se lo faccia codesto letticciuolo / ov’ella brama, e giorno e notte in quello / dorma, e se non le basta il rusignolo, / cantar oda anche il gufo e il pipistrello.”
Nella notte seguente il ragazzo ha gioco facile nel salire sul balcone e “… come fatto avrian marito e moglie / la bella Irene ei sottopone e abbraccia / e il primo verginal fiore ne coglie. / … / Che vale senza amor la giovinezza? / Che vale senza giovinezza amore? / … la nostra / avventurosa, innamorata coppia / ferve, e sei volte la venerea giostra / corre e sei volte opra e piacer raddoppia. / Fidi servi d’amor, con pace vostra, / se già scorreste la più verde etate / l’esempio invidiabil venerate.”
Una notte il padre temendo che la figlia potesse prendere freddo si mise nella condizione di vedere un’inaspettata scena: “E vide, oh strana vista! Il giovinetto / abbracciato giacer colla figliuola, / che tenea l’usignuolo in pugno stretto / uscito poco fa dalla gabbiola.”
Il padre si affretta a chiamare la moglie perché non si perda la scena: “Che Irene nostra… / ha preso il rusignolo e stretto in pugno / sel tiene ancor, che non le scappi via, / deh vienilo a veder, mogliera mia”.
La moglie assonnata, non ha voglia di levarsi dal letto e : “… rispose: ‘Oh la gran rabbia / colei con sua sciocchezza mi farebbe! / Se preso l’ha, perché nol pone in gabbia / ella che pria tanto desìo pur n’ebbe?’ / Ed ei: ‘Non temer già che non ve l’abbia / posto più che da te non si vorrebbe’.”
Molto bella è la novella “La conversione”. Narra di un illustre padre predicatore, che aveva una incredibile doppia vita. “De’ vizi involto ognor fra i sudiciumi / crapula, gioco, donne e lupanari / fur gli esercizi e i suoi piacer più cari. / Spesso passar dal pulpito al bordello / e dal bordello al pulpito solea, / … e sempre il suo onorario / delle bagasce divenìa salario.”
Una volta capitò che questo frate si innamorò di una bagascia napoletana e, come spesso avviene quando si è innamorati, perse ogni prudenza così da mettere sull’avviso il vicariato. Gli sbirri sguinzagliati per arrestare l’indegno frate cercarono di coglierlo sul fatto e spiarono il momento in cui la bagascia si recava a fargli visita. Nel corso della seduta amorosa l’astuto frate si accorse di rumori sospetti e con grande prontezza di spirito si fece trovare dagli sbirri in un ben diverso atteggiamento: vestito regolarmente di tonaca, brandendo il crocifisso, rivolgeva alla peccatrice parole di fuoco affinché si convertisse. I feroci tutori della legge di fronte a tale inaspettata scena cadono in ginocchio ed ascoltano estasiati il sant’uomo. Alla fine gli baciano la tonaca e se ne vanno pieni di rispetto. Il frate “Della sua furberia ben riuscita / gran risa ei fece allor colla bagascia; / indi le oscene lor tresche interrotte / continuar sino a inoltrata notte.”
Naturalmente, referenti gli sbirri, la fama di santo del frate corre di bocca in bocca.
In un’altra novella, “L’aurora”, si descrivono le voglie delle donne dell’harem. “Così sull’impotente eunuco molle / georgiana talor schiava o circassa / ne’ serragli del Perso e del Mongolle / s’agita, s’arrabatta e si tartassa, / e la lussuria che dentro le bolle / se non sfogar, debil far tenta e lassa; / ma la carnal libidinosa stizza / calmar volendo, più l’irrita e attizza.”
Molto divertente trovo un’altra novella, “L’Anticristo”. Si narra di un nero, servo di un ricco signore, che trovandosi di passaggio in un paesetto, sorprende una bella ragazza su un prato, la concupisce e cerca di farla sua. La ragazza, che non aveva mai visto prima un nero, lo scambia per il diavolo. “L’anima diavol mio lasciami stare, / e fa del corpo poi quel che ti pare. / … / ‘L’anima’, ripetea, ‘ti raccomando’, / mentre ei la man sotto il guarnel le caccia. / … / Supina la corcò sull’erba fresca / e su in fretta tiratale la vesta, / le fe’ quella tal opra alla moresca. / Torser le ninfe i sguardi casti e schivi / e sghignarono i satiri lascivi.”
Di quel fatto resterà traccia dentro il corpo della ragazza, che per altri versi non era stata scontenta dell’accaduto e del diavolo dopo tutto aveva un grato ricordo. Però quando comprende di essere incinta, ne accusa il diavolo e per avere lumi si rivolge al parroco.
Questo poveretto : “Oh quante, Cristo mio, n’ho da vedere! / D’impregnarmi finor le parrocchiane / era stato degli uomini il mestiere / ed eran cose lievi e cose umane. / Or se il diavolo anch’esso è puttaniere, / a che servon le gonne e le sottane?”
Il povero pievano fa delle ricerche nei suoi sparuti libri e conclude che nascerà l’Anticristo. La ragazza è tartassata da domande sull’aspetto del diavolo: “Le corna, mamma mia, non le ho vedute, / … ma la coda, / vi posso dir che l’ha massiccia e soda.”
Quando nasce il bambino tutti vedono che è un moretto e per giunta ermafrodito. Ne segue una dotta descrizione dell’ermafroditismo: “Quel che dal volgo ermafrodito è detto / e credesi talor strano portento, / egli è una vera femmina in effetto. / E ciò che sembra a voi viril strumento / a tutti i notomisti a comun detto / e per l’universale esperimento / delle accademie più famose e floride / ei non è che il medesimo clitoride. / E quantunque v’appar prepuzio e glande / e da erettori muscoli elevato / veggasi divenir più teso e grande / pure uretra non ha, né perforato / per entro egli è, né umor trasmette e spande, / né a quegli stessi orifizi è destinato / né formollo natura all’uso istesso / che l’arnese viril nel nostro sesso.”

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