Le punizioni della sodomia

Nelle epoche passate l’esercizio della sessualità è stato sottoposto a pesanti controlli e a feroci repressioni. Prendiamo come esempio la sodomia.
Chiamata “vizio italiano” e considerata diretta ispirazione di Satana, la sodomia, praticata liberamente nell’antichità ma pesantemente sanzionata dal cristianesimo, fu comunque largamente diffusa tra le popolazioni europee.
In tutte le classi sociali e in tutti i contesti relazionali si sfidò il pesante interdetto che prevedeva orribili pene. Se prendiamo Bologna vediamo che nel medioevo e nel rinascimento la sodomia fu diffusamente praticata a fronte di una legislazione dettagliata che contemplava varie pene per la gamma di vari contesti, come d’altra parte avveniva in tutti i luoghi d’Italia.
Nei casi più semplici, come quello di un giovane sodomizzato senza una sua piena colpa, si applicava l’esposizione alla gogna. Nudo e legato, con un cappello a forma di cono sulla testa, il reo veniva fatto bersaglio da parte della brava gente del lancio di oggetti e materiali turpi e infetti.
A Napoli vi era la tendenza a fare meno distinzioni di gravità: una volta accertata la colpa (o più frequentemente sulla base di un’accusa) si procedeva per le spicce e si effettuava l’impiccagione. Comunque ciò non escludeva l’applicazione di preliminari a base di perverse torture.
Si narra di tale Tiberio de Vera che con l’attività di lenone aveva accumulato un’importante ricchezza che poi dilapidò. La sua vera propensione non era mai andata verso la sua protetta bensì verso un paggio che ahimé era concupito dal reggente don Pedro Ponce de Leon. Gli appostamenti disposti dal potente uomo ottennero il risultato di cogliere Tiberio sul fatto. La carcerazione fu immediata in concomitanza con quella di un altro noto sodomita, Giuseppe Soprano, che in passato aveva avuto “commercio carnale” con Tiberio. Dopo il solito congruo lancio pubblicitario dello “spettacolo”, Soprano fu esposto nudo di fronte a un pubblico straripante (come oggi per una partita di campionato al S. Paolo) e fu lardellato, ossia sottoposto a uno stillicidio di gocce di lardo bollente, per tutta la superficie del corpo ma in particolare nelle zone deputate all’espletamento del “crimine”. Tiberio fu obbligato ad assistere allo spettacolo e la sua vera tortura fu l’angoscia di essere sottoposto subito dopo al medesimo trattamento. Soprano non sopravvisse a lungo alla terribile tortura e morì di lì a poco, mentre a Tiberio fu riservata la tortura di passare tutta la vita in carcere.
Napoli aveva sempre un tocco di fantasia nel punire coloro che praticavano il sesso contro natura. Siamo nel 1604 e la tirannia del viceré spagnolo si esercitava sulla popolazione con i più vari pretesti. Per andare incontro alla tortura e alla morte bastava un semplice sospetto non sostenuto da alcuna prova. Una vittima di questo tipo fu il povero sarto Andrea del Colle, che poco più che ventenne venne colpito da un’assurda accusa: “aver usato carnalmente contro natura di un asino”. Gli inquisitori rifiutarono ogni considerazione di buon senso (la non motivazione dell’atto, la difficile realizzazione dello stesso) e sottoposero a tortura il giovane. Naturalmente non potendo sopportare gli atroci spasimi egli finì col confessare una colpa probabilmente non commessa. La condanna fu feroce e ridicola insieme: la pena di morte per il reo e il suo “complice” mediante impiccagione. Un lungo e articolato corteo rituale formato dalle varie confraternite incappucciate, precedeva il giovane Andrea dietro cui arrancava l’asino ricoperto da gualdrappa nera. Arrivati nella piazza gremita, l’uomo e l’animale furono impiccati secondo la procedura, a dieci metri di distanza l’uno dall’altro.
A Firenze i condannati per sodomia venivano spesso evirati, soprattutto se si trattava di sacerdoti. Periodo critico fu quello in cui imperversò il Savonarola, poiché infiammati dalle parole del frate i giudici condannavano i sodomiti al rogo senza eccezioni. Quando il reo era un adepto della Chiesa si seguiva una codificata procedura: prima la gogna con spoliazione delle vesti ecclesiastiche e poi, frequentemente, il bruciamento dei polpastrelli consacrati col crisma. Successivamente l’infelice, completamente nudo, veniva fatto salire all’altezza di una botte e attraverso un buco venivano fatti pendere all’interno i genitali che un cerusico addestrato alla bisogna, recideva di netto col rasoio.
In altri luoghi, al canovaccio centrale della punizione venivano aggiunte delle varianti raccapriccianti che non sto qui a riferire nel dettaglio e che comunque riguardavano cuciture ed ingestioni di feci.
A Bologna, come in altre parti d’Italia, il sodomita tutto vestito di bianco, dopo preghiere e confessioni, veniva condotto nella piazza del mercato gremita di folla. Salito sull’apposito palco veniva fatto interamente denudare e poi letteralmente inchiodato su un basso apposito palo di legno con “la parte che aveva peccato”. Come si intuisce facilmente, le parti che avevano peccato erano essenzialmente due, e sia l’una che l’altra venivano appunto inchiodate sul palo. Non è difficile capire come in un caso (la parte passiva) ma soprattutto nell’altro (la parte attiva) si trattasse di atroce sofferenza che spesso portava alla morte, dovendo il condannato, con il suo cappello a cono sulla testa, sopportare i lazzi impietosi del volgo per un giorno e una notte. Quando il malconcio “peccatore” giungeva vivo alla fine di questa prima fase, veniva staccato dal palo e invitato al pentimento da un nugolo di zelanti preti armati di crocifissi e stole. Ai fini della conclusione della vicenda era del tutto indifferente che il “peccatore” si pentisse o meno: nella vicina piazza era già pronto il rogo dove l’infelice veniva invariabilmente arso vivo per la gloria di Dio.
Quante delizie ha riservato la Chiesa al suo amato popolo credente!

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