Francesco Berni

Francesco Berni nacque nel 1497 a Lamporecchio, nel pistoiese. Fu un poeta davvero peculiare nella letteratura italiana avendo creato un genere satirico e giocoso che va sotto il nome di poesia “bernesca”.
Tale caratteristica lo avvicina in parte a un autore come Pietro Aretino, ma i due si detestarono ferocemente.
Francesco Berni era omosessuale, ma in quei tempi bui era essenziale per la propria salute evitare che tale cosa si sapesse in giro.
Ciò significa che i tempi in cui il Berni visse erano non facili e pieni di insidie, potendo per un nonnulla essere rispediti senza complimenti al Creatore. Tale deliziosa persona dotata di spirito critico, e in fondo più gioviale che caustico, non riuscì infatti a superare l’età di 37 anni: fu avvelenato probabilmente da un cardinale a cui aveva negato il favore di avvelenare un altro cardinale, nemico del primo.
Il Berni si segnala soprattutto per il rifacimento dell’”Orlando Innamorato” del Boiardo e per le rime facete, nelle quali esprime la sua peculiarità. Nei sonetti si scaglia contro i suoi nemici, in particolare contro Pietro Aretino, che d’altra parte lo ricambia con gli interessi. Altri bersagli sono gli ecclesiastici dediti alla gozzoviglia e alla crapula. Lo stesso papa Clemente VII, con le dovute cautele, non venne risparmiato da sottile ironia. Ha messo in ridicolo l’inutile poetare petrarchesco di epigoni sfaccendati. I poeti d’amore sono l’oggetto delle sue burle con il loro sentimentalismo sdolcinato.
L’aspetto burlesco della produzione berniana è senza dubbio quella che ha in sé la maggior forza espressiva e innovativa. Nei versi del Berni abbondano le trovate umoristiche, i motti salaci e anche la schietta espressione oscena.
Riportiamo qualche esempio significativo sul nostro versante. Famoso è il “Sonetto delle puttane” scritto nel 1518:
Un dirmi ch’io gli presti e ch’io gli dia
or la veste, or l’anello, or la catena,
e, per averla conosciuta a pena,
volermi tutta tor la roba mia;
un voler ch’io gli facci compagnia,
che nell’inferno non è maggior pena,
un dargli desinar, albergo e cena,
come se l’uom facesse l’osteria;
un sospetto crudel del mal franzese
un tor danari o drappi ad interesso,
per darli, verbigrazia, un tanto al mese;
un dirmi ch’io mi torno troppo spesso;
un’eccellenza del signor marchese,
eterno onor del puttanesco sesso;
un morbo, un puzzo, un cesso,
un toglier a pigion ogni palazzo,
son le cagioni ch’io mi meni il cazzo.
Per darci un’idea della parodia dei componimenti d’amore di gusto petrarchesco, consideriamo il seguente sonetto:
Chiome d’argento fino, irte e attorte
Senz’arte intorno a un bel viso d’oro;
fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro,
dove spunta i suoi strali Amor e Morte;
occhi di perle vaghi, luci torte
da ogni obietto diseguale a loro;
ciglia di neve e quelle, ond’io m’accoro,
dita e man dolcemente grosse e corte;
labbra di latte, bocca ampia celeste;
denti d’ebano rari e pellegrini;
inaudita ineffabile armonia;
costumi alteri e gravi; a voi, divini
servi d’Amor, palese fo che queste
son le bellezze della donna mia.
Veramente divertente questo ritratto di una donna vecchia, con gli occhi strabici e i radi denti neri.
Nel famoso “Capitolo dell’orinale” Francesco Berni ci scolpisce in tre versi una grande forza satirica, in cui dice molto di sé (chi vuol capire capisca):
… ma pur Roma ho scolpita in mezzo il cuore,
e con gli antichi miei pochi pensieri
Marte ho nella brachetta e in culo Amore.

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