Le "Novelle galanti" di Domenico Batacchi

Domenico Batacchi nacque a Pisa nel 1748 e morì ad Orbetello nel 1802. Fu letterato di una certa fama e il suo stile allegro, satirico e a volte osceno fece sì che qualcuno l’ha paragonato a Francesco Berni. Divertenti risultano le sue “Novelle galanti” che esprimono uno spontaneo tono popolaresco, talvolta guastato dall’eccessivo insistere su aspetti scatologici e stercolari.
I temi delle storie sono quelli generalmente presenti nella novellistica, soprattutto in quella vera miniera che fu il “Decameron”.
Riportiamo qualche brano di un paio di novelle.
Un frate diviene l’amante di donna Rosa, una donna piacente senza complicazioni, che onestamente lo mette in guardia nei confronti di un altro suo amante, un ufficiale forte e feroce. Il frate, preso dalla fregola, sembra non dare molto peso al pericolo.
Ciò detto si partì. Qual sitibondo
cervo che corre a rinfrescarsi al fonte,
o qual macigno che rotola al fondo
dall’erta cima di scosceso monte,
tale il frate, con marcia impetuosa,
corre alla casa di madonna Rosa.
Picchia alla porta, e grida: “Ave Maria”,
e donna Rosa subito gli aperse.
Chi dipinger di lui può l’allegria
quando l’amata sua diva scoverse
con un semplice busto ed in gonnella,
e delle mamme occhiò la forma bella?
Allor fissaron li preliminari
tra loro due que’ lussuriosi amanti,
e furo i patti ben intesi e chiari
di non venir a dolce pugna, avanti
che uscisse fuor delle cimerie grotte
sul negro cocchio suo l’umida notte.
Tal condizion per altro al frate increbbe;
ma la donna gli disse: “Padre mio,
incominciar adesso a che varrebbe?
Il martel voi, l’incudine son io…
L’incudine resiste, e niun meccanico,
può di floscio martel far duro il manico.
Se battagliamo adesso, e che faremo
poi questa notte? abbiate sofferenza,
nudi stasera in letto ci godremo,
né di restare a secco avrem temenza.
Prendiamo intanto i piccoli piaceri,
che del massimo son nunzi e forieri”.
Dice, e un bacio di fuoco gli scocca,
il frate a lei lo rende anche più sodo:
par che incollata insieme abbian la bocca,
né le colombe han più soave modo.Annaspa intanto il frate; ed or le poppe
palpa, or le dure denudate groppe.
Nel biondo crin talor le dita intrica,
che la reggia del dio di Cipro appiatta,
in ricompensa ella con mano amica
l’immenso ordigno nei calzon gli tatta,
così passaro il giorno intero in questi
divertimenti leciti ed onesti.
Ci si inoltra nella descrizione delle schermaglie preliminari, giungendo con apprensione all’approdo finale che la donna teme, sapendo che prima o poi potrebbe arrivare l’altro.
Musa, fammi di grazia un paragone,
con cui del provincial la fretta io pinga:
per aria velocissimo falcone,
che su fugace tortora si spinga…
cerva, che i veltri e il cacciator addosso
sentasi… Eh, taci, pingerla non posso.
Senza punto curarsi del patullo,
che al dolce assalto l’anima dispone,
impugnato il muliebre trastullo,
cominciò il frate l’amoroso agone,
e gli urli fur sì violenti e duri,
che tremar della stanza i quattro muri.
E’ fama… io non ne sto mallevadore
perché potrebb’anch’essere una ciancia,
che il frate pien d’un francescano ardore,
le ballò dieci volte sulla pancia;
ma se non dieci, furon sette almeno,
un zoccolante non fa mai di meno.
“Cosa bella e mortal passa e non dura”,
disse il Petrarca, e ben ragione avea;
del frate la dolcissima avventura
in aspro duol cangiarsi ormai dovea.
Mentre a giocar di schiena ei solo abbada,
si ode forte picchiar l’uscio di strada.
“Chi è?” gridò la donna spaventata.
“Son io”, rispose una terribil voce,
ch’ella conobbe, e ne restò gelata,
per quella, ahimé! dell’uffizial feroce:
“Noi siam morti!” ella dice: “Oh fra’ Pasquale,
ecco il terribilissimo uffiziale!”
Il frate non trova migliore soluzione che nascondersi sotto il letto che poco prima lo vedeva incontrastato dominatore.
Intanto il militar, ch’era di sopra,
una moresca incominciò a giocare.
Al frate dura riuscì quest’opra,
e fu quasi sul punto di crepare;
ché il peso riunito in sulla schiena,
di respirar gli concedeva appena.
Dopo un par d’ore di sì rio tormento,
s’addormentar la donna, e il militare;
or pensa qual del frate fu il contento,
allor che entrambi li sentì russare!
Strisciandosi carponi, a poco a poco
Al fine uscì dal periglioso loco.
Quando finalmente si libera, l’astuto frate indossa la divisa del militare e corre dalle autorità a denunciare la presenza in quella casa di un frate libertino e senza pudore. Quando gli sbirri fanno irruzione non hanno difficoltà a individuare il militare che svegliato dal rumore aveva indossato precipitosamente il saio. Così questo “Rodomonte” viene gettato in un’orrida prigione, mentre il frate tornava a spassarsela con donna Rosa.
La novella di “Donna Chiara” è una citazione pedissequa del Boccaccio.
Nel convento di santa Maggiorana
che una volta in virtù tanto fiorìa,
successe la ridicola avventura
che a voi la musa mia pinge e figura.
Dieci monache stavano in quel loco
giovani tutte, ed in beltà perfette,
che piena l’alma d’amoroso fuoco
avendo, spesso nelle lor cellette
si davan più gioconda occupazione
che il rosario e la pia meditazione.
Né volendo in digiuni e in astinenze
perdere il caldo giovenil vigore,
per rimediare a certe loro urgenze,
e per calmare un forte pizzicore
che lor pregiudicava alla salute,
s’eran di bravi amanti provvedute.
E quando Febo al ciel togliendo il lume,
tutti faceva d’un color gli oggetti,
di corcarsi con essi avean costume
in ben battuti e spiumacciati letti,
u’ deano, intente alle geniali botte,
al sonno il minor tempo della notte.
Il vecchio vescovo lascivo si innamora di donna Chiara e la supplica di accondiscendere al suo desiderio.
“Nella vostra gentil Costantinopoli
brama d’entrar questo insueto a surgere,
or indomabil fatto, creapopoli,
di cui le vene sento enfiare e turgere:
sento, ahimé! che indurisce come un acere,
e che presto ne avrò le brache lacere.
Son già tre notti ch’ei s’ostina a spingere
alto il lenzuolo e la coperta serica,
nel dolce mar vorrebbe il capo intingere,
cui non è pari il grato sal d’America:
a lui se degnerete aita porgere,
farem le cose senza farsi scorgere.
Quel che vi prega non è un sozzo monaco,
dal vostro letto degno di star esule;
un cappellan non è, non è un canonaco,
ma… pensateci bene!... è il vostro presule!
Addio mia cara, quant’io v’amo amatemi,
e con pronta risposta consolatemi”.
Ma la monaca donna Chiara non vuol sentire ragioni essendo già impegnata e soddisfatta da un gagliardo priore.
“Signor” diceva, “io non mi feci monaca,
per far co’ vostri pari la pettegola;
di piombo avrò per voi sempre la tonaca:
e se il vostro berton va troppo in fregola,
in pancia come i muli dimenatelo,
ovver con questi forbicion tagliatelo”.
Vedeste mai di sé pomposo e vano
qualche fotti finestre milordino,
alzar gli occhi per fare un baciamano,
e metter nella merda uno scarpino?
Da collera minor preso rimane,
che monsignore all’espressioni strane.
Il vescovo respinto è furioso e decide di fare un’incursione notturna per cogliere in fallo la monaca e vendicarsi in tal modo. Donna Chiara però viene a saperlo in anticipo e così spedisce il priore, suo amante, nella cella della badessa così da farsi trovare sola e innocente come acqua di fonte.
Era in camicia, cui tessuta avieno
batave spole, e n’uscìa mezzo ignudo
ricco di due solide mamme il seno,
a cui facea d’una man bianca scudo,
mostrando in agitarsi il ventre piano,
e gambe e cosce e il grasso deretano.
A cotal vista monsignor rimane
immobil sì che par tutto d’un pezzo;
ma gli tornaro in cor le furie insane,
pensando che un boccon di tanto prezzo
gl’involasse con sua vergogna e cruccio,
un suo subordinato, un prioruccio.
La conclusione dopo tanto baccano e stridor di denti alla fine è la seguente:
Se questo è ver, siccome l’apparenza
lo dichiara, concluder noi dovremo
che l’oro, la fatica e la prudenza
utili sono in ogni caso estremo;
ma più assai che prudenza, oro e fatica,
protettrice possente è ognor la fica.

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