La monaca di Monza

La storia della monaca di Monza è stata resa celebre da Alessandro Manzoni che la inserì con alcune importanti modifiche, rispetto alla realtà, nella trama dei “Promessi sposi”. A noi interessa ricordare alcuni elementi della vicenda, storicamente ricostruita.
Suor Virginia Maria al secolo Marianna de Leyva y Marino era nata a Milano nel 1575 da un nobile di origine spagnola, il conte di Monza Martino de Leyva, che ben presto decise per la figlia la destinazione conventuale.
Siamo a Monza nel convento di Santa Margherita delle Umiliate Benedettine, presso il ponte della Mariota sul Lambro. L’edificio è stato successivamente distrutto ma anche oggi ne è perfettamente individuabile l’ubicazione.
Nei pressi del convento abitava Gian Paolo Osio, un nobile che aveva una vera ossessione per le giovani monache. Costui aveva l’abitudine (buona o cattiva non so) di osservare dalla sua tenuta le educande che passeggiavano o giocavano nel cortile del convento.
Un giorno riuscì ad avvicinarne una e con essa cominciò a parlare e cercare di farla cadere nella sua rete di adescatore. Venne a conoscenza della cosa suor Virginia, che era la maestra delle educande. Convocò rapidamente l’Osio e gli fece una terribile scenata. Inoltre riferì il fatto ai genitori della ragazza che decisero di portar via la figlia da quel convento.
Dopo qualche tempo Gian Paolo Osio ritornò all’attacco. Evidentemente aveva un’ossessione patologica per le monache e questa volta puntò al bersaglio grosso: la Signora, suor Virginia. Cercò più volte, inutilmente, un approccio. Essendo costantemente all’osservazione verso la facciata del monastero, faceva degli ampi gesti di saluto ogni volta che suor Virginia appariva alla finestra.
Gian Paolo si fece viepiù audace e cercò di inviare delle lettere alla suora. Costei reagì duramente a tali tentativi, anche perché sospettava che l’Osio non fosse estraneo all’uccisione di un collaboratore della sua famiglia, avvenuta proprio all’epoca in cui Virginia denunciò l’adescamento della novizia. Avvertì delle molestie i rappresentanti della legge e chiese che il molestatore fosse arrestato. L’Osio, in conseguenza di questo, si rese latitante da Monza per più d’un anno.
Dopo tale periodo Gian Paolo, che certo non era il tipo che si scoraggiava alle prime difficoltà, ritornò alla carica più deciso che mai e riuscì ad ottenere il perdono di suor Virginia, tramite l’intercessione dei suoi fratellastri che erano amici dell’uomo. Costui inviò molte lettere di pentimento e fu assiduo a tutte le messe in cui prevedeva la presenza della suora.
Bazzicando in continuazione nei pressi del giardino del convento, l’Osio riusciva a strappare a Virginia qualche abbozzo di conversazione e batti e ribatti alla fine ottenne il consenso a scambiarsi delle lettere. Siamo nel 1598 e lo scambio epistolare avveniva con l’aiuto di due fidate collaboratrici di suor Virginia, suor Ottavia e suor Benedetta.
Tali scambi epistolari portarono inevitabilmente ai primi incontri “de visu”. All’inizio il luogo era il parlatorio, dove Gian Paolo cominciò ad allungare le mani e anche qualcos’altro, poi, con iniziali intervalli di esitazioni e pentimenti, si arrivò in camera delle suore; infatti le tre consorelle condividevano un’unica cella. Suor Ottavia e suor Benedetta assistevano dunque e (perché no?) partecipavano ai rapporti sessuali tra la Signora e Gian Paolo.
La tresca aveva assunto dunque carattere d’abitudine e l’abitudine (checché ne possiate pensare) è il vero padrone del comportamento umano.
Una notte, siamo nel 1602, la Signora diede alla luce un feto senza vita.
Dopo diversi anni di regolare irregolare “ménage à quatre” la situazione cominciò a precipitare: una conversa, suor Caterina, di umili origini e bisognosa di denaro cominciò a ricattarli. Ma una sera, Gian Paolo Osio, forse non al debutto come assassino, uccise a bastonate suor Caterina e insieme alle sue complici occultò il corpo nel pollaio del monastero.
La relazione tra i quattro andò avanti complessivamente per più di dieci anni.
Non si trattava più unicamente di portare il fardello del rimorso per la fornicazione, ma c’era di mezzo (peso incomparabilmente maggiore) il macigno della colpa per l’omicidio. D’altra parte i sospetti per quei tanti fatti strani crescevano e qualche altro testimone scomodo fu fatto sparire.
Suor Benedetta e suor Ottavia erano in procinto di crollare e avevano deciso di confessare tutto alle autorità. L’Osio, nella sua folle determinazione a continuare la tresca, decise di sopprimere le due suore, ma ci riuscì solo con Ottavia; Benedetta scampò alla morte per miracolo e con la sua denuncia fece esplodere il caso.
Virginia e Benedetta furono condannate ad essere murate vive in celle separate mentre l’Osio fu condannato dal Senato alla pena di morte e alla confisca dei beni.
Irriducibile come forse uno o al massimo due nei nostri tempi, Gian Paolo Osio cercò la via dell’impunità e si rifugiò presso la dimora di un amico a Milano. Questi fu atterrito dalla gravità di quei delitti e per non mettersi nei guai provvide ad uccidere personalmente il suo ospite, e mozzatagli la testa si recò a depositarla ai piedi del governatore spagnolo.
Per Virginia vi fu un lungo e spietato processo ecclesiastico. Fu murata viva in una nuda e fredda cella: unico contatto con il mondo il passaggio quotidiano, attraverso un piccolo pertugio, di un pezzo di pane e di un po’ d’acqua.
Soltanto dopo tredici anni il cardinale Federico Borromeo concesse alla sventurata una cella meno disumana.
La monaca di Monza spirò all’età di 75 anni in quel convento che fu teatro un tempo dei suoi torbidi amori.

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