La Bibbia che scotta vista dal Belli

Il genio poetico penetrante di Gioacchino Belli si è esercitato su tantissimi argomenti con icastica efficacia. Molto interessanti sono gli argomenti “biblici” su passi delle sacre scritture che oggi più che mai ci appaiono frutto di una stramba mentalità e di strambi comportamenti, ed anche decisamente “osé”.
Il poeta mostra tutta la sua potente ironia su alcuni fatti narrati dalla Bibbia, pur evitando di mettere in discussione la fede religiosa alla cui ferrea tirannia il Belli stesso non è stato personalmente capace di sottrarsi in tutta la sua vita.
Il primo sonetto che riporto è intitolato “La bella Giuditta”. Viene riferita, con vivace umorismo, la storia di come Giuditta con subdola procedura riesce ad eliminare Oloferne.
Dice l’Abbibbia Sagra che Giuditta
dopo d’avé cenato con Lioferne,
smorzate tutte quante le lucerne
ciannò a mette er zordato a la galitta:
Che appena j’ebbe chiuse le lenterne
tra er breve e lo schiumà de la marmitta,
cor un còrpo da fìa de mastro Titta
lo mannò a fotte in ne le fiche eterne:
e che, agguattata la capoccia, agnede
pe fa la mostra ar popolo giudio
sino a Bettuja co la serva a piede.
Ecchete come, Pavoluccio mio,
se po’ scanna la gente pe la fede,
e fa la vacca pe dà grolia a Dio.
La storia veramente poco edificante di Lot e della sua famiglia viene raccontata dal poeta con tre sonetti. Nel primo, intitolato “Lotte a casa”, si racconta di come il patriarca offra a due pellegrini una generosa ospitalità.
Cor zu’ bravo sbordone a manimanca,
du’ pellegrini, a or de vemmaria
cercaveno indov’era l’osteria,
perch’uno aveva male in d’una cianca.
Ce s’incontra er zor Lotte e je spalanca
er portone dicenno: “A casa mia”.
E loro je risposeno: “Per dia
dimani sarai fìo dell’oca bianca”.
Quelli erano du’ angeli, fratello,
che ar vedelli passà li Ghimorrini
se sentinno addrizzà tutti l’ucello.
E arrivonno a strillà, fiji de mulo:
“Lotte, mannece giù li pellegrini,
che ce serveno a noi pe daje in culo”.
Il secondo sonetto, intitolato “Sara de Lotte”, racconta a modo suo la disavventura della curiosa Sara.
Disse l’angelo a Lotte tal e quale:
“Tu, le tu’ fije, e la tu’ moje Sara
currete sempre giù pe la Longara
senza mai guardà arreto a lo Spedale”.
Però la moje, ficcanasa e avara,
ammalappena l’angelo arzò l’ale,
svortò la testa, e diventò de sale
mejo de quer che danno a la Salara.
S’oggigiorno tornassino ‘ste cose,
dico de diventà sale in un zarto
tutte le donne avare e le curiose.
Co le molliche sole de lo scarto
ce se farebbe un ber letto di rose
a ‘sti ladri futtuti de l’apparto.
Il terzo sonetto, intitolato “Lotte ar rifresco”, con umorismo inarrivabile racconta il celebre adulterio all’interno della famiglia di Lot.
Già a Sodema e Ghimorra ereno cotte
tutte le gente arrosto come trije,
e de tante mortissime famije
pe caso la scappò quella de Lotte.
Curze er Padriarca finamente a notte
senza mai pijà fiato e staccà brije:
ma qua, siconno er zolito, a le fije
je venne fantasia de fassi fotte.
Ma pe via che nun c’era in quer contorno
neppuro un cazzo d’anima vivente,
disseno: “E’ bono tata”: e l’ubbriacorno.
Poi fatteje du’ smorfie ar dumpennente,
lì da bone sorelle inzin’a giorno
se spartirno le bòtte allegramente.
Le disavventure di Giuseppe sono tali da competere al giorno d’oggi con le più lacrimevoli “soap” della televisione. Riportiamo sull’argomento due sonetti. Il primo, intitolato “Giusepp’ abbreo I°” riguarda le prime vicissitudini in Egitto.
Certi mercanti, dopo ditto: aéo,
se sentinno chiamà drento d’un pozzo.
Uno ce curze all’orlo cor barbozzo,
e vedde move, e intese un piagnisteo.
“Cazzo! Qui c’è un pivetto pe’ san Gneo,
come un merluzzo a mollo inzino ar gozzo!”
Caleno un zecchio: e su, fracico e zozzo,
azzecchece chi viè? Giusepp’abbreo.
L’asciutteno a la mejo cor un panno,
je muteno carzoni e camiciola,
e poi je danno da spanà, je danno.
E doppo, in cammio de portallo a scòla,
lo vennérno in Eggitto in contrabbanno
pe quattro stracci e un rotolo de sòla.
Il secondo sonetto su Giuseppe (“Giusepp’abbreo II°”) riguarda l’occhio concupiscente che su di lui mette la moglie di Putifarre, che era il suo padrone.
In capo a una man-d’anni er zor Peppetto
addiventato bello granne e grosso,
la su’ padrona, jotta de guazzetto,
j’incominciò a mettéje l’occhio addosso.
Ce partiva cor lanzo de l’occhietto,
sfoderava sospiri cor palosso:
inzomma, a fàlla curta, dar giacchetto
lei voleva la carne senza l’osso.
Ecchete ‘na matina che a sta cicia
lui j’ebbe da portà cert’acqua calla,
la trova sur zofà senza camicia.
Che fa er cazzaccio! Butta lì la pila;
e a lei che te l’aggranfia pe ‘un spalla
lassa in mano la scorza e marco-sfila!

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