Il grane Carlo Porta.

Carlo Porta è un poeta che occupa un posto di assoluto rilievo nella storia della letteratura italiana. In altre parti di questi miei scritti ho deprecato la difficoltà di comprensione del dialetto milanese che ci impediva di gustare i fluidi versi di questo grandissimo poeta. Anche Gioacchino Belli deve molto al poeta milanese la cui produzione precede di pochi anni la propria. Belli si recò a Milano per un cospicuo periodo e poté conoscere quella produzione poetica in vernacolo. Fu una sorta di conversione: da quell’esperienza il poeta romano seguì passo per passo il poeta milanese. Molte sono le caratteristiche che accomunano il Belli e il Porta. Dal nostro versante ci preme sottolineare la caratteristica di essere entrambi genialmente licenziosi senza minimamente essere sfiorati dalla volgarità.
Di Carlo Porta si potrebbe parlare a lungo. Tra le sue peculiarità vi è una pronta schiettezza popolare che si esprime con una forza nel contempo fluida e rude. Il suo mondo è popolato d donne da trivio, di poveri diavoli, di preti, di beghine, di dame, di taverne, di postriboli, di catapecchie e di palazzi nobili, il tutto trasfuso in una poesia che a volte diviene alta, molto alta.
Prendiamo in considerazione alcuni componimenti poetici del Porta, anche se siamo impossibilitati a gustarne appieno l’espressività linguistica originaria.
Di immenso valore artistico è la composizione “La Ninetta del Verzée”. Si tratta di un lungo, traumatico, patetico sfogo che la prostituta Ninetta fa a un suo cliente abituale. Racconta i suoi guai, le sue sventure, la sua infelice vita con la verità e la forza espressiva che deriva dalla lingua effettivamente parlata.
Ninetta è una povera disgraziata, ma è fiera e battagliera. Il suo essere “vera” nella narrazione della sua vita sfortunata ce la imprime nella mente e ce la fa collocare tra i personaggi indimenticabili.
All’inizio rimprovera il suo buon cliente Baldassarre di farsi vivo troppo raramente.
“Bravo il mio Baldassarre! Bravo il mio ometto! Era ora che mi venissi a trovare… Lo sai mattacchione porco che quasi quasi è un mese che non vieni a fottermi? Ah, Cristo! Cristo! Come sono fredde queste mani! Piano piano… aspetta un attimo… tu vuoi gelarmi, caspita! Che ghiaccio! Ahi le mie tette! Che bel coglione, non sono mica uno scaldaletto”.
A poco a poco inizia un crescendo della narrazione retrospettiva, fatta di malinconici e tragici ricordi, in un fluido miscuglio di patetico e comico. Di grande effetto è la scena della prima seduzione.
“Senti adesso, questo ruffianone strozzato che tiro, figlio di una negra, mi ha giocato. Prima di tutto devi sapere che, fino a vent’anni fa, quando ho perso la mia povera mamma, la mia zia… mi ha preso in casa sua e tenuta al pari di una sua figlia vera e propria. Questa mia zia… in quel tempo aveva per amante un garzone di pasticciere, forte, tracagnotto che stava lì nella porta e nell’uscio accanto. Mi raccontano che costui avesse sotto un pestello da mortaio massiccio, ma basta, fosse poi per questo biscotto, o per quelli del mestiere ch’egli le portava, il pasticciere era lui che la fotteva. Ora si dà il caso che costui abbia anch’egli un ragazzo che non è altro che quel porco farabutto che mi è costato in questi giorni tanto travaglio… Fino a che si era ragazzetti di dieci, undici, dodici anni, ci si faceva qualche carezza e ci si dava qualche bacino, e poi ci si addormentava come lasagne; ma quando abbiamo cominciato a sentire il solletico verso le zone basse ci siamo accorti di avere altre esigenze un po’ più gagliarde rispetto a quelle del sonno”.
Piano piano, a forza di stare con il suo Pepp (che ci si rivelerà un vero bastardo che ridurrà Ninetta sul lastrico) la ragazza apprende i primi rudimenti sessuali. Su insistenza del ragazzo qualche volta lei prende il pene in mano, ma non vuol cedere alle pretese di Pepp e cerca di difendere la propria verginità. Ma con l’inganno Pepp minaccia di uccidersi brandendo un coltello, se lei non gli si concederà. Il buon cuore di Ninetta si rassegna alla capitolazione.
E lì in terra el cortell, in aria el cioll;
lècchem, basem, stroffignem, brascem strecc;
‘Ninin… tas… lassem fà… pensa nagotta’;
Sto fioeul d’ona vacca el me l’ha rotta!
Snocciolando uno a uno gli episodi salienti della sua vita, si passa di volta in volta dalla farsa alla tragedia. L’ingenua che seguendo il sentimento si lascia rovinare la vita da questo Pepp, sembra essere quasi rassegnata quando dice: “Gliel’ho baciato, menato, gli ho dato di tetta, ma di rifarmelo… ohi! tié” e fa il gesto dell’ombrello. Il passato è lì a suscitarci il sentimento dell’impotenza.
Un’altra celebre poesia del poeta è l’invettiva che egli immagina che le puttane rivolgono a delle dame “caritatevoli” dell’alta borghesia che si sono date il compito di purificare Milano dall’eccessiva presenza di prostitute.
“Maledette damacce del biscottino, tanto chiasso tanto fracasso contro le puttane! Perché? Perché la danno per poche monete e non la danno sotto il baldacchino? Vergogna! Tacete là che lo sappiamo anche noi per che cosa abbaiate; abbaiate, abbaiate perché siete vecchie megere che ammorbate, che non vuol rifilarsele più nessuno. E quando eravate belle, giovani e grassottelle e sode e prosperose, dite, o gran dame, eravate così nemiche del cazzo? La davate forse via per niente? Niente un corno! le mie delicatone, domandatelo un po’ ai vostri cavalier serventi che cosa hanno speso ogni volta per metterlo dentro in quelle vostre illustrissime figazzone. E i palchi e le carrozzelle e i sorbettini e i ferragosti e le cene mascherate e gli accordi e i biglietti e le feste, le entrate ai vari spettacoli sono danari, facce di porche! o fagiolini? E poi ci avete il mostaccio, vecchiacce orribili, di rompere il culo al Governo per far escludere quelle ragazze che la danno per un mezzo scudo? Silenzio là non siete neanche degne di stargli alla pari”.
La foga polemica verso certe donne la ritroviamo anche in questo sonetto i cui strali sono rivolti a una donna che aveva il pessimo vizio di offendere il poeta di fronte a terzi.
“E’ poi ora di finirla cara lei con quel vizio di darmi sempre del minghione in presenza di Caio, a Tizio; che ce ne ho proprio abbastanza di ricevere di questi servizi, e sono lì per dirle dietro, anch’io qualche pezzo d’ufficio. Sangue! è curiosa! Se pure fossi tutto coglioni e minghioni, sta poi a lei fare la smorfiosa? Sta poi a lei con quel bugigattolo che ci ha in mezzo alle cosce da andarci dentro col tiro a quattro”.
Non c’è dubbio che la mentalità femminile interessava molto Carlo Porta, nel bene e nel male. Nel sonetto che riportiamo tradotto vi è una benevola ironia per un modo di pensare a volte peculiare delle donne.
“A proposito, Illustrissimo, di vaccino, senta, se vuol ridere, questa che sarà un mese che mi è successa nel far vaccinare la Barberina. C’era in casa del dottore una mammina che era preoccupata molto per scegliere il posto dove far innestare il vaiolo alla sua piccina. Non qui, perché qui dà troppo nell’occhio, non là, perché là si vedrà, qui neanche, perché ci resta il segno dei buchi. Tira, molla, un mondo di ragioni, finché il medico per farla acquetare ‘le facciamo l’innesto, dice, sulle cosce?’ ‘Oh che pezzo di minghione (esclama questa giovane signora all’improvviso) sulle cosce? Giusto così, ancora più in vista!’”.
Per ultimo riportiamo uno dei gioielli più belli della produzione portiana. E’ un sonetto icasticamente meraviglioso sull’apprendimento sessuale dei giovani. Il verso finale è divenuto proverbiale a Milano, ma anche in tutt’Italia.
“Dormivano due ragazze e tutt’e due attaccate nella stanza da letto della mammina. Vergini ugualmente tutt’e due, ma in quell’età che comincia a prudergli la passerina, tanto che a dispetto della verginità, si raccontano tra loro una mattina del gusto che può dare un cazzo in tiro, e della forma che può far più scintille. Una dava il vantaggio al corto e grosso, l’altra al lungo e sottile e nel parlare dicevano belle cose pro e contro; quando stufa la mammina si mette a gridare con tutta la voce: Cosa ne sapete voi? Duro e che dura, e zitte smorfiosette”.

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