Ernesto Ragazzoni e Orta

Ernesto Ragazzoni fu giornalista e poeta caustico, nato nel 1870 ad Orta, località che si fregia del bel lago. Da giovane si licenziò dal suo lavoro di contabile e la sua bravura nello scrivere gli permise un’ottima carriera nel giornalismo.
Aveva un carattere indipendente ed anticonformista. Una volta ebbe a dire: “Io tratto seriamente soltanto la gente seria… ma siccome non ne trovo mai, così rido sul muso di tutti… a cominciare da chi mi fa la morale”.
L’opera poetica di Ragazzoni, che possiamo genericamente inquadrare nella scapigliatura milanese, ha poca attinenza con l’erotismo, poiché egli, pur volendo bene alle donne, ha amato pericolosamente di più il vino.
“O nel tino bolla, o esulti / negli inculti / ampi fiaschi del villano; / o tu tenga compagnia / per la via / a chi va solo e lontano; / sempre, ovunque, io mi t’inchino / cittadino / d’ogni tempo e d’ogni clima; / primo ed unico rimedio / a ogni tedio, / primo soffio d’ogni rima. / Dopo un sorso / un altro! Esausto / cada Fausto / nella polve dei suoi studi; / sogni folli sogni audaci / e fra i baci / s’addormenti il libertino! / A me un calice! Ed il mondo / quando è tondo, / s’aggomitoli in un tino”.
Una volta disse alla moglie (che ha sempre molto amato): “Quando non ci sarò più, se qualche amico di buona volontà vorrà raccogliere le mie poesie e i miei scritti, non potrò certo oppormici. Ma te ne prego, se qualcuno farà la prefazione, bada che non mi prenda troppo sul serio. Non vorrei, per esempio, una biografia che dicesse solennemente: E. R. nacque ai tanti del mese dell’anno tale, e morì… come se si trattasse di un uomo celebre qualunque. E se aggiungesse poi che studiai all’Istituto tecnico di Novara ed ebbi il diploma di ragioniere? Penso quanto sarebbe buffo di far sapere al mondo che quel mattacchione di Ragazzoni era ragioniere”.
L’autoironia di Ernesto Ragazzoni è davvero il suo forte. Lasciò questo mondo all’età di cinquant’anni, sicuramente per il troppo amore del vino. Raccomandò agli amici, ancora una volta, toni assolutamente dimessi al momento del fatale passaggio:
“Quando, uditemi amici, quando avvenga / che questa che mi rosica cirrosi / il fegato e dintorni m’abbia rosi, / come cirrosi fa che si convenga, / quando il medico, chiusa la sua cura, / ordinerà ‘portatelo pur via!’, / io voglio, per andar a casa mia / sotterra, una magna sepoltura.”
Riportiamo un paio di frammenti di poesia spregiudicata:
O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio,
l’alto e solo benefizio
che quaggiù non soffre strazio…
che accomuna in un sol dazio
ogni Caio e ogni Tizio.
Che quaggiù ci sia sol spazio
per un cazzo e un orifizio,
ognun gridi mai non sazio
fino al giorno del giudizio:
O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio.

Io non vi parlerò di cose strane.
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d’altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro.
Lettor, se non ti piace, torna indietro.
Il componimento che segue allude a una scoperta (cervellotica) prodigiosa per guarire dalla sifilide:
OMAGGIO AL 606
Un moderno talentone
Fece or ora un’invenzione
Presso a che incredibile:
Ha inventato questo tale
Un antidoto ideale
Contro la sifilide.
Lode al cielo! Le puttane
Ridiventan tutte sane
E a un dipresso vergini;
Gli ospedali sono in crisi,
Già scompaion certi avvisi
Dalle quarte pagine;
E siringhe e irrigatori,
Messe all’asta dai dottori,
Servon da giocattoli.
E’ così scomparso il male,
Che persin la capitale
Del regime Ungarico
D’ora innanzi nuda e cruda
Si dirà soltanto Buda,
Perché il Pest si liquida.
Sottolineiamo che, al fine di comprendere la battuta finale, i termini “peste” e “impestato” venivano comunemente usati per indicare la malattia e l’avvenuto contagio.
La poesia licenziosa più nota del Ragazzoni è certamente la seguente. Essa era nata da un’occasione banale (un vespasiano collocato nella piazza del paese) e non vi era nessuna intenzione da parte del poeta di rendere la composizione di pubblico dominio tramite stampa. Fu un fratello di Ernesto che giocò il tiro burlone di passare il foglio scritto alla redazione di un giornale locale.
L’APOTEOSI DEI CULI D’ORTA
Culi d’Orta, esultate! O culi avvezzi,
quando mettete a nudo il pensier vostro,
a cercare un asil con tutti i mezzi,
come pudiche monache in un chiostro;
culi costretti ai luoghi ignoti e soli
all’ombra dei deserti muriccioli;
Culi che conoscete la puntura,
fra i grigi sassi dell’audace ortica,
onde se avvien che in qualche congiuntura
udiate il passo di persona amica,
e voi, timidi, al pari di lumache
tornate a rimpiattarvi nelle braghe;
Culi randagi, che un desìo ribelle
spinge talora a pitturar sul Monte
I bei pilastri delle pie cappelle;
culi d’Orta, levate alta la fronte!
finito è il tempo più malvagio ed empio:
Orta vi eresse finalmente un tempio:
O che cuccagna, culi miei, che bazza!
Non più i luoghi remoti o il nudo scoglio,
ma la gloria e il trionfo della piazza:
non più gli anditi bui, ma il Campidoglio.
O culi, voi ben lo potete dire
che vi è spuntato il sol dell’avvenire.
Per amor vostro mani premurose,
che d’ogni pianto asciugano le stille,
han tratto fuori da miniere ascose
dei biglietti magnifici da mille,
e, per il buco vostro, con islancio,
ne hanno fatto uno pure al bilancio!
Lodate dunque, culi d’Orta, i cieli!
Cularelli innocenti degli asili,
immensi tafanari irti di peli,
culi di tutti i sessi e tutti i stili,
ognuno di voi parli in sua favella,
come la pellegrina rondinella.
E ognun colla sua voce naturale,
sospir di flauto, sibilo di fionda,
sussurro di strumento celestiale
o rauco suono di tartarea tromba,
ognuno, in segno di ringraziamento,
innalzi verso il cielo il suo contento.
E tu paese mio, Orta, che sogni
tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni,
accogli frati al Monte e in piazza… merde,
esulta, perché il cielo a te propizio
non lasciò mancar nulla all’orifizio.

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