Antonio Beccadelli detto il Panormita.

Antonio Beccatelli detto il Panormita (1394-1471) fu un importante umanista. Nel 1425 pubblicò un libro di epigrammi in latino, “Hermaphroditus”, nel quali il distico elegiaco aderiva perfettamente a tonalità intime e colloquiali, giocando in modo felice con l’improperio e con l’osceno, sull’esempio di vari autori latini come Catullo e Marziale.
Il Panormita (da Palermo, sua città natale) fu segretario, biografo, ambasciatore di Alfonso V d’Aragona, e fondatore a Napoli dell’Accademia umanistica che successivamente sarà guidata da Giovanni Pontano.
L’opera giovanile “Hermaphroditus” ebbe un enorme successo di scandalo a causa del suo contenuto osceno. Ma ebbe anche il plauso di veri letterati (non moralisti) che ne apprezzarono la grande eleganza formale, tanto che fu definito il “nuovo Teocrito”, evocando la naturalezza e l’eleganza del poeta greco.
Riportiamo alcuni epigrammi in traduzione, non potendo purtroppo in questa sede evocare la bellezza del suo latino.
ALLE MATRONE E ALLE CASTE VERGINI
Stattene lontana di qui, o Matrona, te ne prego, chiunque tu sia; e parimenti tu, pudica vergine. Io mi slaccio e mi spoglio e la mia musa è sopraffatta dalle molte libagioni. Rimanga Nichina e legga i versi procaci, essa è abituata, come Orsa, a vedere gli uomini in veste adamitica.
DI ORSA MONTATA A CAVALLO
Quando la mia Orsa vuol divertirsi mi monta a cavallo; io sostengo il suo peso ed essa il mio. Se ti piace, Orsa, di essere a cavallo, sprona dolcemente e dimena le anche, se no Priapo piegherà sotto il peso. Bada poi di non richiedere di rinnovare la corsa: se anche tu lo volessi, Orsa, io non lo potrei volendolo.
DI CORVINO CHE CUSTODISCE CON CURA IL SUO VINO E NON SUA MOGLIE
Corvino tiene sotto chiave e con serratura la sua botte e non chiude con serratura il giardino di sua moglie. Guardingo della botte, è prodigo di sua moglie poiché le bellezze di sua moglie non si esauriscono, ma la botte si svuota.
DELLA LIBIDINE DI ORSA E DEL SUO NASO
Se un grosso naso è indice di molta libidine, la libidine di Orsa si stende fino ai piedi. Ma se la molta libidine è indice di un grosso naso, Orsa, deve arrivarti fino ai ginocchi.
A MATTIA LUPI, ZOPPO MALEFICO
Non so chi abbia sparlato della nostra musa; se non erro fu Lupi. A lui sembra che sia troppo lasciva; egli è di leggeri costumi e questa è di versi leggeri. Aggiungi che costui non cammina su piedi uguali, e che pur la nostra musa consta di versi impari. Se incolpa i miei versi, deve incolpare se stesso; ma se sei saggio, taci, o vecchio mostruoso.
CONTO MAMORIANO, UOMO DELLA PEGGIOR SPECIE
Se tu avessi sulle spalle tanti peni quanti ne prendesti e li portassi, tu saresti più forte di un bue, o Mamoriano.
LEPIDINO CHIEDE ALL’AUTORE PERCHE’ CHI UNA VOLTA S’E’ RESO SODOMITA PIU’ NON SI ASTIENE
Perché, o cantor di scherzi, chi una volta si rende o fa il sodomita, non la smette più? Un bretone, anche grossolano, appena l’ha provato, cerca in questo genere d’amore di gareggiare con Siena. Napoli, la cede ai Galli, Firenze ai Cimbri se il caso dà ad essi un fanciullo a modo. Chi una volta si è congiunto a maschi non se ne può più astenere.
LODE DI ALDA
Le grazie e Venere presero per dimora gli occhi di Alda, sulle sue labbra ride Cupido in persona. Essa non minge e se minge minge balsami; essa non evacua e se evacua evacua viole.
CONTRO IL MORDACE ODO
Odo dice che la mia vita non è pudica: questa idea egli concepisce dai miei scritti. Odo non deve aver letto il tenero Catullo, né certo vide te, o circonciso Priapo. Perché dovrò ritenere per me turpe ciò che non lo fu per Marco, per Marso, per i Pedoni e per tutti gli altri? Lascia che io abbia ad errare insieme con tanti altri poeti, e tu, o Odo, credi, col volgo, ciò che vuoi.
A QUINZIO, COME POSSA PROCURARSI L’EREZIONE
La tua verga è tesa, per quello che non ami, o Quinzio, ma se qualcuna ti piace non la puoi drizzare. Chi lo vuole si metta un dito nell’ano; così soleva fare Paride con Elena.
A MINO PERCHE’ NON VOGLIA CASTRARE IL LIBRO
Mino, tu vuoi che io castri i miei versi, così stimi possano piacere a tutti. Mino, io non voglio certo castrare il mio libro: Febo ha il brando e Calliope il fodero.
CONTRO IL SODOMITA MATTIA LUPI
Se, o Lupi, Isbo mangia nella tua cucina, perché non obbedisce ai tuoi comandi? Se tu, qual maestro, gli insegni la grammatica, perché ti batte spesso la tenera mano? Io non conosco gli oracoli di Tiresia né l’arte degli aruspici ma per congettura e per ragione conosco l’una e l’altra cosa.
LAURIDIO PARTECIPA ALL’AUTORE IL SUO ARDENTISSIMO AMORE
Un amore sorto a Perugia mi travaglia e mi fa dimenticare il Senese. Ahimé! un amore perugino mi prende e mi travaglia. Possa la prole perugina piacere al sommo Giove, grata sarebbe la stirpe perugina ai supremi dei. Carlo, insigne per bellezza e per la grazia naturale mi possiede e col suo tenero piede preme il mio collo.
A LAURIDIO, RISPOSTA AL SOGGETTO DEL SUO AMORE
A te un amore perugino ti domina e ti travaglia come vuole, io son preso dalla mia Lucia, ninfa senese. A te e al supremo Giove piaccia la gente di Perugia purché la mia ninfa senese mi ami. Ella non ha nulla di mortale, eguaglia le dee per i costumi e la bellezza, questa sarebbe degna di essere rapita da Giove.

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