Sua Eccellenza il Treponema Pallido.

Sua Eccellenza il Treponema Pallido fece il suo solenne ingresso sulla scena europea nel 1493, un anno dopo che Cristoforo Colombo era approdato sulle isole dell’Antille.
Tra il 1493 e il 1495 una terribile epidemia esplose tra le truppe di Carlo VIII, composte da soldati di varia provenienza, che avevano toccato vari punti della nostra Penisola fino a Napoli, guadagnando poi la Francia dopo la battaglia di Fornovo.
Tale forma galoppante della sifilide a rapido contagio, fu messa subito dagli stessi contemporanei in relazione con il ritorno dalle Americhe degli uomini di Colombo nel 1493, con localizzazione a Barcellona. Il problema temporale di quando la sifilide sia apparsa in Europa resta senza una risposta sicura ed univoca, poiché se è vero che la diffusione massiccia è esplosa dopo il 1493, non mancano molti esempi documentati e certi che la malattia è stata presente in forma sporadica fin dall’antichità.
Si tratta di un male subdolo e lento che dopo la prima manifestazione cutanea resta latente per anni prima di dare i devastanti segni scheletrici e neurologici che portano alla così detta “paralisi generale” di cui soffrì tra gli altri lo scrittore Maupassant.
Di fronte a testimonianze letterarie del passato non possiamo non confrontare la sintomatologia con le forme attuali della malattia. Dopo il contatto con l’agente patogeno vi è un’incubazione silenziosa di 2-5 settimane. La fase “primaria” si presenta con una pustola indolore sul punto di inoculazione, in genere sugli organi sessuali, accompagnata da gonfiore delle ghiandole satelliti. La fase “secondaria” si presenta con delle lesioni cutanee sul corpo, molto contagiose, indicate col nome suggestivo di “roseola” e “collare di Venere”. Poi, dopo un intervallo che può durare cinque, dieci e perfino venti anni, si arriva alla fase “terziaria” con gravi lesioni, dette “gomme”, a livello della pelle, delle mucose e delle ossa. Se viene interessato il sistema nervoso si ha la tabe, una specie di paralisi, che progredendo conduce alla demenza e poi più lentamente alla morte.
Alla domanda se la sifilide sia stata introdotta in Europa dagli uomini di Colombo, bisogna dunque rispondere sì e no. Certamente la forma epidemica e virulenta arrivò dalle Americhe, per l’apporto amerindo innestato nel particolare terreno immunitario dei marinai stressati. A cavallo tra il 1493 e il 1494 a Barcellona compare una malattia epidemica, con eruzioni cutanee, dall’esplosione acuta, spesso mortale. Tale epidemia si differenzia da quelle distruttive ampiamente presenti nel medioevo come per esempio la peste o il colera, per la peculiarità della trasmissione venerea.
Nel 1495, un medico militare, Marcello Cumano, così descrive la pandemia: “Molti scudieri e fantini erano coperti di pustole sul viso e su tutto il corpo, che iniziavano in genere dal prepuzio o dal glande, e producevano prurito. All’inizio avevano talvolta delle piccole vesciche che per effetto del grattarsi ben presto si ulceravano. Qualche giorno più tardi, sopraggiungevano acuti dolori alle braccia, alle cosce, ai piedi, con delle grosse pustole, che duravano anche un anno e più”.
Tale descrizione si riferisce alla spedizione di Carlo VIII ed individua con chiarezza le caratteristiche peculiari della sifilide: ulcera iniziale, dolori atroci ed estesi, contaminazione venerea.
Dopo aver infuriato per una dozzina d’anni, il male perse parte della sua virulenza e non uccise più immediatamente come prima. Gli individui affetti ebbero il tempo di osservare negli anni la lunga sequela di deformazioni e mutilazioni, al pari dei lebbrosi.
Per escludere che la malattia sia stata importata “ex novo” dagli uomini di Colombo, basta considerare i numerosi documenti che ci danno conto di come la sifilide, nella sua forma sporadica, sia presente in Europa fin dall’antichità. Nell’antichità e nel medioevo a causa della brevità della vita media, perlopiù non si faceva in tempo a vedere il terzo stadio della malattia, e forse neppure il secondo. Poi, essendo tempi gravati da terribili condizioni sanitarie, le tante cause di lesioni e difformità si confondevano l’una con l’altra.
La pandemia della fine del XV secolo, introducendo per la prima volta un rapido decorso della malattia, la mostrò con caratteristiche completamente nuove rispetto al passato. Infatti i medici dell’epoca sottolinearono la novità del morbo le cui modalità li sconcertavano.
I contemporanei di Colombo notarono la coincidenza dell’epidemia e del ritorno dall’America. Nel maggio 1493 Cristoforo Colombo viene trionfalmente accolto a Barcellona; agli inizi del 1494 si manifesta in modo conclamato la pandemia nella stessa Barcellona.
Sull’ipotesi della causa americana puntò subito anche la Chiesa, avendo così l’opportunità di colpevolizzare le condotte poco morali dei conquistadores e di richiamare quindi con forza la necessità della continenza sessuale. Purtroppo nella storia non si è mai risolto alcun problema sanitario né di altro genere con il moralismo!
Il termine sifilide lo coniò Fracastoro nel 1530 e tra i vari sinonimi è stato usato “mal napoletano” dai francesi e “mal francese” dai napoletani e non solo.
Per ciò che riguarda l’ulteriore diffusione dall’Europa verso il resto del mondo, Vasco de Gama portò la malattia in India nel 1498 e nel 1505 essa arrivò in Cina. Nel 1506 morì di sifilide il vescovo di Creta.
Tantissimi uomini importanti ne furono affetti. Sembra che la satiriasi di Enrico VIII sia dovuta appunto a questa condizione. Infatti per venticinque anni di matrimonio il monarca inglese si comportò da marito tranquillo. Dopo la malattia cambiò in dieci anni ben cinque mogli, introdusse in sede stabile le prostitute a palazzo e precipitò in una senilità precoce, prendendo gravi e audaci decisioni come quella di creare una chiesa nazionale, fuori dalla comunità cattolica.
Di fronte a questa malattia i rimedi approntati dalla medicina lasciarono molto a desiderare circa l’efficacia. Nel 1560 si cominciò a usare una mistura a base di mercurio, descritta nei particolari da Gabriele Falloppia nella sua opera “De Morbo Gallico”. Come misura preventiva si approntò un manicotto di tela da sistemare “in loco” (un rudimentale preservativo), che Madame de Sévigné definì “una garza contro l’infezione, una corazza che difende dall’amore”.
Se l’amore e il sesso già racchiudono di per sé una certa follia, con l’avvento trionfante del Treponema Pallido la follia in amore ha contraddistinto secoli di storia.
Inevitabilmente i discorsi sulla sifilide sono sfociati nei discorsi sulla necessità di combattere la prostituzione e di chiudere i bordelli.
Purtroppo le buone intenzioni hanno ottenuto il contrario dei risultati sperati. Le “case chiuse” hanno costituito un certo baluardo contro la malattia finché sono restate aperte e ben gestite. Così l’Ottocento ha registrato un declino delle malattie veneree in genere, contrariamente al Novecento che ha visto insieme al successo dei moralizzatori una certa ripresa del contagio, nonostante la messa a punto di presidi farmacologici sempre più efficaci.
Con la chiusura dei bordelli ha preso piede una prostituzione incontrollabile, che è andata a ingrassare sempre più i bilanci della malavita organizzata. I contaminatori incontrollati e insospettabili si sono moltiplicati: tra le donne perlopiù le prostitute occasionali e anche le signore della buona borghesia; tra gli uomini soprattutto i lavoratori immigrati interni ed esterni.
Nel mondo militare, storicamente la via di contagio più attiva, si è cercato di adottare misure di educazione e di profilassi, per cui, venendo progressivamente verso i nostri giorni, i soldati non sono stati più i soggetti su cui preliminarmente puntare il dito.
La stessa cosa, guardando alla storia, non possiamo dire delle soldataglie di Carlo VIII che nell’assedio di Napoli si scoprirono ricoperti di pustole pruriginose e dolorose che elargivano generosamente alle donne con cui avevano contatto lì e successivamente nel loro lungo percorso.

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