Pan

Nel politeismo greco-latino, il dio Pan era figlio di Ermete e di una ninfa, dio dei pastori, dei boschi e delle greggi. In una parola era il simbolo della natura intera (pan=tutto).
Di solito lo si rappresenta villoso, con due corna alla sommità del capo, le orecchie appuntite, le cosce di capra e zoccoli al posto dei piedi.
Pare che la sua passione fosse il flauto che suonava nei luoghi più fitti della foresta. Il flauto era formato da sette frammenti di canna di lunghezza decrescente, tenuti insieme con la cera. Questo strumento, chiamato “siringa”, prendeva il nome da una ninfa che si era gettata nelle acque del Ladone per sfuggire all’inseguimento del dio. Pan, nella concitazione, cercò di afferrarla ma non riuscì a stringere che un mazzo di canne.
In quelle canne si ripercosse l’eco del suo gemito triste, come avrebbe fatto in seguito il nuovo strumento.
La presenza musicale del dio si amalgamò col palpito della natura, e ciò per i panteisti divenne sinonimo del tutto.
Quell’arcana melodia esprimeva anche un senso di smarrimento e di terrore davanti ai moti imprevedibili della natura e davanti alla febbre del desiderio che spesso agita uomini e animali.
Gli antichi racconti ci narrano delle frequenti apparizioni del dio, del “timor panico” che produce delle travolgenti cavalcate a cui la sua immagine venne da allora associata.
Gli “inni orfici” esprimono bene quella misteriosa universalità. Uno di essi dice: “Invoco Pan, dio potente, dio pastorale, tutto l’universo, il cielo, il mare, la terra sovrana e il fuoco immortale poiché sono queste le membra di Pan, il dio, i cui accordi melodiosi celebrano la vita universale, il dio dai mille nomi, il padrone sovrano del mondo, da cui tutto nasce, da cui tutto è generato…”.
Nelle sue “Opere morali”, Plutarco racconta che al tempo di Tiberio un vascello che percorreva le coste del mar Egeo fu improvvisamente fermato dalla caduta del vento. Calata la sera si sentì dall’alto dei cieli una voce che ingiungeva al pilota di gridare, non appena il vascello avesse toccato terra: “Il Grande Pan è morto”. Il pilota ubbidì e allora dei gemiti strazianti riecheggiarono in ogni angolo della terra e dappertutto ci furono i segni del lutto per il dio.
Più tardi, i cristiani, adusi a interpretare ogni cosa a propria apologia, videro tale avvenimento come l’annuncio della fine del paganesimo.
In latino Pan si chiamava Lupercus che secondo la tradizione aveva ucciso la lupa nutrice di Romolo e Remo. I romani ne celebravano la festa il 15 febbraio, e tali solennità, chiamate “Lupercali”, rimasero in auge fino al V secolo.
Nel corso di tali feste i luperchi, nudi, dopo essersi aspersi con sangue di capra e di cane e lavati col latte, percorrevano le strade frustando la folla con cinghie di cuoio, tra la generale esplosione di motteggi osceni a sfondo sessuale.
Pan era la comparsa d’obbligo nei cortei dionisiaci e la sua attività erotica era senza tregua e illimitata. Veniva rappresentato in stato itifallico e condivideva con Dioniso il regno delle gioie dei sensi.

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