Caio Petronio Arbitro

Caio Petronio Arbitro fu uno scrittore latino di origine gallica, essendo nato a Marsiglia verso l’anno 20. Morì a Roma nel 66 d.C.
Fu l’autore del “Satiricon”, opera licenziosa scoperta nel XVII secolo.
Sembra sia stato Nerone a chiamarlo “l’arbitro dell’eleganza”. Tacito ci racconta che morì aprendosi le vene dopo aver inviato all’imperatore un romanzo a chiave, che rivelava diverse turpitudini da lui commesse.
Il soprannome di Arbiter gli fu attribuito con certezza dal copista del “Satiricon” il cui primo manoscritto fu scoperto a Milano nel 1476. Tale manoscritto comprendeva la prima parte della Cena di Trimalcione, di cui gli altri frammenti, più o meno autentici, furono scoperti a mano a mano fino al 1668.
Il “Satiricon” è un romanzo di costume e di avventure, dove troviamo, oltre alla Cena di Trimalcione, anche il racconto della Matrona di Efeso. Per il resto abbiamo due soli libri, il XV e XVI, nei quali l’autore enumera tutti i piaceri dell’epoca, con un forte senso dell’umorismo e senso di complicità.
Gli affreschi di Pompei ci potrebbero suggerire lo scenario di quest’opera che preannuncia i deliri e le delizie del dissoluto Eliogabalo. Con serena spudoratezza si aggira in quegli scenari una piccola folla di ladruncoli, di bagnini, di efebi e ci si compiace del racconto delle peggiori imprese.
Il testo è in prosa ed è disseminato di piccole poesie, spesso delicate e piene di grazia.
Dal personaggio di Gitone, amante del narratore, hanno preso il nomignolo quei ragazzi che cedono alle colpevoli brame dei più anziani.
“Giunto nel cubiculum, mi misi a letto con il mio piccolo vicino. Infiammato da quella carne succulenta, con il sesso in mano brandito come uno spiedo, mi inabissai nella più calda delle voluttà:
Quel che fu questa notte, o dei, o dee!
Che letto dolce! Che amplesso di fuoco!
Passavano di qui a lì nelle nostre labbra ardenti
le nostre anime vagabonde. Fuggite, pensieri di morte!
Io muoio di piacere.”
Le sregolatezze dei personaggi del “Satiricon” non sono a senso unico, passando dall’una all’altra con grande facilità. Il protagonista, davanti ai baci tra Gitone e Trifena non sa se deve prendersela con il suo giovane amante perché ha sedotto la sua donna, o con la sua donna perché gli ha sedotto l’amante.
Vengono qui anche svelati i misteri degli ieroduli: l’introduzione del fallo di cuoio nell’ano e la flagellazione di probabile origine rituale, poi degenerati.
Per la prima volta, in quest’opera, appare un accento di galanteria nell’amore tra un uomo e una donna: le lettere di Circe e di Poliseno sono in questo senso significative. Comunque nel complesso dell’opera è presente una certa misoginia, come dimostra il brano seguente:
“Affida ai venti la tua zattera, ma non il tuo cuore alle follie
poiché l’onda è più sicura dei giuramenti femminili.
Nessuna bontà nelle donne, o se in qualcuna appare l’ombra del bene
ciò significa che, non so per quale destino, il peggio è divenuto il meglio.”

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