François Rabelais

François Rabelais è uno scrittore francese, nato a Chinon nel 1494 e morto a Parigi nel 1553. A ventisei anni entra come monaco francescano nel convento dei Cordeliers a Fontenay-le-Comte. Successivamente, per divergenze, si trasferisce presso i benedettini di Saint-Pierre-de-Maillezais, dove l’abate vescovo lo impiega come segretario e come precettore di suo nipote.
Viene ordinato prete nel 1511 e successivamente si iscrive alla facoltà di medicina dell’università di Montpellier.
In seguito si reca a Lione dove si fa nominare medico dell’ospedale di Notre-Dame de Pitié, con lo stipendio di quaranta lire tornesi all’anno.
Si dedica alla traduzione latina di diverse opere di Ippocrate. Nel 1533 pubblicò il suo “Pantagruel”. Jean du Bellay, vescovo di Parigi, lo porta con sé in Italia come medico. Nel 1534 dà alle stampe “Gargantua”. In quel periodo viene espulso dall’ospedale a causa di numerose scappatelle.
Nel 1535 lasciò la città, ma vi ritornò due anni dopo per farsi ammettere al Collegio dei medici.
Qui si perdono le sue tracce. Lo ritroviamo nel 1540 all’università d’Angers, che lasciò per sfuggire all’epidemia di peste che devastò la città.
Nel 1543 stampa il “Tiers Livre”, condannato dalla Sorbona. Successivamente giunge a Metz, dove diviene il medico della città. Dopo un breve viaggio in Italia, viene nominato parroco di Meudon e di Saint-Christophe-de-Jambet nel Mans. Dopo la pubblicazione del “Quart Livre” gli attacchi simultanei della Sorbona e dei calvinisti lo costringono ad abbandonare le due parrocchie.
Molti hanno pensato che Rabelais abbia avuto una vita scapestrata simile a quella dei suoi personaggi, che sia stato cioè un ubriacone, un libertino, un ghiottone e un mezzo spostato. I testimoni della sua epoca dicono il contrario. A Meudon sembra egli fosse stato quasi un santo, ricevendo e insegnando alla sua casa aperta a tutti, tranne che alle donne, soccorrendo gli infelici e curando i malati da quel medico coscienzioso che era.
Rabelais è stato un personaggio davvero singolare, pieno di contraddizioni, ma anche pieno di significati. Non ha avuto grande predilezione per le donne, ma forse non si può dire la stessa cosa per la crapula. Egli dedicò la sua opera ai “molto illustri bevitori e ai preziosissimi sifilitici”. Per inciso, da medico, fece considerazioni sulla sifilide che anche oggi ci appaiono interessanti.
Dunque più il vino e il buon cibo, che le donne sono la passione di Rabelais. Però qualche legame con le donne lo ha pur avuto se è vero che gli sono nati due figli, François e Junie, che egli legittimerà successivamente.
Un suo personaggio che esprime molto da vicino la mentalità di Rabelais, è Panurge, incontrato da Pantagruel durante i suoi studi a Parigi. Panurge è l’incarnazione dello spirito comico e del senso di umanità del suo autore. E’ scaltro, ingegnoso, avido di piaceri. Indeciso tra il matrimonio e il celibato, Panurge interroga inutilmente una serie di “esperti” le cui risposte non possono che confermare il fatto che il mondo è una gabbia di matti. Alla fine Panurge consulta la Diva Bottiglia, che deve mettere fine alle sue perplessità riguardo al matrimonio. La risposta è breve ed è tutto un programma: “Bevi!”
La morale potrebbe essere che nessuno, tranne noi stessi, ci può dare consigli sensati. Panurge, sempre alla ricerca di consigli, giunge all’Abbazia di Thélème, fondata da Gargantua al termine della guerra contro il malvagio e stupido re Picrochole. Si tratta di una città ideale: tutti ben vestiti, nutriti con cibi raffinati, vezzeggiati da ogni diletto dei sensi e della mente, ma soprattutto liberi da leggi e da regole. Ognuno, uomo o donna che sia, può esprimere un desiderio e tutti gli altri lo seguono nella realizzazione. Inciso sulla porta dell’Abbazia di Thélème vi è la fondamentale frase: “Fa’ quello che vuoi”.
Rabelais certamente non disdegnava le donne, piuttosto cercava di evitarsi le complicazioni conseguenti. Egli sembra ignorare l’amore in quanto sentimento. Il suo erotismo gallico rimane insensibile alle delicatezze, alle raffinatezze e ai favori di una relazione femminile.
Rabelais, trovandosi nel punto di trapasso tra due grandi epoche, il medioevo e il Rinascimento, compendia in sé l’essenza di entrambe. Del medioevo egli possiede la volgarità e la lubricità, il gusto del gioco di parole, la pedanteria e il senso del meraviglioso; del Rinascimento egli ha essenzialmente il gusto dell’erudizione e il disprezzo della scolastica.
Rabelais può essere letto da tante angolazioni, e forse il torto che gli si può fare è preferire una sola di quelle angolazioni ignorando le altre. Egli è comunque tra i più grandi di tutte le letterature. Fra i suoi meriti non ultimo è quello di averci dato un affresco della società francese dell’epoca e l’eco dei suoi motteggi, del suo buon senso, della sua controllata allegria accompagnerà anche l’uomo del futuro.
La Chiesa romana è indulgente con Rabelais, come lo è stata con Boccaccio, nonostante le sue dirompenti parole d’ordine che di fatto hanno svuotato di significato il concetto di peccato.

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