QUALCHE ROMANZO CHE HA FATTO EPOCA

"Les liaisons dangereuses" ("Le relazioni pericolose") di Choderlos de Laclos è un romanzo epistolare (175 lettere) che venne pubblicato a Parigi nel 1787. Si tratta di uno dei congegni narrativi ed erotici più folgoranti che la letteratura abbia mai approntato.
Forse per la prima volta il piacere erotico con i suoi meccanismi ha tutto lo spazio e non si disperde né in frivolezze, né in sentimentalismi.
Valmont è un libertino che si è prefisso di sedurre tutte le donne che hanno colpito la sua attenzione e mosso il suo desiderio. A tal proposito egli frequenta assiduamente i salotti parigini.
La sua voglia di conquista lungi dall'essere scoraggiata dalle difficoltà, si eccita particolarmente di fronte alle barriere della virtù.
Valmont ha messo gli occhi sulla bella presidentessa di Tourvel, donna pia che incarna perfettamente la correttezza del costume.
La marchesa di Merteuil è la protagonista del romanzo: già amante di Valmont condivide con lui la mentalità libertina e l'assoluta spregiudicatezza. Accetta di aiutare Valmont nella sua strategia di conquista della presidentessa di Tourvel, non certo in ricordo dei vecchi amori, ma per vendicarsi di un suo giovane amante, Danceny, che ha deciso di fidanzarsi con Cécile de Volanges, una ragazza ingenua appena uscita dal convento.
La Merteuil chiede dunque a Valmont (praticamente un burattino nelle sue mani) di sedurre Cécile. Valmont non solo la seduce, ma la corrompe facendola divenire una libertina dedita alla lussuria.
L'ingenua libertina ha un aborto prima di essersi resa conto della gravidanza; alla fine non le resta che la soluzione classica in questi casi: il convento.
Intanto Valmont continua ad occuparsi del suo obiettivo principale: far capitolare la presidentessa. Alla fine l'assedio ha successo, soprattutto per la sapiente regia sotterranea della Montreuil. La Tourvel s'innamora e Valmont, a furia di simulare i sentimenti dell'onesta passione, sembra innamorarsi anch'egli.
Ciò dà molto fastidio alla marchesa che decide di pianificare una sua scappatella con Valmont facendo in modo che la presidentessa lo venga a sapere.
Per quest'ultima, così retta e così fragile, è la fine: morirà di dolore e di vergogna. Valmont perirà in un duello per mano di Danceny, che ha appreso tutta la verità sulla sua ex fidanzata Cécile. La marchesa finirà rovinata finanziariamente e sfigurata dal vaiolo.
Il principale personaggio del romanzo è la marchesa di Montreuil, nelle cui mani Valmont è un semplice strumento. E' lei la vera allieva di Don Giovanni, capace di sganciarsi dai cliché moralistici e di progettare il male in quanto principio vitale.
E' una contemporanea di Sade, che forse è riuscita a dire quello che a Sade hanno impedito di dire. La grandezza dell'opera di Laclos sta nella grandezza del personaggio della Merteuil.
La modernità della marchesa è assoluta: è una donna che rivendica la sua piena indipendenza. Madame de Merteuil è un'autodidatta che riesce a fare un grande lavoro di costruzione di se stessa, in modo da dissimularsi agli altri e nello stesso tempo smascherarli.
Essa approfondisce la propria condizione di donna e riesce a sottrarsi al dominio maschile. Sapientemente lavora a farsi una reputazione che poi sfrutta all'occorrenza a proprio vantaggio.
La Morteuil è una donna stratega e manipolatrice che svetta nel confronto con gli altri personaggi femminili prigionieri del moralismo, della religione e dell'ingenuità fatta passare come virtù. D'altra parte essa non vuole essere "attruppata" nella categoria delle donne, e rivendica la propria unicità.
E' una donna che, proprio perché è sicura di sé, si può permettere di essere cinica, dominatrice e tirannica.
Nel giudizio degli altri essa è spietata e la spietatezza è giustificata perché coglie spesso la verità. E' una donna che sa vendicarsi: essa è mossa da una sorta di riscatto "femminista" che cosciente dello squilibrio uomo-donna non perdona perché sa che nulla le verrà perdonato.

"Fanny Hill" è un romanzo pubblicato nel 1749 e scritto da John Cleland, un ex allievo della Westminster School ed ex console a Smirne, che scrisse il libro per procurarsi i soldi per uscire di prigione, in cui era finito per debiti.
Un editore specializzato in letteratura pornografica gli aveva proposto un "romanzo sessuale" lasciandolo libero nella scelta del soggetto.
Ne uscì un'opera molto licenziosa scritta in uno stile raffinato. Il successo fu straordinario: l'editore si arricchì e l'autore risolse almeno i suoi guai con i creditori. Nel giro di pochi anni il libro uscì in molti paesi.
Innumerevoli furono le imitazioni. Nel 1750 uscì un'edizione purgata, ma che conservava tutto il suo interesse (che perdura anche oggi).
Anche "Fanny Hill" si presenta sotto forma di romanzo epistolare. La protagonista racconta la sua storia di ragazza venuta in città per lavorare e che finisce a fare la prostituta in un bordello, gestito da una certa signora Cole.
Pur evitando un linguaggio triviale l'autore rappresenta diverse situazioni molto scabrose, come l'episodio del masochista che si fa frustare, come la storia di un cliente feticista per le capigliature, e via via tutte le possibili situazioni di un bordello attivo a pieno ritmo.
Vi sono i "voyeurs", i travestiti, gli omosessuali e anche i pedofili, che a quei tempi avevano molto più libertà d'azione che oggi. A questo proposito ci colpisce la deflorazione di un fanciullo innocente, con gran divertimento delle ragazze di vita che assistevano.
Vi si raccontano tutte le perversioni, le richieste particolari di certi clienti e le mille astuzie che la tenutaria e le "ragazze" mettevano in campo per gabbarli. A qualcuno veniva fatto credere di avere il privilegio di "varare" al mestiere una vergine, in realtà già con un lungo "pedigree".
Come dicevo le imitazioni del libro furono innumerevoli e fu anche pubblicato un "Fanny Hill maschile", ugualmente andato a ruba.
L'editore, i librai, l'illustratore si arricchirono tutti, ad eccezione dell'autore. Il povero John Cleland riscosse solo poche ghinee di diritti di autore, e in compenso moltissime critiche dal suo ceto sociale e diversi guai, per aver osato scrivere un'opera così scandalosa.
Come era fatale dovette difendersi anche in tribunale e la strategia difensiva fu quella solita adottata dagli autori in questi casi: si tratta di un'opera moralistica. Infatti come mettere i lettori in guardia contro la depravazione, se non si rappresentano i bassifondi delle città con i suoi vizi, i suoi ruffiani e le sue puttane?
Il presidente del tribunale, conte di Granville, uomo colto ed intelligente, si mostrò clemente con Cleland. Ne ordinò la liberazione a patto che evitasse in futuro di scrivere opere licenziose. Avendo poi capito che il bisogno in questo caso era stato cattivo consigliere, gli assegnò un vitalizio annuo di cento sterline.
All'epoca restavano a Cleland ancora una quarantina d'anni da vivere ed egli onorò la promessa fatta. Scrisse diverse opere di carattere morale (tutt'altra cosa che "Fanny Hill") che, ovviamente non si avvicinarono neppure un po' all'immenso interesse suscitato da Fanny. Anzi diciamolo pure chiaramente: l'interresse per le opere successive si approssimano allo zero.

"Manon Lescaut" è un romanzo scritto dall'Abate Prévost e pubblicato nel 1728 e nel 1731. Un certo marchese a Passy-sur-Eure incontra il giovane Des Grieux, mentre sta seguendo disperatamente una carretta di donne destinate alla deportazione in Louisiana. Tra esse vi è Manon che il cavaliere Des Grieux aveva sedotta e rapita a Amiens, quando era studente.
Si erano entrambi rifugiati a Parigi, ma Manon, benché innamorata di Des Grieux, frequentava anche un riccone che le consentiva un lusso di cui non si sapeva privare. Des Grieux, saputa la cosa, viene ricondotto dai genitori. Aveva tentato di dimenticare Manon, ma questa l'anno dopo l'aveva richiamato. Per mantenerla Des Grieux aveva fatto diversi mestieri, compreso il tenutario di una bisca. Infine era divenuto complice delle malefatte di Manon.
I due amanti vengono ben presto smascherati ed arrestati. Manon non era una donna da amare, ma l'amore è un destino a cui non ci si può sottrarre.
A New Orleans, Manon e Des Grieux fanno il proposito di rifarsi una vita, ma poi la giovane donna seduce il figlio del governatore. Des Grieux sfida quest'ultimo a duello e lo uccide. Non resta che fuggire nel deserto, dove Manon muore.
La storia rappresenta una passione violenta che è probabilmente autobiografica. L'Abate Prévost, nonostante la sua condizione di ecclesiastico, conduce a Londra una bella avventuriera che abitava all'Aja. Da questa fatale passione l'autore aveva tratto la convinzione che all'amore non si può resistere e che come disse Voltaire: "Il linguaggio delle passioni è il suo modo di espressione naturale".
Dal romanzo furono tratte le opere di Massenet e di Puccini, e un pregievole film di Henri-Georges Clouzot.

"Félicia ou mes fredaines" è un romanzo di Andrea di Nerciat pubblicato a Parigi nel 1782 e che solo oggi è possibile (per chi ne avesse voglia) leggere in pace. Il romanzo fu condannato nel 1822 e nel 1842.
Fu definito dai moralisti: il catechismo del libertinaggio e della corruzione.
Nerciat, che era davvero una gran persona, mette in epigrafe un ironico riferimento a se stesso: "La colpa è degli dei che mi fecero così pazzo".
Il romanzo è una felice trascrizione, come anche "Les liaisons dangereuses", del nuovo spirito di libertà e di valorizzazione dell'individuo che ha permesso la rivoluzione francese.
Dice Bataille: "La libertà sovrana, assoluta, fu concepita, in letteratura, dopo la negazione rivoluzionaria del principio della regalità".
Apollinaire dice: "Gli spiriti liberi da pregiudizi e ipocrisie hanno reso giustizia al cavaliere di Nerciat".
Lo stesso Apollinaire riprendendo un'altra epigrafe del romanzo ("La più puttana come al solito / al fuoco ti condannerà, / ma la più saggia riderà") dice: "Sorriderà, e a volte persino un po' di malinconia si mescola a quella folle visita all'ambiente degli artisti, in mezzo all'alto clero, tra la borghesia e la gente di qualità. Pittori, cantanti, musicisti, galanti prelati, audaci cavalieri, impiegati insolenti, borghesi voluttuose e timide si agitano, discorrono e si trascinano l'un l'altro nel più provocante disordine".
Il messaggio di Félicia è quello che implica l'annuncio della morte dell'oscurantismo e l'avvento dell'assoluta modernità:
"Quando sono riuscita a rendermi felice cogliendo un'occasione dopo l'altra, ho tratto tutti i frutti dal mio sistema".
E' davvero l'annuncio della buona novella, quella che mette al centro l'individuo, che agisce esclusivamente in nome della libertà.
Emile Henriot nel suo "Les livres du Second Rayon" scrive: "Nerciat ha trovato il modo di portare al più alto grado di perfezione l'arte disonesta di dire tutto".

"La Lozana andaluza" è un romanzo di Francisco Delicado del 1528. Si tratta di una delle più importanti opere erotiche in lingua spagnola, ed è la storia di un'allegra cortigiana vissuta nella Roma papalina. Lo scandalo fu enorme e si può dire che non si è ancora placato.
Il fascino del romanzo risiede soprattutto nella vivezza della protagonista, una ragazza intelligente che sa volgere a proprio favore le situazioni. Lozana fa la prostituta con naturalezza (potremmo dire per vocazione) e si muove come un pesce nel suo elemento in una Roma scandalosa e godereccia, popolata di varia umanità, dai nobili al popolino, tutti pronti a corrompere e a farsi corrompere.
Delicado era un chierico di Cordova che è riuscito a rendere con grande efficacia un affresco d'epoca, attraverso lo sguardo della protagonista.
Attraverso la rappresentazione dei dettagli si dipana il comportamento di quella varia umanità, devota essenzialmente a due vizi fondamentali: quello della gola e quello della lussuria.
Il libro, che è più un'opera di "linguaggio" che opera di "vicende", a buon diritto potrebbe essere letto anche come guida eno-gastronomica, tanto è ricca di dettagli, di termini linguistici e di proverbi.
C'è una sorta di intercomunicazione dialettica tra gli argomenti culinari e gli argomenti erotici, nel senso che Delicado si avvale dei primi quando non può spingere oltre i secondi.
In tal modo l'Autore, attraverso la metafora culinaria riesce ad affondare il colpo su una struttura sociale e sul "bailamme" di una quotidianità tipica della Roma tardo-rinascimentale.
Da tutto questo si erge nel suo moderno fascino il personaggio di Lozana. Essa non crede ma fa finta di credere, non aderisce alle situazioni ma fa finta di aderire pur di ottenere sempre e comunque dei vantaggi.
Tutto si riesce ad "addomesticare" attraverso la manipolazione del linguaggio. Emblematici gli episodi in cui la ragazza (come Casanova) diviene una rinomata operatrice di riti magici, pur essendo del tutto incredula di qualsivoglia forma di superstizione.
Il meccanismo che governa la varia umanità in movimento è quello del piacere. Il piacere della carne, tra le delizie del sesso e quelle della buona tavola, essendo il vero motore di tutto, spinge le cose sulla lunghezza d'onda dell'eccesso o della naturalezza ipocrita.

"L'amante di Lady Chatterley" di David Lawrence è un romanzo pubblicato nel 1928 a Firenze, che sollevò infiniti problemi censori che solo nei nostri giorni si sono risolti.
La storia è quella della moglie di Sir Clifford Chatterley, definitivamente paralizzato dalla vita ai talloni, e dunque per forza di cose impotente. Per lenire la propria insoddisfazione sessuale Lady Constance Chatterley si abbandona al guardiacaccia Oliver Mellors, uomo sanguigno e ottimamente dotato.
La relazione, prima timida e clandestina, diviene sempre più coinvolgente. Constance decide di sfidare le convenzioni del suo ceto sociale, una volta che il marito ha opposto un rifiuto alla sua richiesta di divorzio. Va a vivere con Mellors.
Il romanzo scandalizzò per diversi motivi, ma forse soprattutto per la spietata crudezza del linguaggio, che i moralisti di tutte le latitudini hanno mal sopportato. Lawrence è portatore di una sua peculiarità nel panorama della letteratura erotica. Ciò viene messo bene in rilievo da André Malraux: "Il dominio delle proprie sensazioni di un personaggio di Nerciat o il controllo che esercita Valmont sulle sensazioni delle proprie compagne, rende ambedue odiosi a Lawrence: secondo questi soltanto la coscienza esaltata della sensualità può combattere la solitudine".
Alberto Bevilacqua, nel suo romanzo "Attraverso il corpo" svela l'ispiratore del personaggio sanguigno del Guardiacaccia: si tratta di un certo Angelo Ravagli, vigoroso capitano dei Bersaglieri.

"Lolita", romanzo di Vladimir Nabokov, fu pubblicato in lingua inglese nel 1955 a Parigi. Al pari de "L'amante di Lady Chatterley", l'"Ulisse" di Joyce e i "Tropici" di Henry Miller, Nabokov non aveva trovato editori nel suo paese di origine, a causa della rigida censura vigente negli Stati di cultura inglese.
Ciò non significa affatto che "Lolita" ebbe vita facile in Francia. Infatti si diede fondo a tutti i risvolti legislativi per tentare di impedirne la diffusione.
Solo nel 1958 il libro uscì finalmente negli Stati Uniti, ottenendo subito un grande successo anche a causa dell'enorme pubblicità derivata dalle vicende giudiziarie francesi (è stupefacente come da sempre i bacchettoni siano stati i più efficaci promotori delle opere scabrose).
Quando finalmente il romanzo fu pubblicato tradotto in tutto il mondo civile, ci si accorse di quanto assurda fosse stata quella guerra censoria scatenatagli contro dalle autorità francesi su mandato di Londra.
Nel romanzo il professore Humbert Humbert, un annoiato insegnante quarantenne di letteratura francese, conosce fortuitamente Dolores Haze, una dodicenne ribelle e spregiudicata che gli richiama alla mente un suo amore adolescenziale.
Del tutto inopinatamente Humbert perde completamente la testa per la ragazzina, e per averla sempre vicina ne sposa la madre Charlotte.
La sorte spiana la strada alla passione del professore: la madre di Lolita muore investita da una automobile. L'uomo e Lolita (fatta passare per la figlia) cominciano a vagabondare per gli Stati Uniti, da un motel all'altro, da una città all'altra. Le vicende sono varie e volgono fatalmente verso l'approdo tragico.
"Lolita" è un libro di quattrocento pagine che non contiene né parole né descrizioni oscene, ma che fa trasparire in ogni pagina un coinvolgente clima erotico sotto la costellazione proibita della pedofilia.

"Tropico del Cancro" è un romanzo di Henry Miller pubblicato a Parigi nel 1930. Miller era uno scrittore americano, che in patria era sempre stato "oscurato" come "osceno". A Parigi frequentava un gruppo di scrittori di lingua inglese tra cui c'era Anais Nin, l'autrice di "Il delta di Venere", a cui un editore diede la seguente consegna: "Lasci perdere la poesia. Si concentri sul sesso".
Dopo "Tropico del Cancro" molti critici di lingua inglese si chiesero se il linguaggio e l'argomento scabroso potessero ancora essere sufficienti per giustificare la ghettizzazione di un grande scrittore.
Lo stile di Miller è sontuoso e ricorda Céline, nel flusso logorroico e coinvolgente. Bisogna dire che Céline non ha proprio nulla di erotico, al contrario dei personaggi e delle situazioni creati da Henry Miller. I personaggi di Miller pensano a una sola cosa: al sesso.
Nello scenario della Parigi degli anni '30, nell'ambiente dei fuorusciti americani, il protagonista di "Tropico del Cancro" si alza la mattina con una sola allucinata idea: "la fica", e vi si mette sulle tracce come un segugio infaticabile.
Lo stesso Henry Miller dice di sé: "Sono uscito dalle rotaie della carne per tuffarmi negli infiniti spazi del sesso".
Il merito più grande di Miller è indubbiamente la schiettezza. Egli vuole essere "sboccato", vuole essere dissacrante, vuole essere maschilista, vuole usare incessantemente il sistema delle metafore basate sul sesso. Attraversare, per esempio, la città è come penetrare una donna. Il sesso della donna (inteso proprio come vulva) diviene così il centro del mondo, anzi il mondo stesso.
Miller è un grande scrittore, ma un narratore sciatto: le vicende vengono buttate lì, come a caso, in un vorticoso succedersi di frasi e periodi, da cui quasi subitaneamente si levano pagine di sconvolgente bellezza.
Miller riesce ad essere eccessivo come è eccessiva la vita, come è eccessivo l'erotismo; ma spesso la poesia vola davvero alta nel suo cielo.
Miller è uno scrittore-valanga che sommerge il lettore, lo disorienta conducendolo costantemente sul crinale della "futilità", ma poi lo folgora col "mistero" purché sia il pene, con la sua impostazione monomanica, a condurre i giochi.
L'obiettivo è sempre quello: "Le fiche che ridono... le fiche che parlano... le fiche lussureggianti, sismografiche, che registrano il sorgere e il calare della linfa...".
Sembra un cortocircuito che non porta a nulla; ma in quel nulla forse risiede l'unica domanda che vale la pena porsi. In una scena memorabile del romanzo, un amico di Henry si porta in camera d'albergo una prostituta e scopre che questa si è depilata il pube.
"In vita mia non ho guardato una fica con tanta serietà. Quasi che non ne avessi mai vista un'altra prima".

"Bonjour tristesse" è un romanzo del 1954 scritto da Françoise Sagan, una fragile diciottenne che diventerà un fenomeno letterario durato due decenni. I libri della Sagan sono nel territorio dell'erotismo, anche se dalla sua penna non è mai sfuggito un termine men che conveniente.
La scrittrice incarnerà nei suoi libri e nella sua vita, il disorientamento d'un epoca, che non sa far altro che mutare l'erotismo in vizio.
La sua incapacità, proiettata nei personaggi, di amare senza distruggersi è una costante, un filo conduttore. Disse la scrittrice: "Ho amato alla follia; ma per me è l'unico modo di amare".
Tutti i suoi personaggi sono prigionieri di un narcisismo che impedirà loro di approdare a sentimenti tranquilli. La ricca produzione della Sagan (più di cinquanta opere tra romanzi, sceneggiature, novelle, drammi teatrali) è caratterizzata dalla precarietà delle relazioni amorose che non riescono mai a comporsi in coppie stabili.
Piuttosto si addice alla Sagan il concetto di "partouze", un'orgia in cui nella piatta arena tutti sono pronti a tutto con tutti.
In ogni momento la Sagan rappresenta nella sua opera la propria enorme fragilità acuita da un'enorme fame d'amore. In "Bonjour tristesse" si narra la scabrosa storia di Cécile e di suo padre Raymond nello scenario della Costa Azzurra degli anni cinquanta.
Fu un successo esplosivo: Françoise era sulla cresta dell'onda anche quando trapelavano particolari scabrosi della sua vita a rischio. Lei e il marito, l'artista americano Robert Westhoff, facevano le orge e si scambiavano le amanti e gli amanti.
Intanto libro dopo libro il successo continuava. Françoise scriveva di notte, a letto o in una vasca da bagno, tracannando quantità assurde di whisky.
Si susseguirono anni di alcol, droga e maldicenze e la Sagan, già fragile in partenza, si andava progressivamente degradando.
Françoise Sagan ci metteva già molto di suo per distruggersi, ma vi si aggiunsero feroci colpi da parte delle istituzioni: si iniziò con un processo per droga, seguiti da processi promossi dal fisco.
François Mitterand, che la scrittrice aveva conosciuto nel 1979, l'andava a travare spesso e la supplicava di tenersi lontana dalla bottiglia e dalle droghe. Mitterand fu la causa involontaria dei problemi della Sagan con il fisco francese. Françoise ingenuamente aveva ceduto alla richiesta di un agente dell'Elf di perorare presso il suo amico Presidente un incontro con un ministro dell'Uzbekistan.
Siamo nel 1993 e l'incontro di fatti avvenne all'Eliseo. La Sagan incautamente accettò un regalo da parte dell'Elf: quattro milioni di franchi, ma non li denunciò al fisco. Scoperta la cosa gli fu attribuito un dolo che certamente non c'era, trattandosi di una donna completamente sprovveduta nelle cose pratiche.
Gli Stati sanno essere spietati con chi ha avuto successo e non ha imparato tutte le furbizie per cautelarsi.
Esposta al pubblico biasimo e ferocemente colpita dal punto di vista finanziario, la poveretta si chiedeva: "Perché la Francia mi odia?".
A sessantasei anni Françoise Sagan era il ritratto della devastazione: stampelle per una malattia alle ossa, il volto devastato dai vizi e dall'insonnia; una povera ombra, un nulla che non possedeva più nulla. E' morta nell'assoluta miseria all'età di sessantanove anni.
Era nata nel 1935.

"Histoire d'O" è un romanzo di Pauline Réage (pseudonimo) pubblicato a Parigi nel 1954, preceduto da un saggio di Jean Paulhan. L'autore è sicuramente una donna, assidua lettrice di Sade di cui conosce alla perfezione lo stile. Diversi fattori hanno contribuito a farne un clamoroso caso letterario: la solita minaccia di azioni penali, la prefazione di Paulhan e un premio letterario vinto. Il libro marcò profondamente la storia del costume e della moda per diversi anni.
O è una donna che si muove nella sfera del sado-masochismo ed incarna la mistica sadiana della donna che scopre "la felicità nella schiavitù". O accetta di divenire una donna-oggetto che si fa rinchiudere dal suo amante in una sorta di monastero, in tutto uguale a quelli minuziosamente descritti da Sade.
O è una martire consenziente, che andrà fino in fondo nell'accettazione del martirio.
Scrive Jean Paulhan: "Finalmente una donna che lo confessa! Confessa cosa? Quel che le donne non hanno mai ammesso, oggi più che mai. Quello che gli uomini hanno sempre rimproverato loro: che sono schiave dei loro istinti; che in loro tutto è sesso, anche lo spirito".
Questa donna si sente vocata al sacrificio totale e distruttivo di se stessa non per amore di un uomo, ma per amore dell'amore. La protagonista si chiama O per significare che il suo "annientamento" non dà diritto neppure a un nome. O dunque è una Severin in versione femminile. Tante vicende del suo percorso masochistico, richiamano congiuntamente le atmosfere evocate da Sade e da Masoch. Tutto già ci è noto dai loro scritti!
"O era impietrita sul sofà come una farfalla infilzata a uno spillo, un lungo spillo fatto di parole e di sguardi che le trapassavano il centro del corpo e le premevano le reni nude e vigili contro la seta tiepida. Non sapeva dove fossero i suoi seni, né la sua nuca, né le sue mani. La cosa più difficile era semplicemente parlare. Le labbra le bruciavano e la bocca era arsa, un'angoscia fatta di paura e di desiderio le serrava la gola, e le sue mani ritrovate erano fredde e madide. Se almeno avesse potuto chiudere gli occhi. No, non poteva. Due sguardi davano la caccia al suo, sguardi a cui non poteva - né voleva - sfuggire".

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