Aristippo di Cirene

Aristippo di Cirene fu un filosofo greco del quarto secolo a.C. Fu discepolo (piuttosto ribelle) di Socrate e teorico di una morale del piacere che anticipava quella di Epicuro.
La scuola di Aristippo fu chiamata cirenaica, da Cirene, la città greca dell’Africa settentrionale dove insegnava. Cirene nell’antichità era famosa per il lusso e per la dolce vita.
Aristippo visse anche in Sicilia, a Siracusa presso la corte di Dionisio, come Platone di cui era rivale.
Le sue opere sono andate perdute, ma ci sono giunte notizie sulla sua vita e sulla sua dottrina grazie a Diogene Laerzio che ci ha raccontato tanti aneddoti sui filosofi greci.
La dottrina morale di Aristippo potrebbe riassumersi nella battuta sulla cortigiana Laide che gli si attribuisce: “Io la possiedo, ma lei non mi possiede”.
Sulla linea della tradizione filosofica greca Aristippo voleva riaffermare, dunque, che il saggio, anche se dedito all’apologia del piacere, doveva restare padrone di se stesso senza mai cedere alla passione né farsi possedere da alcuno.
Stando a quanto riferito da Diogene Laerzio, per Aristippo il piacere è un “dolce movimento” e il dolore un “movimento brusco” delle diverse parti del corpo. Se ne deduce che per Aristippo, come più tardi per Epicuro, la base di ogni piacere e di ogni dolore è il corpo.
Nella parola “movimento” vi è la chiave della differenza tra la concezione di Aristippo e quella di Epicuro. Il piacere per Aristippo è un piacere in movimento oppure la realizzazione del desiderio, mentre per Epicuro il piacere è un riposo o un godimento calmo compatibile soltanto con l’assenza di desiderio. Sembra che Epicuro abbia classificato il desiderio sessuale tra i piaceri naturali ma non necessari.
Aristippo ebbe in comune con Epicuro la concezione materialistica e atea della realtà. Anche Epicuro, come Aristippo, fa risalire qualunque piacere a una radice fisica.
A differenza di quello di Epicuro, il modello di Aristippo pone l’accento sulla voluttà sessuale.
Il “carpe diem” di Orazio è più vicino a Aristippo che a Epicuro, di cui Orazio, forse equivocando, si proclama porco: “Epicuri de grege porcus”.
Lo stesso fa Ronsard alla fine del celebre sonetto in cui è consigliato ugualmente di non farsi sfuggire l’attimo.
Platone, nel “Gorgia”, quando parlando del desiderio inestinguibile porta l’esempio delle Danaidi, sembra alludere al pensiero di Aristippo. Le Danaiadi erano le cinquanta figlie di Danao che costrette dalla consuetudine a sposare i loro cinquanta cugini, li sgozzarono tutti per ordine del padre. Furono punite con la pena eterna di dover riempire delle botti senza fondo. Platone interpreta il supplizio come il simbolo del desiderio sessuale sempre rinnovato perché mai soddisfatto.

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