Marlene Dietrich

Marlene Dietrich è il mito cinematografico femminile inventato da Josef von Sternberg nel 1930.
Nata a Berlino nel 1901 è morta nel 1992. Cominciò con una piccola parte nella “Bisbetica domata” al Deutsche Theater diretto da Max Reinhardt.
Sternberg lo conobbe a Berlino. Il regista proiettò su di lei la sua sensualità delirante facendone la donna simbolo dell’erotismo del suo tempo.
Il film “L’angelo azzurro” fu girato nel 1929. La storia è tratta dal romanzo “Il professor Unrat” (1905) di Heinrich Mann. Un anziano e stimato insegnante s’infatua di Lola-lola, una sciantosa che si esibisce al “Der blaue Engel”. La sposa, e un passo dopo l’altro giunge alla completa rovina e all’abiezione. Piume, calze di seta nere, cosce scoperte, sguardi in tralice, canzoni mormorate con voce rauca formarono un’immagine di seduzione che perfezionandosi sempre di più, trionferà per molti anni. Le memorabili canzoni cantate da Marlene sono di Frederick Hollander.
Un antecedente letterario de “L’angelo azzurro” è l’opera “Lulu” di Frank Wedekind. Si tratta di un dittico drammatico (“Lo spirito della terra” del 1895 e “Il vaso di Pandora” del 1904) che presenta il personaggio di una giovane fioraia, Lulu, che usa il suo diabolico fascino come mezzo di ascesa sociale, conducendo alla perdizione e alla morte gli uomini che fatalmente si innamorano di lei. La prima vittima fu il medico Goll, uomo anziano e rispettabile che la sposa e muore per un colpo apoplettico quando la scopre tra le braccia di un amante. Lulu discende inevitabilmente la scala della degradazione e finisce per prostituirsi nei bassifondi dell’East End londinese, finché non fu fatta a pezzi da Jack lo Squartatore.
Nei film successivi a “L’angelo azzurro”, sempre sotto la regia di Sternberg, Marlene impose sempre più il suo profilo artistico: vi sarà il famoso bacio lesbico in “Marocco” (1930), adotterà ambigue tenute mascoline nella “Spia X27” (1931), mentre in “Shanghai Express” le delizie sensuali prenderanno le forme del sadismo e della magia. Nel 1932 “Venere bionda” provoca uno scandalo. Nel 1934 “L’imperatrice Caterina” trasporta lo spettatore in un universo erotico irreale e infantile. Il film fu poco compreso all’epoca, ma è stato molto rivalutato successivamente. Nel 1935 gira “Capriccio spagnolo”, film più che di Marlene sembra su Marlene. Il soggetto è tratto dal romanzo di Pierre Louys “La femme et le pantin” da cui anche Bunuel ha tratto un bel film (vedi in questa rubrica “Persone e personaggi”). Marlene asseconda il suo regista in un raffinatissimo delirio perverso e disumanizzato e presenta una donna che cambia amanti con la stessa frequenza e facilità con cui muta d’abito. Con questo film il sodalizio Dietrich-Sternberg finisce.
Marlene girerà ancora tanti film con altri registi, ma non riuscirà a dire cose nuove (parlo ovviamente dal punto di vista dell’erotismo).
Il gusto di Marlene per il travestimento ha accreditato le voci di una sua tendenza ad amicizie particolari. Sono stati accostati a Marlene i nomi di Lilì Damita, di Claudette Colbert e della ricchissima Jo Castairs. Marlene è stata molto a lungo sulla breccia artistica.
Nel 1961, all’età di 60 anni, interpretò a Broadway “Madre coraggio” di Brecht e le malelingue in quell’occasione le affibbiarono l’appellativo di “Nonna coraggio”.
L’ultimo film che girò (la sua attività prevalente era stata per decenni quella di cantante) fu “Judgment at Nuremberg” (1961) di Stanley Kramer, che fu per lei un vero trionfo personale.

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