GLI STRUMENTI E IL SESSO

La cintura di castità venne definita anche "freno della lascivia".
Certo dovettero scervellarcisi in molti prima di mettere a punto un
congegno in grado di placare almeno in parte una ossessionante gelosia.
L'attrezzo si compone di due parti: una striscia di metallo
flessibile, a volte ricoperta di velluto, da legarsi intorno ai
fianchi, e una o due piastre, generalmente di metallo, perforate e
fissate perpendicolarmente alla prima. Queste piastre sono fatte in
modo da comprimere il monte di venere e da coprire completamente la
vulva; un foro centrale dai margini generalmente dentati consente
l'espletamento delle funzioni naturali, ma impedisce l'introduzione di
alcunché nella vagina. La serratura con la chiave si situa all'altezza
della cintura.
La versione con due piastre veniva adottata da quei mariti che
temevano il ricorso alla via anale. Quest'atto, importato dall'oriente
via Venezia, ebbe presto una buona diffusione, nonostante gli anatemi
della chiesa.
La cintura di castità, oltre ai rapporti, impediva anche
l'autoerotismo, bella caratteristica agli occhi del geloso.
I greci e i romani (va sottolineato a loro onore) non conobbero la
cintura di castità. Alcuni indizi ne farebbero ravvisare l'origine in
Oriente o in Africa. Ma la certezza dell'origine e della produzione
della cintura va collocata temporalmente alla fine del trecento e non
poteva essere che l'Italia col suo raffinato artigianato ad
assicurarne la produzione e dunque la diffusione.
Il primo disegno di un simile aggeggio si trova in un manoscritto del
1405, opera del soldato Konrad Kyeser, conservato nella biblioteca di
Gottinga.
E' presentato come uno strumento di origine fiorentina che viene
chiamato "bellifortis".
L'esemplare di cintura di castità conservato nel Palazzo ducale di
Venezia, sembra appartenesse a Francesco II Carrara, tiranno di Padova
e tiranno anche della moglie a cui lo faceva assiduamente indossare.
Una delle prime testimonianze ce la fornisce lo storico Brantome, in
"Vite delle dame galanti": "Ai tempi del re Enrico ci fu un
chincagliere che alla fiera di San Gennaro mise in vendita una dozzina
di aggeggi che servivano a rendere inaccessibili le pudenda delle
mogli: erano di ferro e cingevano come una cintura, e i due capi si
congiungevano a chiave; ed erano fatti così abilmente che non era
possibile che la moglie, una volta così imbrigliata, potesse
liberarsene per prendersi quel dolce godimento: non c'erano, in quegli
aggeggi, che dei piccoli e stretti buchi che consentivano soltanto di
fare la pipì".
Tallemant Des Réaux, intorno al 1630, a proposito di una graziosa
signora parigina, narrava che il marito le aveva applicato un
"braghiere di ferro".
Anche Jean Buvat scrive che Charlotte Aglaé d'Orléans, detta
Mademoiselle de Valois, fu obbligata dal marito a portare quell'arnese
quando divenne principessa di Modena.
A proposito dei due modelli di cinture presenti nel museo Cluny a
Parigi, si narra che furono utilizzate da Enrico II e da Luigi XIII
per le rispettive consorti Caterina de' Medici e Anna D'Austria.
Al museo del Prado di Madrid sono raccolti numerosi disegni di Goya
relativi alla cintura di castità. Ve n'è uno in cui le singole parti
vengono riprodotte con molta precisione; e un altro, intitolato "La
fiducia", che rappresenta una donna assurdamente incappucciata ed
impedita dalla bocca alle ginocchia.
Una requisitoria contro l'uso della cintura di Monsieur Freydier,
avvocato a Nismes, fu pubblicata a Montpellier nel 1750, a
dimostrazione che anche in quell'epoca l'uso dello strumento era
tutt'altro che raro.
Nel 1881 fu pubblicato un opuscolo, la "Ceinture de chasteté" di un
certo Carré, che aveva tentato di spacciarlo come opera postuma di
Casanova. Le cronache del 1910 riportano le gesta di un devoto della
cintura, un certo Jean Parat, che fu soprannominato il "farmacista
torturatore" e anche "l'Otello di rue Vaugirard".
Fu l'ultima testimonianza, relativamente alla Francia, dell'uso dello
strumento.
Negli anni precedenti ci furono numerose prove della
commercializzazione dell'aggeggio. In un volantino pubblicitario a
firma di un certo signor Cambon, notaio e sindaco di Aveyron, vi si
legge: "Grazie a questa invenzione si potranno tenere le ragazze al
riparo dai guai che le coprirebbero di vergogna, sprofondando le loro
famiglie nel lutto. Il marito lascerà sola la moglie senza timore di
offese al suo onore e ai suoi affetti. I padri saranno sicuri di
essere tali e sarà loro possibile tener sottochiave cose più preziose
dell'oro. In un'epoca di disordine come quella in cui viviamo
attualmente, dove ci sono tanti mariti ingannati e tante madri
tradite, ho pensato di fare una buona azione e di rendermi utile alla
società mettendo a disposizione di tutti una lodevole invenzione
destinata alla tutela del buoncostume". Il volantino è del 1879.
Casi analoghi sono anche ravvisabili in Inghilterra e in Germania. Nel
1903 la signora tedesca Emile Schafer chiedeva un brevetto per una
"cintura con chiave e serratura destinata a proteggerci dall'infedeltà
coniugale". Decisamente più realista del re!
Per i gelosi molto diffidenti sono state approntate cinture
antifellatio. Goya ne ha fatto un disegno "attivo", ugualmente
conservato al Prado.

Gli strumenti più efficaci al servizio dell'erotismo sono
indubbiamente i tessuti, che possono essere usati per confezionare
abiti che rivelano più che nascondere la nudità, e drappeggi che
sottolineano il volume, la forma e il movimento del corpo.
Plutarco cita da Sofocle a proposito della veste di Ermione, la figlia
di Menelao e di Elena: "...senza nulla celar della coscia, che tutta
nuda ne esce, si dispone in pieghe".
Il drappeggio con i tessuti trasparenti assicura la resa erotica
maggiore. Le egiziane dell'epoca di Ramsete portavano una tunica a
pieghe fatta di una stoffa così leggera che si poteva intravedere
l'abbronzatura della pelle. Omero ci dice che Ulisse indossava un
vestito "sottile e trasparente come la buccia di una cipolla secca".
Le donne e le ragazze delle isole Cicladi si vestivano con veli così
trasparenti che si poteva distinguere chiaramente il reticolo delle
vene.
Plinio ci dice che un romano di nome Panfilo fece fortuna inventando
un tessuto simile al vetro (vitrea vestis) per cui le donne vestite
rivelavano il nudo. Questo, tanto più se teniamo presente che le romane
ignoravano l'uso della biancheria intima (ad esclusione di una
strisciolina sul seno e di un piccolo perizoma). Chissà che epoche
floride per l'erotismo avremmo ereditato da Roma se non ci fosse stato
il grande gelo del cristianesimo!
Sui palcoscenici dei teatri il drappeggio erotico e trasparente ebbe
il massimo di espressione. Molto più che nella vita reale le donne in
scena potevano fare sfoggio di mussoline giunte dall'Oriente e che in
India chiamavano "nebbie del mattino", e in più di lini, pizzi e
tarlatane.
Durante la rivoluzione francese esplose la moda delle cosiddette
"Meravigliose", donne che vestivano in modo più libero e che volevano
recuperare la "disinvoltura" delle antiche romane dei tempi di Plinio.
La Tallien fu soprannominata "Nostra signora di Fruttidoro" e le sue
emule adottarono i drappeggi trasparenti della tunica greca e anche un
modo decisamente disinvolto e libertino di vivere il sesso.
Successivamente, sempre per la vecchia storia di chi ha il pane non ha
i denti, e di chi ha i denti non ha il pane, le donne raramente si
sono permesse di andare col seno libero sotto la stoffa leggera.
Solo nella pittura e nella scultura il drappeggio leggero ha
esercitato una grande funzione erotizzante. Da manuale è la "Venere
callipigia" del museo archeologico di Napoli. Da sogno sono i veli
leggerissimi dell'allegoria della Primavera del Botticelli.
Conturbante è la "Maja vestida" di Goya.
Uno degli assunti (tutt'altro che dimostrato) che pervadono la nostra
mentalità di uomini civilizzati è che coprirsi il corpo sia
un'acquisizione superiore e rimanere nudi sia uno stadio primitivo ed
animalesco. Per avvicinarsi alla divinità bisogna nascondere i segni
dell'animalità.
Il primo segno di animalità è indubbiamente il sesso ed è per tale
ragione che fu nascosto per primo con abiti, all'inizio abbastanza
succinti e poi via via estendendosi fino a celare tutto il corpo ad
eccezione del capo e delle mani.
D'altra parte, la testa è depositaria di quattro dei nostri cinque
sensi: la vista, l'udito, l'odorato e il gusto.
Il tatto è il più plebeo e meno divino dei sensi. D'altronte Dio
nessuno l'ha mai toccato e al contrario più di uno ha asserito di
averlo visto o di averne sentito il profumo.
Né Dio, né gli angeli, né tutto quello che concerne l'aldilà, hanno
sesso. Solo l'essere umano ha sesso ed è questo che lo espone alla
bassezza.
Thomas Carlyle sostenava che "la società è fondata sul modo di
vestirsi". In altre parole le società in cui ci si veste in modo
approssimativo sono società primitive, le società in cui ci si veste
in modo ricco e paludato, sono società avanzate.
In altre parole la nostra società occidentale ha combattuto il senso
di colpa connesso al sesso con l'abito penalizzante. La concezione del
pudore e del peccato carnale non poteva non avere nella nudità il suo
massimo punto di depravazione.
Nel "Genesi" Adamo ed Eva accorgendosi di essere nudi si nascosero e subito si fabbricarono "delle cinture con foglie di fico".
Cam, uno dei figli di Noé, fu maledetto dal padre perché non aveva distolto lo sguardo dalla sua nudità, quando Noé ubriaco non si curò di coprirsi.
Grandi artisti come Michelangelo, Raffaello, Botticelli quando poterono introdurre elementi di nudità, lo fecero a patto però di concellare dalle figure umane ogni indizio di sessualità.
Quello che chiamiamo fanere pilifero era stato cancellato da sempre dalla rappresentazione artistica.
Il pelo pubico è sempre stato il grande tabù e l'accuratezza nel coprirlo doveva essere assoluta in ogni circostanza.
L'associazione delle parti sessuali con l'idea di peccato è sconosciuta alle civiltà orientali, per le quali le zone genitali hanno la stessa dignità del volto. Gli indiani per esempio dedicano all'immagine fallica un culto pubblico e non nascosto.
Forse le civiltà orientali ci indicano che uno dei più grossi limiti della nostra civiltà è costituito dalla sessuofobia potentemente sostenuta dal cristianesimo.

A proposito di cristianesimo mi viene in mente Ipazia, e a proposito di Ipazia mi viene in mente il suo "gesto".
Ipazia era una donna giovane e bella, e di grande cultura e intelligenza. Era una filosofa neoplatonica e una matematica greca vissuta ad Alessandria tra il 370 e il 415 dopo Cristo. Ipazia insegnava alla scuola di Alessandria e il suo uditorio, in gran parte maschile, era folto.
Riferisce Suida, un cronista bizantino dell'undicesimo secolo d. C., un fatto (vero o falso che sia) molto significativo e curioso. Prima di ricordare il fatto, che poi è passato alla storia come "il gesto di Ipazia", diciamo qualcosa in più di Ipazia.
Si tratta di una figura affascinante per tanti versanti. Era restata pagana nonostante la montante occupazione della società da parte dei cristiani, ed è stata una martire del pregiudizio e della rozzezza delle religioni. Quando Cirillo (uno dei santi padri della Chiesa) divenne vescovo la tracotanza dei cristiani non ebbe più limiti.
"Era il mese di marzo del 415 e correva la quaresima. Un gruppo di cristiani dall'animo surriscaldato, guidato da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario: qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli". (Socrate Scolastico)
Torniamo al "gesto di Ipazia". L'insegnamento di Ipazia era molto seguito dai giovani maschi non solo per la sapienza, ma anche per la grande avvenenza della filosofa.
A uno studente che mostrava una grande propensione per la seconda dote e la guardava continuamente con occhi languidi, Ipazia si rivolse con un gesto stupefacente.
Si sollevò la tunica e mostrando la vulva nuda apostrofò il ragazzo: "Scegli tra questa e il mio insegnamento".
Un bell'esempio di donna moderna, a dimostrazione di come la filosofia laica non sia mai stata né sessuofobica, né antifemminista.

Il fenomeno di travestirsi, ossia di indossare abiti propri all'altro sesso, implica diverse condizioni psicologiche. Siamo in un terreno di mezzo tra il teatro e la perversione sessuale.
Grandi personaggi della storia si travestivano abitualmente: Eliogabalo, Giulio Cesare, Enrico III, Caterina II, George Sand, Richard Wagner, Antonio Ligabue e molti altri.
Nonostante l'apparenza fra travestitismo ed omosessualità non vi è alcuna parentela e l'eventuale coincidenza è casuale. D'altra parte un'altra grande distinzione va fatta con il transessualismo.
Con il termine di "eonismo" si intende la tendenza ad abbigliarsi con abiti femminili da parte di individui maschi eterosessuali. Il nome deriva da Charles de Beaumont detto il Cavaliere d'Eon, nato nel 1728 e morto nel 1810. Fu un diplomatico francese, spia e soldato.
Nel 1756 entrò nella rete segreta di spie denominata "Le Secret du Roi", al servizio del re Luigi XV e referente a lui personalmente. Il monarca lo inviò in Russia, presso la corte dell'imperatrice Elisabetta, per tramare con la fazione filo-francese contro la monarchia asburgica.
Si dice che la sua prersenza nella corte di Russia si sia svolta nei panni di mademoiselle de Beaumont e sembra che fosse a stretto contatto con l'imperatrice.
Al rientro in Francia, nel 1761, d'Eon riprese gli abiti maschili, divenne capitano dei dragoni e combatté le ultime fasi della Guerra dei sette anni, in cui fu ferito e successivamente decorato con la croce dell'Ordine di San Luigi.
La vita di d'Eon fu una vita in altalena: di lui si disse di tutto, che era in realtà una donna, che era un ermafrodito, che era un vero uomo forse un po' impotente.
Dopo la guerra dei sette anni fu mandato a Londra con il delicato incarico di condurre trattative segrete con gli inglesi, vincitori della guerra.
Mentre godeva di ampio consenso presso la corte di Giorgio III, le invidie e le trame in patria lo fecero cadere in disgrazia: gli fu imposto di consegnare gli ordini segreti all'ambasciatore e di rientrare a Parigi, dove lo attendeva la Bastiglia.
D'Eon, consapevole di detenere informazioni cruciali, resisté e minacciò di rivelare tutto agli inglesi. Come per magia gli fu concesso di restare a Londra e fu dotato di una cospicua pensione.
Consapevole della necessità di defilarsi dal centro della scena, d'Eon si traveste stabilmente da dama ed asseconda tutte le dicerie che circolavano sul suo conto.
Quando Luigi XVI salì al trono, nel 1774, timoroso del pericolo che la presenza di d'Eon in Inghilterra rappresentava per la Francia, cercò di far rientrare in patria il cavaliere promettendogli di poter vivere tranquillamente sotto identità femminile.
Per svolgere la missione di convincere d'Eon, il sovrano scelse Beaumarchais, uno scrittore famoso per essere l'autore di "Il Barbiere di Siviglia" e di "Le nozze di Figaro".
Beaumarchais si reca a Londra e incontra la "signora" d'Eon, che recita perfettamente la parte della dama resa infelice dalla ingratitudine del proprio paese. Racconta di essere sempre stata una donna, e che il padre l'aveva spacciata ed educata da maschio per motivi di eredità.
Beaumarchais si convince di aver di fronte una donna verso la quale prova anche una certa propensione, tanto che decide di corteggiarla.
Comunque si addiviene ad un accordo: d'Eon rientrerà in Francia come donna e un decreto è pronto per sancire la sua nuova identità. Intanto Beaumarchais, dimostrando scarsa correttezza, lancia una serie di scommesse (siamo nella patria delle scommesse) sull'idendità del cavaliere di Beaumont.
Quando questi lo viene a sapere, rimprovera allo scrittore la slealtà e gli dichiara che mai l'accetterebbe come amante, tanto più che si sarebbe preso la gonorrea nel corso delle sue orge londinesi.
Intanto la stampa scandalistica inglese inzuppa il pane quotidiano nella vicenda, e le scommesse dilagano.
Ben presto la verità sul sesso di d'Eon diviene improcrastinabile: vi è chi ha scommesso somme da capogiro.
Il cavaliere non ha alcuna voglia di sottoporsi a una visita medica, e un giorno si reca personalmente, vestito da capitano dei dragoni, a sfidare a duello il banchiere che aveva lanciato le scommesse in grande stile. Il banchiere gli spiega che in Inghilterra tutto questo è perfettamente legale e così d'Eon, a scanso di spiacevoli sorprese, decide di sparire dalla circolazione.
Le voci più disparate si rincorsero; quella più accreditata sostenava che Lady d'Eon si era eclissata per partorire.
Quando dopo alcune settimane d'Eon si fa rivedere in circolazione, viene convocato dal sindaco di Londra, davanti al quale deve dichiarare di non aver mai partecipato a scommesse sulla sua persona.
L'aria inglese si è fatta irrespirabile per d'Eon, che si decide a rientrare in Francia dove viene accolto come una celebrità. Aveva ripreso a vestire gli abiti di ufficiale di cavalleria e trattava galantemente le signore.
Però la sua idendità in Francia era quella di donna e così d'Eon, con le buone e con le cattive, fu costretto a reindossare abiti femminili. Ciò non gli stava bene e per sottolineare la sua protesta, usava in pubblico un imbarazzante linguaggio da caserma.
Comunque d'Eon divenne un caso di cui tutti parlavano, a proposito e a sproposito. Nel 1777 Voltaire, forse a malincuore, accettò di incontrarlo, per vedere da vicino quello strano essere né uomo né donna.
Anche Casanova, che di donne se ne intendeva, asserì che nonostante il linguaggio da caserma d'Eon era una donna. Molte donne che lo avevano conosciuto erano convinte della mascolinità del cavaliere.
Durante la rivoluzione d'Eon cercò con scarsa fortuna di recuperare credito come uomo d'armi.
Quegli abiti femminili lo difendevano e lo angosciavano nel contempo.
Così decise di tornare a Londra e come dama cercò di condurre una vita mondana molto attiva. Ma arrivarono i malanni e la povertà a impedirgli di uscire di casa.
Conviveva con un'amica e quando a ottantuno anni morì, l'amica scoprì con sorpresa, che era dotato regolarmente di pene e testicoli.

"Olisbo" è un termine di derivazione greca che sta a indicare il fallo artificiale. Può essere in cuoio, legno, metallo, gomma, galatite o altra materia plastica.
La Suida, l'enciclopedia storica del X secolo scritta in greco bizantino, ne dà la seguente definizione: "Simulacro virile in cuoio bollito usato dalle donne di Mileto, tribadi e impudiche. Anche le vedove se ne servono".
Nella "Lisistrata" di Aristofane la protagonista a un certo punto dice: "Amanti poi, nemmeno l'ombra. Da che ci hanno tradito i Milesi, quel coso lungo un palmo, chi lo ha visto? Una maniera di consolarsi, anche se di cuoio".
In un film uscito nelle sale in questi giorni, "Hysteria", si racconta in modo simpatico come sono stati inventati i vibratori.
Fin dai tempi di Charcot il massaggio vaginale poteva essere un modo per placare i sintomi dell'isteria. D'altra parte il giocattolo intimo delle donne ha sempre avuto un grande ruolo per placare l'insoddisfazione sessuale (anche all'interno dei conventi).
Stekel a proposito di una signora dice: "Poté così rinunciare agli uomini e conservare la castità".
Vero al cento per cento, se teniamo presente che la masturbazione, in entrambi i sessi, è stata sempre alla base della vita religiosa e dell'esercizio della virtù.
Il "guesquel" è uno strumento di erotismo meccanico "di cui si servono gli indiani della Patagonia per far godere le loro donne".
Ce lo racconta Blaise Cendrars nel "Plan de Aiguille" del 1927. "Esso è composto di una coroncina di ciuffi di crine di mulo, accuratamente montata su un sottile spago multicolore. L'uomo si lega questo spago dietro il glande e durante il coito introduce lo strumento, con lo spazzolino nella parte anteriore, nella vagina della donna. Il crine ha la lunghezza di un dito abbondante, i peli sono rigidi: il loro effetto è così violento che la donna urla, piange, stringe i denti, morde, scoppia a ridere, singhiozza, si agita, schiuma, sbava, sussulta, si contorce (i patagoni chiamano 'corcoveadores' le donne bianche, che con loro grande soddisfazione prendono parte attiva all'amore senza bisogno di 'guesquel'). L'orgasmo con 'guesquel' è così forte che successivamente la donna è sfinita, appagata, completamente soddisfatta, rantolante, stordita dalla felicità, svuotata, al culmine delle sue possibilità. Si dice che dopo averlo provato una volta le indiane non possono più fare a meno di questo strumento, anche nel corso del matrimonio. Un buon 'guesquel' vale da tre a sei cavalli, secondo la lavorazione e la cura con la quale è stato preparato. I più ricercati sono i 'guesquel' fabbricati con crine di mula bianca, giacché si attribuiscono loro virtù profilattiche".
Il "rinno-tama" è uno strumento giapponese per l'onanismo intravaginale meccanico. Di origine birmana, i giapponesi ne hanno fatto un prodotto di esportazione per tutta l'Asia.
E' costituito da due palline di latta sottile, grosse quanto uova di piccione. Entrambe le palline sono cave: una, vuota, viene introdotta a fondo nella vagina, fino al collo dell'utero; l'altra, che contiene un corpo estraneo tipo una biglia, viene introdotta nel primo terzo vaginale. Con il movimento si producono sulle pareti piacevoli stimoli, che portano la donna all'orgasmo. L'effetto si basa su due meccanismi combinati: la replezione e la titillazione delicata e continua sulle pareti.
Il "mutinus tutunus" è uno strumento di forma fallica, sul quale doveva sedersi la fidanzata prima di farsi possedere dal marito, secondo il rituale in uso presso gli antichi romani.
Gli scrittori cristiani da sant'Agostino a Lattanzio, ne parlarono come un segno di barbarie. Ma la fertilità di un concetto come quello del fallo non poteva essere colto dai sessuofobi.
Nel nome è richiamata la radice indoeuropea "tit" da cui deriva il nostro "titillare" che esprime una maniera di procurare piacere.
L'erotismo meccanico presente fin dai primordi dell'umanità, è approdato alla vastissima offerta odierna dei "sex toys".
Sade codifica tutte le leggende dell'erotismo meccanico che circolavano alla sua epoca e descrive l'utilità delle pulegge, degli argani, dei verricelli allo scopo di moltiplicare le possibilità delle posizioni.
I seguaci dell'odierno "bondage" si avvalgono di funi e di astruse tecniche di nodi, ma siccome non si sa se sono più psicologicamente confusi o inguaribilmente imbecilli, ogni tanto qualcuno esala l'anima in nome di Eros.
Le collezioni criminologiche della polizia di Parigi o di Scotland Yard mostrano diverse installazioni approntate da individui alla ricerca dell'erotismo meccanico.
Tipica la rete fissata al soffitto da un famoso ingegnere belga (morto poi impalato) che gli consentiva di provare il piacere vagando in equilibrio instabile nell'aria.
I surrealisti erano più divertenti. All'Esposizione internazionale del surrealismo di Parigi del 1959-1960, l'artista Robert Muller espose un'opera destinata a divenire famosa, la "Vedova del corridore", una bicicletta da corsa dallo strano richiamo sessuale e dall'improbabile meccanismo autoerotico. Qualcuno usando una formula creata da Marcel Duchamp, l'ha annoverata tra le "macchine celibi".

La pelle nera è divenuta di diritto il simbolo del sado-masochismo. Gli abiti di pelle di per sé sono connessi a un meccanismo erotico basato sul dominio e sulla sottomissione.
L'uso della pelle per il vestiario e per gli accessori ha un significato di sublimazione estetica del contenuto algolagnico del sadismo e del masochismo. Esiste senza dubbio un feticismo della pelle nera che riassume l'amore e la dipendenza per tutta una serie di aggeggi come gli strumenti di tortura e di flagellazione, cinghie di cuoio, fruste e frustini, catene, manette, divise e indumenti intimi in pelle.
Gli adepti a queste "confraternite" si inglobano in una delle due classificazioni: quella dei "padroni" e quella degli "schiavi". I primi dettano i comportamenti ai secondi (ma purtroppo tutti ignorano il bel proverbio: scegliti uno meglio di te e fagli le spese).
L'accessorio di pelle non manca mai come richiesta sempre presente, nel pubblico del sado-masochismo, che poi si articola nelle diverse "confessioni" degli omosessuali, delle lesbiche, dei sadici, dei pederasti ecc. ecc.
Il feticismo di questi soggetti si esplica soprattutto con il culto delle immagini fotografiche. Fotografare e farsi fotografare spesso per costoro è il massimo della libidine.
I cataloghi degli amatori della pelle nera sono pieni di cappucci, maschere, mutandine, pesanti catene d'argento, collari di cane trapunti di chiodi e di gemme, tute allacciate da stringhe da capo a piedi.
L'offerta di questi prodotti, supportata da una letteratura minore e da certo cinema ha ormai i suoi canali codificati, non riscuotendo alcun interesse nel pubblico più vasto. Solo la moda continua a recepire suggestioni sado-masochistiche come avvenne per lungo tempo dopo la pubblicazione e il successo di "Histoire d'O".
La valenza feticistica degli abiti e degli accessori di vestiario è sempre sottesa, sia nella moda, sia nella simbologia distintiva di ogni gruppo eroticamente caratterizzato.
Il feticcio è un simbolo che esprime il vero centro appetitivo. Il nero della pelle, delle calze, delle scarpe a tacco alto non può che significare il nero del pelo pubico.

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