Francisco Goya

Francisco Goya, grande pittore spagnolo, è nato a Fuendetodos nel 1746 e morto a Bordeaux nel 1828. A Fuendetodos, piccolo paese dell’Aragona, la casa natale dell’artista è stata trasformata in museo. Suo padre era di modesta estrazione sociale, mentre sua madre apparteneva a un’antica famiglia di hidalghi aragonesi.
A sette anni Goya viene portato a Saragozza dove fino al 1756 vivrà una vita libera insieme agli altri ragazzi del popolo, senza un sistematico impegno scolastico. Insieme a un abbozzo di istruzione classica ha modo di esercitarsi nel disegno a fianco di diversi pittori.
Per una vicenda oscura, forse attinente alla morale, viene costretto dall’Inquisizione a lasciare Saragozza per Madrid. Qui frequenta l’Accademia delle belle arti, pur senza trascurare il divertimento e la vita notturna.
Una volta, alle prime luci dell’alba, lo trovarono in una viuzza malfamata con un coltello nella schiena. Fu il motivo per cui dovette lasciare anche Madrid e rifugiarsi a Roma. Siamo nel 1764.
Di lì a poco viene pronunciata contro di lui una condanna a morte, sempre per non meglio precisati delitti contro la morale. Per fortuna successivamente viene graziato per l’intervento degli ambasciatori di Spagna e di Russia che avevano avuto modo di scoprire il suo talento.
Al suo ritorno a Saragozza esegue degli affreschi nella basilica del Pilar. A ventinove anni sposa Josefa Bayeu, sorella del pittore Francisco, da lungo tempo suo intimo amico. Goya resterà unito alla moglie per quarantun anni e ne avrà ben ventun figli. Bisogna aggiungere però che la fedeltà coniugale non era certo la sua virtù.
Nel 1775 è a Madrid dove svolge un’intensa attività artistica, anche se non coronata da grande fama. Goya è molto determinato ad arrivare all’apice per cui non disdegna di chiedere appoggi e raccomandazioni ai potenti.
Infine gli arriva un’importante ordinazione da parte della fabbrica di tappeti di Santa Barbara: una serie di cartoni aneddotici e descrittivi su vari temi.
In quell’epoca la sua resa artistica è ancora disuguale e incostante. E’ attratto dall’Illuminismo e dal nuovo culto della ragione, ma è ancor più attratto dalla vita brillante madrilena, dove si agita un variegato mondo fatto di maestrucoli, cicisbei, castrati, primedonne, ballerine e toreri, che saranno ampiamente raffigurati nella sua produzione.
A poco a poco il grande successo comincia ad arrivare. Dopo aver partecipato al concorso per la decorazione della chiesa di San Francisco el Grande, ottiene una serie di vittorie professionali. Dal 1783 in avanti, sorretto dall’ispirazione e dall’entusiasmo, eseguirà circa trecentocinquanta ritratti.
E’ in questa fase che si lega con Maria del Pilar, tredicesima duchessa di Alba, più giovane di lui di sedici anni. La loro relazione sarà in crescendo e toccherà il sommo dieci anni più tardi.
I due amanti sono accumunati dal gusto trasgressivo della degradazione e da una viva passione per i pagliacci, per i toreri e forse anche per i bambini.
Goya dipinge in infinite occasioni la duchessa. Oltre alla “Maja vestida” e alla “Maja desnuda” ci resta una serie di cartoni, conservati alla Biblioteca nazionale di Madrid, che la ritraggono in atteggiamento di languido abbandono.
Il genio di Goya, all’inizio lento ad affermarsi, si impone con forza travolgente. Al fianco della duchessa, Francisco si fa più raffinato, più colto, partecipe al gusto del lusso e dell’eleganza. Sperimenta un tenore alto di vita che per essere mantenuto lo costringe a un lavoro vorticoso. Confesserà: “Ho bisogno di molto denaro, prima di tutto perché la mia posizione richiede innumerevoli spese e poi perché il dispendio mi piace”.
Nel 1785, durante una villeggiatura a Piedrahita, dipinge “La vendemmia” in cui esprime una schietta aura di felicità.
Due anni dopo affresca la cappella di Sant’Antonio de la Florida, sulle rive del Manzanarre. I suoi affreschi religiosi non esprimono alcuna ieraticità: i suoi angeli somigliano molto alle donne dei suoi dipinti.
Nel 1799 Goya realizza “La prateria di Sant’Isidoro”, una delle sue opere più celebri.
Poco dopo viene nominato pittore di corte, con un compenso annuo di cinquantamila reali.
Appena acclimatato nel nuovo ruolo, non tiene a freno una certa sfrontatezza deferente, come si evince da “La famiglia di Carlo IV”. Dà molto spazio alla satira di costume con delle acqueforti in cui dispiega pienamente il suo genio: “Capricci”, “Disastri della guerra”, “Tauromachia”, “Proverbi”.
Nel frattempo la vita privata di Goya viene sconvolta, al pari della Spagna. Già nei “Capricci” si ravvisano tracce di un rancore nei confronti della duchessa d’Alba, che pare non tenere più in gran conto il loro legame.
Nel 1802 la duchessa morirà, secondo certe voci avvelenata. Nel 1803 la Francia invade la Spagna. Napoleone impone con la forza il fratello Giuseppe sul trono di Madrid, provocando una rivolta popolare, soffocata nel sangue da Murat. A questo punto l’intera Spagna si ribellerà all’invasore. La guerra di liberazione durò nove anni e finì solo quando Giuseppe, nel 1813, si decise ad andar via da Madrid.
Goya partecipò a terribili episodi di questa guerra, come l’assedio di Saragozza. Ne uscì profondamente marcato nel corpo e nell’animo.
Si ritira in una casa di campagna nei pressi di Madrid, che venne da allora chiamata “villa del sordo”. Infatti Goya è divenuto sordo e soffre di svariate malattie.
La sua visione del mondo diviene quanto mai negativa e popolata di incubi. E’ di quest’epoca il quadro “Saturno divora i suoi figli”.
Successivamente dipingerà ancora quattordici pitture murali che ritrovano un senso di libertà e di pace, nonostante i molteplici malanni, la sordità, la solitudine e la vecchiaia dell’autore.

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