Pierre Louys

Pierre Louys (1870-1925) fu un poeta e romanziere francese.
Ancora studente al liceo Henri IV si legò d’amicizia con André Gide. Fin da quell’epoca scriveva strofe romantiche e sensuali. Successivamente conobbe Paul Valéry che ammirava profondamente. Con lui ed altri fondò “La conque”, una piccola rivista destinata alla grande poesia.
Conobbe tanti scrittori e intellettuali della sua epoca, tra cui Mallarmé, Hérédia, Oscar Wilde, Claude Debussy.
Louys fu un intellettuale singolare. Appassionato del mondo antico, capace di conversare in greco e di scrivere l’ebraico era amante dell’espressione aulica e poetica che egli peraltro usò con parsimonia. Fu bibliofilo raffinato e cesellatore esigente dei suoi versi.
E’ conosciuto soprattutto per due opere: “Afrodite” e “Canzoni di Bilitis”, pervase di un erotismo che possiamo definire coinvolgente. Nel 1894 l’apparire delle “Canzoni di Bilitis” creò molto scalpore nel mondo letterario. Louys le presentò come una traduzione da un manoscritto dell’antica Grecia. Fece credere si trattasse delle confessioni di una cortigiana di Mitilene. Abbiamo in questi versi un meraviglioso esempio di poesia dall’inappuntabile nitore formale.
“Afrodite” è un romanzo che uscirà nel 1896. Nel 1898 Louys pubblicherà il romanzo “La donna e il fantoccio”, forse il suo vero capolavoro, che fu più volte portato sugli schermi cinematografici.
In “Afrodite” l’immaginazione dell’autore ricreò gli interessanti costumi antichi che lo affascinavano tanto. La vicenda e l’atmosfera sono pagani. Il corpo umano, i sensi, il rapporto amoroso, la contemplazione della bellezza fisica sono i temi che acuiscono l’ispirazione dell’autore. Berenice, sorella di Cleopatra, regna su Alessandria. Demetrios, lo scultore che ha innalzato una statua ad Afrodite, è l’amante della regina. A lui, famoso e bellissimo, guardano tutte le donne di Alessandria. Una sera incontra la bella Criside e scocca subito la scintilla dell’amore. Da quel momento egli vuole lei e nessun altra. Ma lei lo ricatta ponendogli una condizione: lo ricambierà solo se egli riuscirà a portarle lo specchio di Bacchis, una meravigliosa cortigiana, il pettine della moglie del Gran Sacerdote e la collana di Afrodite. Demetrios accetta e si copre di orribili colpe per conquistare l’amore di Criside. Qui il romanzo si fa terribile: tante sciagurate conseguenze deriveranno dagli atti dello scultore, che alla fine non riuscirà ad avere Criside e si dovrà accontentare di un sogno consolatore. Il messaggio è chiaro: l’appagamento totale del desiderio d’amore è impossibile come è altrettanto irraggiungibile la bellezza.
Demetrios si sente ferito nel suo amor proprio per quella sconfitta e cerca la rivincita. Per un capovolgimento di fronte sarà Criside a chiedere il suo amore, ma egli glielo rifiuterà. Le pone una condizione pazzesca: la bella Criside dovrà ornarsi dello specchio di Bacchis, del pettine di Tuni e della collana di Afrodite e, nuda, dovrà salire sul faro di Alessandria e di lassù mostrarsi alla folla.
Gli alessandrini, abbagliati da tanta bellezza crederanno di vedere Afrodite. Ma la dea, ancora una volta offesa, e che già si è vendicata di Demetrios, si vendicherà ora di Criside. Tutta la città, offesa dall’inganno, chiederà la morte della bellissima donna. Criside, richiusa in un carcere, troverà la morte avvelenandosi. Ancora una volta la bellezza rimarrà inafferrabile.
“Mirtoclea aveva scostato la coperta che avvolgeva la morta, e il volto era apparso così rapidamente alterato che le due fanciulle indietreggiarono. Le guance si erano fatte angolose. Le palpebre e le labbra si gonfiavano come cuscinetti bianchi. Già non rimaneva più nulla di quella sovrumana bellezza.
“Richiusero lo spesso sudario; ma Mirto insinuò la mano sotto la stoffa per mettere tra le dita di Criside l’obolo destinato a Caronte.
“Allora, tutte due, squassate da interminabili singhiozzi, posarono sulle braccia di Timone il corpo inerte che si piegava.
“E quando Criside fu coricata sul fondo della tomba sabbiosa, Timone riaprì il lenzuolo. Assicurò l’obolo d’argento tra le falangi allentate, mise sotto la testa un sasso piatto; sparse sul corpo, dalla fronte alle ginocchia, la lunga capigliatura di ombra e di oro.
“Poi uscì dalla fossa, e le musicanti, inginocchiate davanti all’apertura spalancata, si recisero a vicenda i loro giovani capelli, per annodarli in un solo fascio che seppellirono insieme alla morta”.

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