Jean Genet

Jean Genet (1910-1986) fu uno scrittore e drammaturgo francese, anomalo da diversi punti di vista. In lui la sua vita “dannata” si intreccia profondamente con la sua produzione letteraria “dannata”. Egli stesso, nella sua autobiografia “Diario del ladro” del 1949, ci racconta la sua vita derelitta di delinquente. Dedicò questo libro a Jean Paul Sartre, che a sua volta gli aveva dedicato una monumentale biografia: “Santo Genet, attore e martire”.
Nei suoi romanzi e nelle sue opere teatrali l’erotismo è sempre in primo piano. In esso si esprime la profonda fusione tra scelta del male e virtù virili.
La sua ispirazione omosessuale, la sua vita violenta, le sue gesta lo hanno illustrato nello scandalo, da lui accettato come meccanismo di riscatto.
Genet è stato uno degli scrittori più singolari e interessanti del XX secolo. Il suo erotismo raggiunge spesso una folgorante poesia. Dice Sartre: “Genet ci porge lo specchio: siamo costretti a guardarci”.
Genet dai dieci fino ai trentasei anni conobbe via via le carceri più note di Francia e di Europa. In esse costruì il proprio apparato mentale ed affettivo, la sua vera famiglia che da trovatello non aveva mai avuto. In esse trovò la sua vera scuola e la trasmissione del sapere della trasgressione. Jean aveva percorso tutte le tappe della carriera criminale: rubò bestiame dalle stalle dei paesi balcanici, fece il contrabbandiere e lo spacciatore di droga in Spagna, divenne raffinato borsaiolo nell’Europa centrale, fu collaboratore dei nazisti, si arruolò nella Legione Straniera e presto disertò.
A 37 anni, mentre soggiornava nel carcere francese di Frenes, cominciando a interrogarsi sul proprio significato, prese a scrivere.
Però, ogni volta che usciva dal carcere, trovava subito il modo di ritornarci. Nell’immediato dopoguerra, a causa della sua recidività, fu condannato alla colonia penale della Guyana, dove avrebbe definitivamente concluso la sua vita di criminale.
Ma un gruppo di letterati parigini, tra cui Sartre, Cocteau e Mauriac, promosse un appello per la grazia, e questo gli salvò la vita. E’ stato così che l’ex ladro è entrato nella storia ufficiale della letteratura.
Il capolavoro di Genet “Nostra Signora dei Fiori” è un tremendo percorso nel mondo miserabile dei reietti, e lì gli abietti diventano eroi, gli adepti del vizio divengono creature umane piene di dignità.
Genet ha scritto di sé: “Avevo sedici anni, nel mio corpo non conservavo luogo alcuno ove potesse rifugiarsi il sentimento della mia innocenza. Mi riconoscevo quel vigliacco, quel traditore, quel pederasta che gli altri vedevano in me”.
Quello che compì il miracolo di questa quasi impossibile metamorfosi dal male assoluto alla grande espressione artistica, fu un’immensa e repressa sete d’amore. Egli dirà: “Il mio amore finirà forse per uscire trasportato dalle parole, come un tossico è espulso dal corpo, col latte o con la purga”.
Genet ha compiuto il miracolo di trasformare i suoi delitti in opere letterarie. Percorrere le sue pagine vuole dire intraprendere un coraggioso viaggio attraverso la putredine e i detriti di ogni ideale infranto. Ma, incredibilmente, da questa distruzione dei valori correnti si leva, imprevista, una pietà che getta una luce nuova sulla realtà della vita e dell’arte.

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