Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka (1898-1980) fu una pittrice polacca. Dipinse “donne fatali” e fu essa stessa una “donna fatale” per la vita vissuta e per i numerosi amori più o meno esibiti.
Nel 1916 sposò Tadeusz Lempicki, un avvocato polacco, e due anni dopo entrambi si rifugiarono a Parigi per sfuggire alla Rivoluzione russa. Nella capitale francese studiò arte ed adottò il suo nome d’arte. Frequentò l’ambiente culturale e letterario di quegli anni.
Nel 1923 si era già fatta una certa fama e i suoi lavori figuravano nelle gallerie più importanti. Era anche molto prolifica: per la sua prima personale tenutasi a Milano nel 1925, dipinse ventotto opere in soli sei mesi.
Sviluppò uno stile personale che venne definito anche “cubismo soft”. Tale stile finì per essere l’incarnazione stessa dell’art déco. I quadri esprimono in modo diretto la personalità dell’artista. Essi esprimono una grande concentrazione su soggetti glamour e molto eleganti.
I pochi nudi che realizzò, accentuando composizioni curve e sinuose, ricordano quelli di Ingres. I suoi ritratti esprimono molto bene la ricchezza dei suoi facoltosi committenti. Divenne ben presto la ritrattista più richiesta della sua generazione. Il suo stile raffinato e decadente ricorda quello di Fernand Léger, ma più femminile e ingentilito. Ritrasse nobili e mondanità varia ottenendo un successo clamoroso.
Tamara volle essere ardentemente una celebrità e ci riuscì a pieno. Fu famosa per la bellezza fredda e distante, ma anche per i suoi party e le sue avventure amorose promiscue.
Nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti col secondo marito, il barone Raoul Kuffner ed ottenne molto successo sia a Hollywood sia a New York.
Negli anni Cinquanta i suoi quadri passarono di moda e la de Lempicka cercò invano di adeguare la sua produzione ai nuovi gusti del pubblico. Ma successivamente le sue prime opere ebbero un ritorno d’interesse, soprattutto negli anni Settanta. Dopo la morte dell’artista si è assistito negli anni a una certa consacrazione.
Tra i tanti amori vissuti nella sua febbrile vita da Tamara de Lempicka, ha fatto epoca quello mancato con Gabriele D’Annunzio. Tamara varcò la soglia del Vittoriale, ma non cedette alle trame seduttive del Vate. La personale del 1925 in una galleria milanese si era risolta in un trionfo. Sulla scia di quel successo D’Annunzio si pose subito l’obiettivo di conoscerla e di conquistarne i favori.
La polacca all’epoca aveva ventotto anni, ed oltre al fascino fisico faceva intravvedere una personalità erotica che intricava molto il Poeta. Il primo incontro al Vittoriale si concluse con un nulla di fatto poiché i due volevano cose diverse ed inconciliabili: Tamara voleva fare un ritratto a D’Annunzio per poco nobili motivi di autopromozione, e quest’ultimo voleva aggiungere un altro scalpo alla sua lunga collezione.
Sempre sulla base di un equivoco di fondo, si verificò una seconda visita. In questa circostanza Gabriele le provò davvero tutte, ma inutilmente: Tamara restò sostanzialmente intonsa. Leggiamo insieme lo sconsolato resoconto che D’Annunzio stesso fa della vicenda con la fida Aélis.
“Ero convinto, puoi ben capirlo, che avrebbe ceduto e mi ero portato tutte le munizioni nel mio sacchetto. Vedi anche che toilette mi ero fatto. L’ho trovata più lucida che mai. Non ha voluto saperne di prendere anche un pizzico di cocaina, adducendo il pretesto che temeva di ricadere nel vizio che aveva avuto qualche anno addietro; ma pensa, la stupida, la metteva sulle gengive! Allora, per cercare di convincerla, mi son tolto il pigiama, per mostrarle la bellezza del mio corpo, ma lei si è voltata dall’altra parte dicendo che aveva orrore della pornografia. Allora le ho chiesto che intenzione avesse e a lei è saltato in mente di parlarmi del ritratto che desiderava farmi e mi ha detto che forse evitavo di farne cenno perché non conoscevo i suoi prezzi. Pensa, Aélis, venire a dire a me una cosa simile! Non ho potuto far a meno di dirle: ‘Come, signora? Lei parla così a Gabriele D’Annunzio? Ebbene, addio’”.

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