Decimo Giunio Giovenale

Decimo Giunio Giovenale (55-127 d.C.) fu un poeta latino. La sua produzione poetica consta di sedici satire, divise in cinque libri e composte tra il 90 e il 127 d. C.
La materia trattata riguarda la società decadente e corrotta del suo tempo, l’effeminazione degli uomini, il crudele dispotismo dei governanti e la trepida vigliaccheria dei ministri, la capricciosa violenza dei padroni, la lussuria delle donne, la trascuratezza per la vera cultura e per la nobiltà delle opere, l’obbrobriosa volubilità del volgo, l’incontentabilità umana, il lusso delle mense, la caccia all’eredità, la cattiva educazione. La penna sferzante di Giovenale non salva nessuno.
In materia sessuale il poeta ebbe di preferenza due grandi obiettivi: le donne e gli omosessuali.
La misoginia di Giovenale si appunta soprattutto su quelle matrone che avevano ai suoi occhi un comportamento troppo disinvolto e privo di pudore. Nella Satira VI riferisce vari esempi di comportamenti spudorati delle donne. Tra l’altro ci presenta a tutto tondo la figura sconcertante di Messalina, definita “Augusta meretrix”. Le descrizioni delle azioni delle matrone sono ferocemente particolareggiate. Viene riportata ogni nefandezza di quelle situazioni prive del minimo senso morale e della misura: avvelenamenti, omicidi premeditati di eredi, superstizioni grossolane, maltrattamenti estremi alla servitù con pene spropositate al minimo errore, tradimenti di coniugi a profusione.
Il bersaglio degli omosessuali risente del contesto del generale disprezzo sociale per tale categoria. Nella complessiva condanna, Giovenale sottolinea la maggiore gravita e ripulsa in quei soggetti doppi ed ipocriti che di giorno si scagliano rabbiosamente contro la corruzione dei tradizionali costumi e di notte si abbandonano ai peggiori vizi e a degradazioni abominevoli. Il disprezzo per gli omosessuali si spinge fino alla pericolosa critica nei confronti dell’imperatore Adriano, che non aveva occhi che per il suo bellissimo Antinoo.
Giovenale era un tradizionalista e in tale ottica vedeva ogni segnale di emancipazione del sesso femminile, anche da condizioni di subalternità pesanti. Ma l’emancipazione comportò lo stravolgimento di troppe regole da parte di troppe donne. Giovenale grida nauseato: “Si crede tutto consentito e nulla giudica indecente”.
Per il poeta le donne sono tutte adultere, sgualdrine e spudorate:
ché in tutte ormai, e nobili e plebee,
uguale è la libidine, e colei
che calca a piedi il sudicio selciato
non è migliore di colei che a schiena
si fa portar di giganteschi sirii.
Giovenale ci dipinge una situazione con tinte che potrebbero sembrare esagerate: le donne si comportano come e anche peggio degli uomini. Le si trova dappertutto: in tribunale, in palestra, nelle discussioni di politica, d’arte e perfino di strategia militare; e bevono e si ubriacano:
Qual freno infatti, quando è ebbra, sente
Venere? Più non sa quale divario
sia tra la faccia e l’inguine colei
che a tarda notte grandi ostriche morde.
Le donne, nel resoconto di Giovenale, sono rotte a qualunque vizio e comportamento turpe:
… dinanzi all’ara della pudicizia
ivi di notte ferman la lettiga,
ivi orinano e inondano di lunghi
getti l’effigie della Dea, poi fanno
a cavalcarsi vicendevolmente
(guarda i lor moti il lume della luna),
poi rincasano…
Riportiamo in conclusione un altro piccolo brano della Satira VI da cui si evince quanto fosse viscerale la misoginia di Giovenale: “E tuttavia, con i tempi che corrono, tu prepari il contratto, il patto nuziale e la cerimonia di fidanzamento, e già ti fai acconciare i capelli da un maestro parrucchiere e forse hai già messo al dito della futura sposa l’anello che t’impegna? Certamente tu eri sano di mente: prendi moglie, o Postumo? Dimmi da quale Tisifone da quali serpi sei sconvolto. Puoi sopportare una qualsivoglia padrona, quando al mondo ci sono tante corde per impiccarsi, quando ti si spalancano nel vuoto alto e vertiginose finestre, quando ti si offre nelle vicinanze il ponte Emilio?”.

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