Freyja

Freyja nella mitologia scandinava è la dea della passione amorosa. Moglie di Odino, ha per diritto la metà delle anime dei caduti in battaglia.
Frey, fratello di Freyja, era il dio della potenza sessuale. Era adorato nel tempio di Uppsala con dovizia di simulacri fallici.
In Norvegia, in Danimarca, nelle Fiandre e nella Germania del Nord, le sacerdotesse intrattenevano con Frey un culto costante che culminava in orge sacre.
Freyja era anche la dea della fertilità. Una tradizione nata per prima in Norvegia voleva che la dea si spostasse di preferenza su un carro trainato da gatti. Era una giovane bellissima dai capelli biondi e dagli occhi azzurri. La sua parte delle anime le portava nel regno di Folkvang in Asgard.
Gran parte dei miti che riguardano Freyja trattano dei tentativi di rapirla da parte dei giganti. Il suo nome è all’origine del termine Friday, Venerdì in inglese.
Brisingamen è il nome del monile di cui Fryja si fregia di preferenza. Probabilmente si tratta di una collana, forgiata dall’arte di quattro nani. Freyja li colse nel pieno della loro produzione e quando la dea espresse il desiderio di avere quel gioiello meraviglioso, i nani chiesero in cambio un rapporto sessuale con lei. Freyja pur di avere quel monile acconsentì. Anche senza molta fatica, se crediamo all’opinione di Loki, il dio demone, secondo cui la dea era una ninfomane.
Quando Odino, il marito di Freyja, venne a conoscenza del fatto, andò giustamente su tutte le furie e ordinò a Loki di rubare la collana. Impresa assai ardua essendo la dimora della dea, inviolabile. L’astuto Loki, però, compì l’impresa trasformandosi in mosca, riuscendo così a penetrare nella dimora di Freyja.
Loki odiava la dea della passione amorosa, e in un’altra occasione l’accusò perfino di essere l’amante del fratello Frey.
I gatti, forse a causa dei loro miagolii acuti, facevano abitualmente parte del corteggio di Freyja e delle relative notti d’amore che lei promuoveva. Tale ruolo simbolico del gatto era presente anche presso gli antichi egizi.Nelle Fiandre è persistita a lungo una tradizione poco commendevole di rituali propiziatori in cui i gatti, loro malgrado, avevano un grande ruolo. Le povere bestie, proprio per provocare il prezioso miagolio, venivano scaraventati nel vuoto da grandi altezze.
Con l’avvento del cristianesimo tale tradizione non si perse affatto. Nel 962 a Ypres Baldovino III decretò che si gettassero dall’alto del maniero di Korte-Mers dei gatti vivi alla presenza di un vescovo. Così la tradizione scandinava si riallacciava alla tradizione celtica intesa a onorare la fecondità.
Tale culto, così crudele dal punto di vista del gatto, cessò provvisoriamente nel 1578. Ma solo per non urtare le convinzioni dei calvinisti che in quel periodo governavano Gand. Quando nel 1590 Alessandro Farnese riconquistò la città, il costume ritornò splendidamente in auge e le orge furono potenziate dal contributo di esperti mediterranei.
Anche l’interruzione di queste feste, imposta dai francesi nel 1789, fu effimera.
Nel 1847 lo storico Lambin scriveva, come se non vi fosse stata alcuna soluzione di continuità rispetto ai primi incontri danesi di Frodhi: “Come per il passato, la persona addetta al lancio dei gatti è magnificamente vestita di rosso e porta una cuffia bianca dai nastri colorati”.

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