Rea Silvia

Rea Silvia è un personaggio della mitologia romana. Forse originariamente, come suggerisce il suo nome, fu una divinità dei boschi e delle selve che coprivano i monti Albani. Non lontano da quei luoghi sorse più tardi la città di Roma.
La leggenda più diffusa su Rea Silvia è quella di provenienza albana. Suo padre Numitore, re di Albalonga, fu spodestato dal fratello Amulio che, deciso a porre fine alla discendenza del regnante, consacrò Rea Silvia alla dea Vesta.
Le vestali, sacerdotesse della dea, erano preposte al mantenimento del sacro fuoco nel tempio e perciò stesso erano tenute al rispetto rigoroso del voto di castità.
Il rapporto tra la dea Vesta e il fuoco è strettissimo. La conservazione costante del fuoco domestico era il simbolo dell’unità e del calore della famiglia. Dunque la dea era protettrice della comunità privata e sociale insieme, ed era particolarmente venerata.
Ebbe diversi pretendenti alla sua mano, tra cui Apollo e Posidone, ma non volle saperne delle nozze e giurò sul nome di Zeus che non si sarebbe mai sposata rimanendo eternamente vergine.
Allora si comprende bene il perché le donne chiamate a mantenere vivo il fuoco dell’altare di Vesta fossero legate a una castità assoluta, onde restare per sempre fanciulle.
Data la sua importanza, la dea Vesta era anche la protettrice dello Stato romano, in quanto dea della concordia. Il più antico tempio che le fu dedicato a Roma, risaliva al tempo della monarchia. Si credeva fosse stato fatto costruire da Numa Pompilio presso il Palatino vicino al Foro.
Le sacerdotesse del suo culto presero da lei il nome di Vestali. Entravano nel tempio ancora giovanissime, dopo essere state esaminate dal Pontefice Massimo. Il compito delle vestali era di grande responsabilità, poiché l’estinguersi del fuoco era considerato segno di sciagura e la colpevole responsabile di tale negligenza sarebbe stata severamente punita.
Le Vestali a Roma rimanevano consacrate alla dea per trent’anni. Trascorso questo periodo potevano rientrare in famiglia e anche prendere marito.
Tutti coloro che intraprendevano cariche pubbliche, consoli, questori, pretori, dittatori, si recavano al santuario dedicato a Vesta a rendere solenni onoranze con sacrifici sontuosi.
Annualmente la dea veniva onorata con le “Vestalie”, feste che si tenevano in giugno e che rinsaldavano il forte legame tra la popolazione e la divinità.
I guai e la grandezza della vestale Rea Silvia iniziarono in un pomeriggio d’estate. Colta dal sonno sulle sponde del Tevere, dove si era recata a cogliere fiori, la giovane vestale vide in sogno un giovane bellissimo circonfuso di luce: era il dio Marte. Svegliatasi corse alla propria capanna e si confidò con la nutrice. Questa la consolò, prevedendo un prodigio nel racconto della fanciulla.
Dopo nove mesi Rea Silvia dette alla luce due gemelli che furono chiamati Romolo e Remo.
La fanciulla fu accusata da Amulio di aver infranto il voto di castità, giacendo con un mortale. Rea fu imprigionata e i gemelli furono abbandonati sulla riva del Tevere, destinati a morire d’inedia. Per fortuna una lupa li allattò e salvò loro la vita.
In seguito, uno dei pastori del re, Faustolo, insieme a sua moglie, raccolse i piccoli e li allevò. Una volta cresciuti appresero da Faustolo il mistero della loro origine e il sopruso perpetrato da Amulio. Così i due gemelli imprigionarono quest’ultimo e rimisero sul trono di Albalonga Numitore.
Poi Romolo e Remo, sul luogo dell’incontro con la lupa, misero le fondamenta imperiture della città di Roma nel 754 a. C.
Sulla fine di Rea Silvia ci sono versioni discordi. C’è chi dice che fu seppellita viva dopo il parto per ordine di Amulio. Tra questi Ovidio, nei “Fasti”. Per altri sarebbe morta di stenti per la dura prigionia e il Tevere, accogliendone le spoglie, l’avrebbe fatta sua sposa. Infine non mancano i fautori del completo lieto fine. Essi vedono Rea Silvia seguire orgogliosa le straordinarie imprese dei propri pargoli.

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