Niccolò Franco

Niccolò Franco (1515-1570) fu un letterato italiano che visse per parte della sua vita all’ombra dell’Aretino, e che fu poi travolto dai perigliosi scontri tra i potenti del suo tempo, finendo impiccato in Ponte Sant’Angelo a Roma.
Come il suo maestro e ispiratore Pietro Aretino, Niccolò offriva la sua penna all’obolo dei potenti, correndo ovviamente tutti i rischi del caso, per di più in tempi assai bui in cui la faceva da padrone la Santa Inquisizione.
Fin da giovane Franco disprezzò gli autori edificanti ed ammirò poeti erotici e scrittori proibiti come Marziale, Petronio, Catullo e suoi contemporanei come Pulci, Berni e Ruzante.
Ebbe un temperamento ribelle e più volte da adolescente scappò di casa, nella sua Benevento, vivendo di espedienti e frequentando taverne e postriboli.
Franco conobbe l’Aretino a Venezia. Pietro era al colmo della sua fama di scrittore e di “Flagello dei Principi”, e prese a ben volere il giovane beneventano, sia per l’arguzia sia per la disponibilità alle bisbocce nelle taverne, nelle bische e nei lupanari.
Vi si trovò tanto in sintonia da assumerlo come suo segretario. Ma i temperamenti dei due scrittori erano troppo simili perché potessero convivere a lungo. Desiderosi entrambi di primeggiare e di essere al centro dell’attenzione, ben presto assunsero l’uno contro l’altro atteggiamenti aggressivi e le liti furono continue e le ingiurie reciproche feroci.
L’Aretino cacciò il Franco da casa sua in malo modo. Costui, profondamente offeso, prese a odiare il suo ex amico e a mettere per iscritto le ingiurie più infamanti. Ciò gli procurò un’aggressione fisica da parte di uno dei servi dell’Aretino. Fu atteso di notte in un calle e mentre Franco rientrava piuttosto ubriaco nella locanda dove aveva preso alloggio, l’aggressore lo colpì con diverse coltellate e lo sfregiò. Sopravvisse per miracolo, grazie all’intervento di alcuni avventori della locanda.
Capita l’antifona Franco lasciò rapidamente Venezia e si rifugiò dapprima a Casale Monferrato e poi a Mantova, presso i Gonzaga.
Qui, protetto dal munifico principe, provò a riallacciare i contatti con la cultura accademica ed umanistica, senza rinunciare alle invettive in rima contro l’odiato Aretino.
Non trovandosi bene neppure a Mantova, il Franco riprese a peregrinare trasferendosi dapprima in Calabria e poi nuovamente a Napoli, dove continuava i tentativi di farsi assumere da qualche nobile come segretario.
A causa delle ripetute delusioni, fece la mossa sbagliata di recarsi a Roma. Nella curia romana i contenuti ostili verso la chiesa cattolica e il clero, negli scritti di Niccolò Franco, erano tutt’altro che ignorati o dimenticati.
In quel periodo di Controriforma a Roma imperversava lo strapotere della Santa Inquisizione e del cardinal Ghislieri, e Franco, con una grande incoscienza, si lanciò in una serie di attacchi verbali e scritti, tutti rigorosamente commissionati e pagati, contro i pontefici Paolo III e Paolo IV.
La sorte e la fortuna girarono le spalle ai committenti del Franco. Il cardinal Ghislieri divenne Pio V.
Vi fu una “pasquinata” contro il nuovo papa, che aveva fatto erigere un vespasiano in Vaticano: “Papa Pius Quintus, ventres miseratus onustus, / hocce cacatorium, nobile fecit opus” (Papa Pio V, spinto da pietà per i ventri troppo pieni, questo cacatore – mirabile opera – eresse). La “pasquinata” venne attribuita al Franco, che fu tosto arrestato e consegnato nelle gentili mani dell’Inquisizione. Dopo interrogatori e torture, sopportate con coraggio, lo sfortunato scrittore fu condannato come eretico e bestemmiatore impenitente, ed impiccato.

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