Isabella Agostini, un'emula di Teresa Raquin

Il trio classico: marito, moglie, amante, che poi fatalmente precipita verso il delitto, questa volta è composto da Michele Santoni, marito assassinato, Isabella Agostini, moglie assassina, Giuliano Cattoni, amante assassino.
La storia si svolge a Trento. La notte tra il 2 e il 3 giugno 2000, sulle rive del lago Terlago, viene ritrovato il cadavere di un uomo. Presenta uno squarcio alla gola da orecchi a orecchio, e altre 23 ferite causate in parte da un’arma da taglio, in parte da un corpo contundente. Con molta probabilità il delitto è avvenuto altrove, poiché sul posto si è ravvisata solo una modica quantità di sangue, avendone il corpo ferito versato in abbondanza.
La vittima fu individuata nella persona di Michele Santoni, un impiegato residente a Trento, giudicato da tutti un giovane irreprensibile, onesto e buono.
Si era sposato pochi mesi prima, nell’ottobre 1999, ed abitava con la moglie in una villetta poco distante dal luogo del rinvenimento del cadavere.
Fu la polizia a recare la notizia alla moglie, Isabella Agostini di 24 anni. La reazione della donna venne giudicata anomala dagli agenti. Infatti essa rimase fredda e indifferente, come se le avessero detto che il marito si era intrattenuto al bar a giocare a freccette (cosa che a volte succedeva).
Dopo 24 ore dal rinvenimento del cadavere la polizia trasse in arresto Isabella e un suo conoscente, Giuliano Cattoni, un artigiano piastrellista che intratteneva da tempo una relazione con lei, nonostante il recente matrimonio dell’Agostini.
Tutto sembrava convergere verso uno scenario di questo tipo: Il Santoni era stato massacrato in un’imboscata tesagli dalla moglie e dal suo amante. Uno di loro lo aveva colpito con violenza alla testa, lasciandolo tramortito ma ancora in vita, l’altro l’aveva finito, sgozzandolo con un coltello.
Cattoni conosceva Michele. Entrambi erano appassionati di freccette, e fu proprio in una gara di freccette che Giuliano conobbe sia Isabella che il marito.
Naturalmente il Cattoni fu molto più interessato alla prima che al secondo. Successivamente l’aveva cercata e tra loro era nata un’amicizia presto mutatasi, come di prammatica, in una relazione sentimentale. Come si vede, lo stesso copione sputato di Teresa Raquin di zoliana memoria.
Michele sapeva dei tradimenti della moglie, ma sopportava poiché ne era innamorato e sperava che alla fine la “mattana” le passasse e tornasse a dedicarsi interamente a lui. Si illudeva, poveretto. In realtà i due amanti erano un bel pezzo avanti: avevano addirittura progettato in dettaglio l’eliminazione fisica del terzo incomodo!
Ai nostri fini poco conta la dinamica particolareggiata dell’agguato mortale condotto in sintonia dai due amanti, complici e rei in ugual misura al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma la magistratura (a mio avviso sbagliando di grosso) volle discernere bene le precise responsabilità di ognuno dei due, dimenticando che in tal modo ci si affidava molto alle parole e molto poco ai fatti. Come era prevedibile, davanti al giudice i due amanti “diabolici” si accusarono a vicenda, di volta in volta modificando la propria versione dei fatti.
Davanti ai giudici della Corte di Assise di Trento, Isabella, che in precedenza si era avvalsa della facoltà di non rispondere, sostenne di essere stata semplice spettatrice del delitto, senza poter fare nulla per impedirlo. L’ex amante, da parte sua, scelse il rito abbreviato e sostenne che era stata lei a chinarsi sul corpo tramortito del marito e a sgozzarlo freddamente con un coltello. In barba alle chiacchiere, i fatti sono stati che né il bastone usato per colpire in un primo tempo la vittima, né il coltello sono mai stati trovati, a riprova della lucida complicità dei due assassini.
I mali di tanti processi che finiscono per essere ingiusti e lasciare impuniti o non adeguatamente puniti gli assassini, risiedono nel fatto che assurdamente ci si perde in inutili particolari, e non si dà il giusto peso al quadro d’insieme.
Quando la difesa dell’imputato di assassinio si può avvalere della facoltà di non rispondere in relazione alle dinamiche reali dei fatti, e poi ha anche la possibilità di divagare in mille rivoli insignificanti, ottiene di fatto la licenza di intorbidare le acque spargendo impunemente dubbi a go-go.
Prova ne sia la seguente dichiarazione di un difensore di Isabella Agostini, in relazione al fatto che la “spettatrice” non avrebbe fatto nulla per impedire la “furia” omicida dell’uomo: “Il dottor Cesare Demonti ha analizzato le abitudini comportamentali dell’imputata. E’ emerso che alcuni suoi atteggiamenti frequenti come il tacere, il mentire spesso o il nascondere le cose derivano dal suo drammatico vissuto familiare. Pensiamo alla madre che ha sempre mentito al marito su quanto succedeva in famiglia. Isabella ha tratto queste abitudini dalla vita di tutti i giorni, una vita fatta di maltrattamenti e abusi. Questo spiega anche il comportamento che lei ha tenuto di fronte al fatto tragico avvenuto quella sera”.
E’ per questa incredibile “credulità” dei giudici che la giustizia è talvolta così problematica nel nostro Paese!
Il 4 luglio 2001 Isabella Agostini fu condannata a 22 anni e 9 mesi di reclusione. I giudici accolsero in pieno la sua versione secondo cui lei, dopo aver progettato il delitto, era stata solo una “bella statuina”, mentre l’amante eseguiva tutto da solo.
Giuliano Cattoni, a sua volta, grazie al rito abbreviato, fu condannato a soli 16 anni di carcere.

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