Maria Luigia Redoli, la "Circe della Versilia".

Anche in questa storia maledetta vi è il classico triangolo: marito, moglie, amante. Tale triangolo è un terribile meccanismo motivazionale per l’omicidio.
Siamo nell’estate del 1989, a Forte dei Marmi in Versilia. Il marito, la vittima, è Luciano Iacobi, 69 anni, facoltoso mediatore immobiliare. E’ sposato con una donna più giovane e con lei ha avuto due figli, Diego 14 anni, e Tamara 18 anni.
La moglie si chiama Maria Luigia Redoli ed ha cinquant’anni. E’ una donna fisicamente e mentalmente vistosa, dal look singolare e aggressivo, e dalle idee altrettanto singolari e aggressive. Bionda patinata, indossa sempre un paio di grossi occhiali neri. La sua unica, grande passione “culturale” è la magia. E’ in continuo contatto con astrologi e cartomanti per avere consultazioni e anche per imbastire delle “fatture” contro il prossimo.
Il terzo elemento del triangolo, l’altro, è un giovane e aitante carabiniere, Carlo Cappelletti. Fisico imponente e robusto, ha la metà degli anni dell’amante.
La Redoli e Cappelletti si sono conosciuti a Marina di Pietrasanta in occasione di un carosello dei carabinieri a cavallo. In seguito a una caduta con conseguente frattura del braccio destro, il militare si è stabilito per la convalescenza in un albergo al Lido di Camaiore, dove vede giornalmente l’amante.
Tamara, la figlia maggiore, sembra la fotocopia della madre: stessi capelli patinati, stessi occhiali neri, stesso modo di truccarsi e di vestire. Anche la ragazza va pazza per la magia, anzi si diletta ad esibire “facoltà mediatiche” e a confezionare “sacchetti della felicità”.
I quattro: i due amanti e i due ragazzi, sono sempre insieme al ristorante come in discoteca. Il capobranco indiscusso è la madre, e dalla sua testa strategica emana ogni progetto comportamentale.L’uccisione di Luciano Iacobi avviene in tarda serata del 16 luglio 1989. Viene trovato cadavere, col corpo pieno di coltellate, nell’autorimessa sotto la casa abituale sua dimora.
La sera del delitto l’allegro “quartetto” è alla “Bussola”, il celebre night delle Focette. Ne escono a tarda ora, e ritornati a casa è Maria Luigia, il “capobranco”, a scoprire il cadavere, intorno alle 2 di notte. Dà subito l’allarme telefonando ai carabinieri.
Considerato il notevole patrimonio della vittima, valutato in circa otto miliardi di lire tra immobili, titoli e denaro depositato in vari istituti di credito della Versilia, le indagini si indirizzano inizialmente nell’ambito degli affari di Iacobi.
Solo dopo tre settimane dal delitto vi è la svolta. La moglie e il giovane amante vengono arrestati con l’accusa di omicidio volontario. I due, oltre che ammettere la loro relazione, non ammettono altro. Poco sforzo, per la verità, poiché della relazione lo sapevano pure i sassi.
Indagando sulle spese della Redoli, i carabinieri scoprono che la signora è solita pagare i maghi perché attraverso lo strumento della “magia nera” essi facessero in modo di togliere da questo mondo l’odiato marito. Falliti vari tentativi, la donna ha pagato 15 milioni a un mago di sua conoscenza perché le procurasse un ben più affidabile killer in carne e ossa.
Al processo Maria Luigia Redoli, ribattezzata dalla voce pubblica la “Circe della Versilia”, si difende sostenendo di essere stata plagiata dal mago e che poi di fatto il sicario non era stato reperito. Il dibattimento processuale si gioca sul contrasto tra la versione del mago e quella della “Circe”.
Per il motivo, che ho già illustrato altrove, che i processi si disperdono in mille inutili dettagli, proposti dalle istanze della difesa, perdendo di vista il quadro principale e significativo dei fatti, anche in questo caso si arrivò all’incredibile assoluzione dei due amanti.
Dopo otto mesi di carcere, la Redoli e il Cappelletti tornarono liberi come il vento.
La “Circe” vende addirittura un memoriale in esclusiva a un settimanale, che lo pubblicherà a puntate. Immaginiamo lo sproloquiare soddisfatto di questa signora “senza argini”. Per fortuna l’euforica e miope eccitazione di tale assassina durò poco. Nemmeno un anno dopo, la Corte d’Assise d’Appello di Firenze ritenne il materiale processuale insufficiente a giustificare un’assoluzione, ed ordinò la riapertura del processo.
Per fortuna, fu un elemento (in un primo tempo trascurato) a determinare l’ergastolo per i due assassini. Luciano Iacobi, quando era sceso nell’autorimessa per andare incontro alla morte, aveva lasciato le chiavi di casa all’interno su una mensola. Siccome la porta fu ritrovata chiusa a tutte mandate, se ne deduceva che non poteva essere stato Iacobi a chiuderla in quel modo.
Questa volta i giudici non hanno avuto difficoltà a concludere che solo l’assassino poteva aver chiuso la porta. Le copie delle chiavi erano due: così la geniale “stratega” aveva fallito per un soffio il delitto perfetto.
Secondo la ricostruzione dell’”Ansa”, la Redoli e il Cappelletti quella sera entrarono nel garage della palazzina e chiamarono Iacobi. Questi scese dalla scala interna lasciando aperta la porta dell’appartamento, dal momento che non aveva le chiavi con sé. Dopo aver accoltellato l’uomo i due assassini salirono in casa per ripulirsi delle macchie di sangue e sporcarono la maniglia della porta di casa, sulla quale rimasero delle tracce. Poi uscendo, il capolavoro della Redoli: con un gesto abitudinario fece fare alla serratura quattro mandate.
Così, le quattro mandate le fece fare anche alla porta del carcere che si richiudeva alle sue spalle.
Pensate che l’assassina si sia arresa alla verità e abbia accettato l’espiazione? Vi sbagliate. La “Circe” ha continuato a proclamare la sua innocenza. Nel 2009, dopo diciotto anni di carcere, Maria Luigia, ormai settantenne, si è risposata col sessantaduenne Alberto Andena, un ex ragioniere che insieme a lei prestava opera di volontariato in una struttura per disabili psichici.
Nel 2012, la “Circe” irriducibile, ha presentato la domanda di grazia al Presidente della Repubblica.

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