LE COSE CHE UN TEMPO SI CHIAMAVANO COMPLESSI

Fu Jung per primo a parlare di "complesso", intendendo un elemento
dell'Io che non si integra bene con la coscienza, per le spinte
disturbanti provenienti dall'inconscio. In parole povere si tratta di
modi di essere dell'individuo, che non sono necessariamente patologici.
Dice Baudouin: "La psicoanalisi non collega direttamente i fatti
psicologici agli istinti, ma ai complessi in cui sono rappresentati
numerosi istinti allo stato di combinazione già ristretta.
Inversamente tutti i grandi istinti sono rappresentati in ognuno dei
grandi complessi".

Il complesso di re Marco prende il nome da un mito della tradizione
gaelica. Marco era il marito di Isotta, la figlia del re di Irlanda.
Egli, con mossa poco chiara, manda Tristano, suo nipote, a prelevare
Isotta in Irlanda, pur sapendo del rischio che tra i due potesse
esplodere la passione amorosa.
In Marco e nei suoi emuli vi è l'ambivalenza di coloro che desiderano
e temono nel contempo, di essere traditi. Essi sono penalizzati
internamente da un meccanismo di espiazione per cui hanno
inconsciamente bisogno di essere puniti. Probabilmente ci sono
elementi di omosessualità a sostenere tutto questo.
Il soggetto vede la possibilità del tradimento della partner, teme
questa eventualità, ma fa in modo che le cose procedano verso la cosa
temuta.
Si tratta di una "fuga in avanti", un meccanismo di difesa che induce
a buttarsi verso il pericolo che si teme.
Ciò avviene perché l'ansia rende insopportabile l'attesa e il dubbio,
e si preferisce la certezza del "guaio" reale.

Il complesso di Agar-Sara è una locuzione creata da Maryse Choisy e si
riferisce alla schiava egizia di Abramo, Agar, che con il consenso
della moglie di lui, Sara, diede al suo padrone un figlio, Ismaele.
Sara aveva fatto tale scelta poiché credeva di essere sterile. Ma
inaspettatamente rimase incinta, e quando nacque il figlio Isacco,
fece in modo che Agar e il figlioletto Ismaele fossero abbandonati a
morire nel deserto (cio non avvenne ma non per volontà di Sara).
Si tratta di uno dei tanti quadretti edificanti presentati nella
Bibbia, che indubbiamente rende il credente orgoglioso di avere radici
giudaico-cristiane.
Questo complesso descrive la tendenza di molti uomini di dividere le
donne in due categorie: quelle che si amano ma non si toccano e le
donne-oggetto con le quali tutto è permesso sessualmente parlando ma
che non si amano e all'occorrenza si gettano via come un barattolo
vuoto.

Il complesso di Anfitrione richiama la storia mitologica in cui Zeus
con cinismo ricorre all'inganno pur di soddisfare la passione erotica.
Anfitrione era figlio di Alceo, re di Tirinto, e marito di Alcmena,
per la quale Zeus si era preso una cotta.
Il padre degli dei si faceva spesso ospitare da Anfitrione, e una
volta prese l'aspetto di quest'ultimo per giacere indisturbato con
Alcmena e da tale rapporto sessuale fu generato Ercole.
Il complesso si gioca tra l'entità superiore che assume la mitica
funzione di fecondatore salvifico e l'inganno che occorre per
acquisire i favori sessuali della donna.

Il complesso di Brunilde esprime la deformazione di ottica di alcune
ragazze che tendono ad idealizzare troppo l'oggetto del loro amore.
Eroina dell'epopea dei Nibelunghi, Brunilde era moglie di Gunther ed
istigò, per gelosia, l'uccisione di Sigfrido di cui era innamorata.
Dunque la tendenza è di vedere l'uomo amato come eroe nella prima
fase, ma poi, una volta sposatolo, sminuirlo drasticamente.
Freud descrive il fenomeno come "amore a distanza", in cui a distanza
c'è l'idealizzazione dell'amato, ma poi nel cimento concreto della
convivenza si verifica la totale dissipazione della stima.

Il complesso di castrazione, come locuzione, fu introdotta da Freud
per esprimere il timore di essere castrati. Come complesso ha il
difetto di essere unilaterale, ossia che si può ragionevolmente
applicare solo ai maschi.
La proiezione sulla donna di un'angoscia di essere stata castrata, con
la conseguente nozione di "invidia del pene", rappresenta uno dei
"buchi neri" delle teorie del grande viennese.
Una miriade di personaggi che la storia ricorda sono incorsi, per vari
motivi, nella castrazione: Abelardo, Narsete, Aristonico, Plotino,
Eutropio, Salomone (luogotenente di Belisario), Alì (gran visir di
Solimano II), Favorino, Lawrence (detto "d'Arabia").
L'angoscia di castrazione presuppone un orgoglio fallico, da cui la
donna per forza di cose è esclusa. Quando gli interdetti sessuali si
fanno presenti, cresce anche il timore del castigo per le inevitabili
infrazioni.
L'angoscia di castrazione incombe anche per un ricordo arcaico
stratificato in una sorta di inconscio collettivo, costituitosi in
epoche in cui era effettivamente diffusa la punizione tramite
castrazione.
In tante società antiche era nell'arbitrio del padre decidere la
castrazione del figlio, come oggi noi facciamo con il nostro gatto di
casa.
Gli interdetti sessuali della nostra storia, sostenuti
dall'irriducibile sessuofobia del cristianesimo, hanno fatto sempre
balenare sullo sfondo l'ablazione dello strumento della colpa.
Lo stupidario linguistico dei pii e buoni educatori di una volta si
incentrava sulla seguente soave frase: "Se non te la smetti, te lo
taglio".
Negli adulti l'angoscia di castrazione si esprime con l'impotenza
erettile, in cui può succedere che una madre-moglie orchessa fagocita
la fantasia erotica del povero agnello sacrificale ad essa dedicato.

Il complesso di Dafne designa la paura della ragazza di fronte alla
sessualità. La condizione oggi più frequente è il vaginismo, che
esprime appunto un'angoscia legata alla eventualità di essere
penetrata, che è sostenuta da forti meccanismi emotivi.
Dafne era una ninfa, figlia del fiume Peneo. Fu amata da Apollo e da
lui inseguita; ma spaventata gli sfuggì, tramutandosi in alloro,
albero da allora sacro al dio.

Il complesso di Diana equivale al freudiano "desiderio del pene" da
parte della donna.
Diana, figlia di Giove e di Latona, non era destinata al matrimonio.
Il padre la fornì di arco e frecce ed ella non pensò ad altro che alla
caccia. Pur conservando l'avvenenza delle forme tipiche della donna,
Diana non desidera sottomettersi al maschio e segretamente ne invidia
gli attributi.

Il complesso di Don Giovanni presenta delle analogie con il complesso di Brunilde, in quanto esprime la ricerca frenetica di una donna ideale, ponendo l'asticella così in alto da vanificare la possibilità della realizzazione.
Tale ideale troppo alto spesso si fonda su una fissazione eccessiva del ragazzo sulla propria madre.
Ovviamente il mito di Don Giovanni esprime moltissime sfaccettature, ma ha come fondamentale rimando psicoanalitico un inciampo nella liquidazione edipica.
Ciò significa che tale ragazzo ricerca troppo la propria madre in ogni donna, con l'automatico ripetersi dell'alternanza tra ricerca e delusione.
Nell'abbandonare l'amante per cercarne un'altra, l'uomo prova il sottile piacere della vendetta contro tutti (la donna stessa, la madre e il marito della madre, ossia il padre).

Del complesso di Edipo, Freud ne ha fatto un vero totem, forse solo in parte a ragione.
Edipo è un eroe della mitologia greca, figlio di Laio, re di Tebe, e di Giocasta. Il padre, preavvisato dall'oracolo che Edipo lo ucciderà e sposerà la madre, per sfuggire al fato fa esporre il figlio sul Citerone; ma Edipo si salva e cresce ignaro della sua famiglia. Incontratosi per caso con Laio, l'uccide. Giunto poi a Tebe, la libera della Sfinge sciogliendo l'enigma che essa proponeva; viene eletto re e sposa la madre Giocasta. Spinto dall'oracolo a ricercare l'uccisore di Laio, a poco a poco viene a conoscere l'orribile verità; si acceca, maledice i suoi figli, Eteocle e Polinice che finiranno per uccidersi a vicenda. Successivamente Edipo va errando con la figlia Antigone, finché a Colono presso Atene scompare nel boschetto delle Eumenidi.
Il complesso di Edipo rappresenterebbe una sorta di punto focale dal cui superamento dipende l'equilibrio dell'individuo adulto. Il meccanismo del complesso è semplice, ma molto difficile da sostenere ancora ai nostri giorni: amore nei confronti del genitore di sesso opposto, ed ostilità verso il genitore dello stesso sesso.
Freud stesso cercò di attenuare quest'ardua formulazione, parlando di un complesso di Edipo normale, a decorso positivo, e di un complesso di Edipo alla rovescia, con un decorso negativo.
Il mio parere è che sarebbe meglio lasciare tutto questo nello stipo riservato ai reliquiari della storia.

Il complesso di Emma si riferisce a Emma Bovary, il personaggio del famoso romanzo di Flaubert.
Il bovarismo definisce un atteggiamento schizoide della persona che credendosi diversa da quella che è, segue una deriva di vicende aberranti che l'allontanano sempre più dal proprio sé.

Il complesso di Oreste indica una sorta di complesso di Edipo negativo e una omosessualità latente, rivelata a volte dalla gelosia.
Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, vendica con l'aiuto della sorella Elettra, l'assassinio del padre, uccidendo la propria madre. Poi fa sposare Elettra all'amico Pilade.
Il meccanismo di questo complesso rivela il disegno inconscio dell'individuo che spinge la propria moglie verso il proprio migliore amico, che cerca di possedere per procura. Tutto questo è accompagnato da una reazione esagerata di gelosia verso qualunque elemento di tradimento negli amori eterosessuali.
Tale barriera di forte gelosia rappresenta una muraglia difensiva verso le pulsioni omosessuali inconscie.

Il complesso di Policrate è stato individuato da Maryse Choisy e da J.C. Flugel, che hanno ripreso delle osservazioni di Freud.
Policrate era il tiranno di Samo e si procurò un vasto impero nell'Egeo esercitando la pirateria. Mecenate, accolse nella sua corte Ibico e Anacreonte. Fu abbandonato dalla flotta e attratto con l'inganno a Magnesia dove fu sopraffatto dai suoi nemici e crocifisso.
E' famoso per "l'anello di Policrate". Questo tiranno, a cui era andato tutto bene nella vita, a un certo punto cominciò a preoccuparsi proprio per questo: quella grande felicità gli dei gliela avrebbero fatta pagare. Così, per espiare in qualche modo, Policrate gettò in mare il suo anello più prezioso.
Ma il giorno dopo lo ritrovò nel ventre di un pesce, che faceva bella mostra di sé sulla sua tavola.
Policrate prese questo segno come nefasto e convintosi di avere l'avversione degli dei, fu molto meno accorto di quanto lo era stato abitualmente, nella fase della guerra che lo vide soccombere, con un evidente ingenuità che gli costò un'atroce fine.
Il complesso illustra il meccanismo di colui che raggiunto il pieno successo, si avvita a un certo punto in un viluppo di sensi di colpa che lo porteranno alla distruzione. In presenza di un fondo di ansia, l'uomo ha sempre mostrato di sopportare con difficoltà il successo pieno e la piena libertà.

Il complesso di Prometeo si incentra sull'impresa di questo titano amico degli uomini, ai quali decide di restituire il fuoco che era stato tolto loro da Zeus. Il padre degli dei, per vendicarsi, lo incatena a una rupe del Caucaso dove un aquila gli dilania con il rostro continuamente il fegato.
Prometeo esprime l'orgoglio intellettuale, la sete di conoscenza. Il fuoco ha sempre simboleggiato un contenuto sessuale.
Presso gli indiani accendere il fuoco esprimeva un segno di virilità per gli uomini. A Roma le vergini vestali alimentavano in continuazione il fuoco, di cui si consideravano spose.
La lingua di fuoco che Prometeo riporta sulla terra, costituisce il fallo eterno perpetuatore dell'umanità, senza più bisogno della benevola concessione del cielo.

Il complesso di prostituzione descrive il meccanismo per cui una donna, sovvertendo la naturale rappresentazione degli affetti, accetta di essere una prostituta.
Non siamo dunque in presenza di meccanismi costringenti di ordine economico o di sopraffazione altrui, ma di un modo diverso di relazionarsi con il maschio. Il complesso il più delle volte agisce al livello dell'immaginario erotico, senza tradursi in alcun episodio di tipo mercenario.
Nel complesso di prostituzione si esprime da parte della donna una forte avversione per la figura maschile ed un relativo tentativo di dominarla.
In altri termini il ragionamento della donna è il seguente: poiché sono stata disprezzata (o non adeguatamente apprezzata) da uno, mi concedo a tutti.

Il complesso di Tieste indica la tendenza incenstuosa tra padre e figlia, come pure la tendenza incestuosa tra madre e figlio.
La storia di Tieste è narrata da Eschilo, nell'"Agamennone", come antefatto alla tragedia che ha al centro l'alleanza perversa tra Clitennestra ed Egisto.
Tieste è figlio di Pelope e fratello gemello di Atreo. Fu costretto ad abbandonare Argo per l'odio del fratello, che forse aveva qualche buona ragione in quando Tieste gli sedusse la moglie e poi l'assassinò.
Ritornato in patria dopo molti anni, Atreo finse di riconciliarsi con lui, lo invitò a un banchetto dove gli imbandì le carni dei suoi figli.
Tieste, pazzo di dolore, maledice la stirpe di Atreo, e la maledizione si compie anche a causa del suo unico figlio superstite, Egisto. D'altra parte Egisto era il frutto del legame incestuoso tra Tieste e sua figlia Pelopia. Egisto avrebbe di lì a poco sedotto Clitennestra e ucciso il marito, Agamennone, a sua volta figlio di Atreo.

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