CI SONO FREGATURE E FREGATURE

Giuseppe per ben quattro anni dopo il matrimonio ebbe la certezza incrollabile di aver sposato la migliore delle donne possibili. Una mattina uscì per recarsi in ufficio, ma quando dopo una mezz’oretta era quasi giunto alla meta, si avvide di aver dimenticato a casa certe carte importanti, per cui imprecando contro la propria sbadataggine fu costretto a fare a ritroso la via percorsa.
Essere ritornato inatteso a casa ebbe lo strabiliante potere di volgere definitivamente al negativo il giudizio decisamente positivo che aveva della propria consorte.
Così va il mondo: in un attimo ti crollano le più incrollabili certezze.
E’ inutile che dica che la vita di Giuseppe da quel momento fu diversa, ma proprio diversa, da quella che era stata prima. Nella grande e lunga confusione che ne seguì, una volta Giuseppe si sorprese a ricordare che sotto le armi, se ti fregavano gli anfibi avevi quasi l’alibi morale di poterli fregare a tua volta, purtroppo a spese di un innocente che sicuramente non meritava di subire quel furto.
Orribile che fosse quel comportamento, non era minimamente trasferibile in materia di corna, se non altro per il fatto che tra la moglie fedifraga e un paio di anfibi i punti di contatto sono assai pochi.
Ma quel flash del periodo del militare forse aveva la radice vera nella reminiscenza della frase di Totò: “Siamo uomini o caporali?”. Infatti bisogna essere ‘caporali’, e molto, per infilarsi sotto le lenzuola ancora calde del tepore del ‘legittimo’ appena uscito per recarsi a compiere il proprio dovere lavorativo.
‘Caporale’ è dir poco. Era un commercialista, di quelli che fanno soldi approfittando dell’assoluta farragine legislativa in materia fiscale. Era quindi un esponente di quella umanità parassita che è esperta di tutti i passaggi inceppati del vario confronto tra il povero cittadino e l’esercizio fine a se stesso della burocrazia. Ma è pur vero che le vie della burocrazia sono infinite, per cui è burocrate anche il ristoratore che quel giorno che ha incassato poco ammannisce una “sonata” colossale al povero unico avventore con l’aggravante di essere anche straniero; è burocrate certamente l’avvocaticchia “mezza cartuccia” che zitta zitta si fa vidimare la sua parcella spropositata dall’Ordine in modo che un giudice ignaro di tutto apponga la sua automatica firma decretante; è un burocrate fottuto anche il topo d’appartamento che forte della certezza che la famiglia si è recata per qualche giorno al mare forza la tapparella del terrazzo e mette a soqquadro la casa.
‘Quel’ commercialista di successo, per anni pensò solo a fare soldi. Ma un giorno, inspiegabilmente, sollevò il suo sguardo all’orizzonte e subì una folgorazione su una via che non era neppure per Damasco. Al primo sguardo perse la testa per la moglie di Giuseppe. Le attribuiva una conturbante aria di mistero. Fece di tutto per averla, ma forse sarebbe bastato semplicemente darle un’idea della consistenza del proprio conto in banca.
A un certo punto anche la donna, che chiameremo Ilaria, fu come colpita da qualcosa. Nel suo cervello cominciò a risuonare un ineludibile refrain: “Che schianto che sono, che schianto che sono, che schianto che sono!...”.
Ilaria, dopo la separazione da Giuseppe, si pascé e si saziò presto del commercialista, che prese ad adoperare come si adopera uno yo-yo. Lo teneva un po’ e poi lo mollava, poi lo riprendeva, e poi lo mollava di nuovo.
Quando Ilaria aveva cinque anni la mamma andò via di casa, e lei rimase col fratellino più piccolo e col padre, che poveretto si faceva in quattro per essere a disposizione dei figli. Un giorno a casa arrivò una nuova mamma, e Ilaria solo da quel momento cominciò a soffrire per l’assenza della mamma vera. La rivide, ridotta male, solo una decina d’anni dopo. Quasi non connetteva. Diceva una cosa, e dopo un secondo si contraddiceva.
Dopo diversi mesi di solitudine una notte Giuseppe sognò di essere circondato da una dozzina di donne di una certa età che erano vogliose di lui e concupendolo mettevano in atto le più strampalate strategie di conquista.
Non riuscendo nel loro intento libidinoso le megere costruirono una bambola meccanica del tutto simile alla sua Ilaria. L’approccio amoroso che Giuseppe ne ebbe fu memorabile, tanto che nel prosieguo, Giuseppe non sapeva se rimpiangere l’Ilaria in carne ed ossa o il suo doppio meccanico.
Intanto il commercialista attendeva ormai da tre giorni, sotto la neve, davanti al portone di Canossa. Ilaria lo stava umiliando e lui, ossessivamente, pensava di meritare tale umiliazione. Imperversava una terribile bufera di neve. Quell’inverno era veramente cattivo, e la revoca della scomunica non arrivò a breve.
Enrico, il nostro commercialista, stava a piedi nudi e questi erano lividi per il gran freddo.
Dopo una caduta da cavallo Enrico impazzì del tutto. Una stupida caduta in occasione di una delle tante rievocazioni storiche. A poco a poco, col tempo, Enrico recuperò un po’ di senno. Ma per lui fu peggio. Infatti più riacquistava una certa ragionevolezza, più diventava preda dell’ossessione per Ilaria.
Quel che è positivo (c’è una giustizia!) è che il commercialista fu effettivamente risucchiato in una sorta di vortice ossessivo per la perfida Ilaria: dimagriva a vista d’occhio e trascurava completamente il lavoro.
Quando Ilaria decise, nell’escalation della propria aggressività, di infliggere il colpo risolutore che avrebbe ‘matado’ il commercialista, costui come estrema risorsa minacciò il suicidio. In effetti combinò qualcosa di poco chiaro per cui dovette essere ricoverato in una clinica.
In quanto a Giuseppe, fosse stato un po’ più libero di mente, e si fosse abbandonato meno a un cieco abbattimento, avrebbe libato al nume tutelare degli scampati pericoli. Aveva in effetti sposato una nullità, scambiandola per una stratosferica, portentosa persona. Purtroppo non ebbe mai la grazia di prenderne piena coscienza.

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