SESSO PER SOLDI

Quando la fame picchia forte retrocedono tutti gli scrupoli morali. Il ménage tra Pietro e Ines magari non era gran cosa, ma era per così dire rispettabile, come quello di tanti. Ines, operaia in cassa integrazione, negli ultimi tempi era la sola che portasse qualche soldo a casa, dopo che da un paio d’anni Pietro aveva perso il suo lavoro di carpentiere e andava avanti con lavoretti occasionali. Avevano un bel bambino di tre anni, e la grande angoscia era per lui, di non potergli assicurare neppure pasti decenti.
La prima volta di Pietro fu dopo un anno dalla perdita del lavoro. Incontrò Armando. Armando era un ricco dentista omosessuale, che anche in passato aveva mandato più di un segnale d’interesse nei confronti di Pietro.
Una sera, all’abituale cenno di saluto di Armando, Pietro si fermò contrariamente al solito e si mise a conversare con lui come si trattasse di un amico intimo.
Si recarono nello studio di Armando, e quella volta ci furono solo baci e palpeggiamenti.
Armando prese a frequentare casa di Pietro come fosse un parente stretto. Stabilì una bella amicizia anche con Ines, e naturalmente col bambino, che lo accoglieva sempre con un sorriso pregustando gli immancabili piccoli regali. L’armonia sembrava essersi insediata sovrana nel cuore di tutti e quattro.
Ines da piccola aveva una sorta di antagonista: una coetanea. Segretamente l’amava ma a volte ne desiderava la morte, tanto la odiava.
Le sembrava di ricordare che era stata incarcerata, per averle procurato una morte cruenta. Era divenuta la sua convivente. La coetanea aveva un carattere imprevedibile e spesso cominciava a prenderla in giro e non la finiva più. Logico che scappi la pazienza e si facciano gesti inconsulti. A Ines sembrava di essere stata rinchiusa in un carcere femminile per minorenni, interamente tinteggiato di un giallo canarino.
Eludendo la sorveglianza, spesso nel carcere giravano uomini assatanati di sesso. In particolare il cappellano, che in barba al suo ministero sacerdotale, s’intrufolava continuamente tra le ragazze non curandosi di nascondere vistose erezioni che spesso palpeggiava sfacciatamente attraverso la veste talare. Però va detto a sua parziale discolpa che non provò mai a denudarsi al cospetto delle minori.
Anche un magistrato, con la scusa di istruire i processi, non faceva altro che interrogare le ragazze, ponendo loro troppo spesso imbarazzanti domande sulla loro vita intima.
Tra le detenute i rapporti a sfondo lesbico erano la regola. Ad essi non raramente partecipavano delle suore, con la scusa di ammannire insegnamenti morali alle ragazze.
Per quanto potesse ricordare, Ines aveva sempre avuto molta difficoltà a tenere distinte la fantasia e la realtà. Solo divenendo davvero adulta si rese conto che la storia dell’assassinio della coetanea e della conseguente prigionia erano solo delle fantasie.
In occasione dell’ascolto di una delle tante panzane che si dicono, prese a credere negli angeli. Anzi, appena un mese dopo aver sposato Pietro, fu investita da un’automobile e morì sul colpo. Non appena varcate le porte del cielo, rimase sbigottita dal gran numero di angeli che popolavano il paradiso. Cercò subito di fare comunella con loro, e non fu difficile dato la loro estrema fluida socievolezza. Era morta da soli due giorni che, tramite i suoi amici angeli, riuscì a mettersi in contatto col marito, distrutto dal dolore e inconsolabile. Anzi gli apparve in anima e corpo e visto che era così prostrato non fu difficile fargli credere che non vi era stato alcun incidente. Dunque la vita continuò a procedere placida e regolare come prima, meglio di prima.
Da allora la coppia prese a fare sesso con maggiore frequenza essendo aumentato il feeling tra di loro. Ines sceneggiava esplosivi orgasmi multipli anche se, per amore della verità, bisogna dire che non sentiva un accidente.
Accanto alla vita sessuale terrena, non si faceva mancare quella celeste. Non disdegnava affatto il contatto intimo con gli angeli. Questi, sulle prime, erano un po’ freddini, ma una volta partiti non erano secondi a nessuno in fatto di libidine. Dopo un bel periodo abbastanza felice, il ‘ménage à trois’: Pietro, Ines, Armando cominciò a mostrare i segni inequivocabili dello sfascio. Armando, evidentemente ubriacato dal suo potere e dalla sua ricchezza, così indispensabile alla vita della famiglia, cominciò ad assumere atteggiamenti di despota. Rimproverava a Pietro la sua scarsa virilità. Una sera, dopo che il bambino aveva preso sonno, caricò a forza sulla sua automobile Ines, e la portò al viale delle prostitute dicendo che gli sembrava giusto che anche lei contribuisse al budget familiare. Ines si ribellò a quella sopraffazione solo per una pro forma, e parlò in modo assai poco intellegibile di appuntamenti con gli angeli.
Pietro masticava amaro e solo l’angoscia di non poter avere pane per il suo bambino, lo consigliava per la sopportazione. Ma l’odio nei confronti di Armando si era insinuato, e cresceva cresceva…
Armando era insopportabile anche per le sue improvvise crisi religiose. Una sera pretese che tutti recitassero il rosario insieme a lui, compreso il bambino che non avendo avuto un’educazione religiosa non conosceva una parola delle preghiere. Pietro aveva dodici anni quando vide annegare sotto i suoi occhi l’amico più caro che aveva. Erano andati in sei in quel pomeriggio d’estate a fare il bagno al fiume. Suo padre era spesso ubriaco, e anche quella sera, quando rincasò disfatto, lo era. Nei mesi successivi una ragazzina presa da irrefrenabili curiosità sul sesso, si offriva a tutti. Pietro vagheggiò per settimane la possibilità di amalgamarsi col suo corpo, ma poi non se ne fece nulla. Quando rientrava in casa gli prendeva una morsa allo stomaco. Giurò a se stesso che da grande avrebbe avuto una casa e una famiglia degne di tali nomi.
Quand’era quasi adulto una volta partecipò a una caccia al tesoro. Gareggiavano in otto. Oltre a lui c’era un calzolaio faceto che era stato colpito da poliomelite (con poche sequele, per fortuna) quando aveva solo tre anni. Vi era una donna che aveva dedicato la vita a crescere una bambina che la madre morente di cancro le aveva affidato. Vi era un giramondo sfaccendato che si godeva una grossa eredità lasciatagli da uno zio senza figli. Vi era un prete, o meglio, un tipo vestito da prete ma che poi si rivelerà un pericoloso gangster. Vi era un cane poliziotto, che in barba al regolamento che escludeva la partecipazione di animali, aveva ottenuto non si sa come l’iscrizione. Vi era un venditore di gelati che si era intestardito per anni a continuare l’attività pur non avendo quasi clienti a causa dell’assoluta disgustosità del suo prodotto. Vi era una maestra d’asilo che si era iscritta per bramosia di denaro e partecipava alla caccia mentre i bambini facevano il riposino pomeridiano. Pietro, nonostante il grande impegno che mise nelle ricerche, non riuscì ad ottenere il benché minimo premio. Solo diversi anni dopo venne a sapere che quella caccia al tesoro era solo una messinscena e l’allettante premio se lo erano intascato da subito gli organizzatori.
La morte di Armando fu un clamoroso mistero restato irrisolto. Fu trovato cadavere una nebbiosa sera di dicembre nel suo studio di dentista. L’assassino gli aveva sfondato il cranio con un corpo contundente mai ritrovato dagli inquirenti.

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