CAREZZE A FONDO PERDUTO

La guerra è brutta e chiunque ha avuto la sfortuna di sperimentarla, ha vissuto invariabilmente una pervasiva persistente angoscia.
Un vecchio soldato l’aveva vissuta per lunghi anni, e un po’ per non perderne lui stesso la memoria un po’ per farne partecipi gli altri, istituì un teatrino di pochi posti in cui mimando recitava le gesta drammatiche di cui era a conoscenza.
Il soldato aveva combattuto in lande sperdute, dai mari del Sud alle perigliose anche se non altissime montagne della Siberia. Aveva scavato trincee e fosse comuni per seppellire i commilitoni caduti sotto la falce inesorabile della morte.
Il soldato, risparmiato dall’atroce sorte capitata a tanti altri sfortunati, tornato da pochi giorni in patria, prese la repentina decisione di prendere moglie. Si mise in cerca di una donna e alla prima che incontrò, senza tanti preamboli, chiese se volesse diventare la sua consorte.
Sposò una vedova, a cui la malavita aveva ammazzato il marito, uomo timorato di Dio che non si era mai mescolato in affari men che commendevoli. Nei primi tempi del lutto, la donna, per trovare sollievo alla sua perdita, intraprese l’arte del canto, bisogna dire con buon successo.
Il vecchio soldato la incontrò così, mentre cantava in un quadrivio, con una voce sottile e melodiosa. Le parole di quei canti esprimevano tutto il cordoglio e lo strazio per l’assurda fine del suo povero marito evocato con lo strano nome di Genoveffo.
Così fu abbastanza naturale per i due fondere le rispettive angosce e ritrovarsi a libare alle ineffabili muse. Decisero di recitare insieme e di calcare contemporaneamente le assi del palcoscenico. Lo spettacolo che ne venne fuori fu apprezzato da molti, gente modesta, s’intende, ma con un proprio cervello funzionante. Quel misto di odio e di amore, che si incarnava quasi naturalmente con l’angoscia della guerra e col suo terribile correlato di precarietà, veicolava un senso più alto, molto più alto, di quello che normalmente poteva derivare dalla semplice quotidianità.
La donna, col suo canto melodioso, evocava una memoria sospesa tra la nostalgia e lo stupore.
Dalle parole del vecchio soldato veniva fuori in tutta la sua brutalità la guerra, non con l’interminabile sequela di frastuoni, ma con la consueta terribile sospensione di qualsivoglia senso. Non vi erano né morti, né feriti, né assalti all’arma bianca, né bombardamenti, né capitani schiumanti rabbia, né bordelli per la truppa esausta. Vi erano solo nude parole che imploravano a ogni attimo il conforto di un briciolo di senso o l’eutanasia di definitivi silenzi.
E si diceva anche di quanto può essere abietto l’essere umano, di come alcuni senza il minimo rimorso facessero commercio della morte altrui e accumulassero fortune sull’orrore di donne stuprate e di bambini sbudellati.
Il soldato e la vedova s’amarono, s’amarono molto. Il soldato aveva poca pratica del sesso, la vedova ne aveva davvero molta. Costei da giovane aveva vissuto in una comunità hippy in cui si praticava il libero amore. La vedova a quell’epoca si concedeva a tutti senza il minimo problema. Aveva acquisito una fluida dimestichezza nel maneggiare i membri dei ragazzi. Si innamorò di un ragazzo pugliese che aveva una figlia di cinque anni di cui si occupava da solo, avendo la madre immatura preferito lavarsene le mani.
Sbollita la giovanile ubriacatura ideologica, il ragazzo convinse la vedova a seguirlo a Bitonto, dove aveva intenzione di far crescere la sua bambina in una famiglia regolare.
Ma la città espresse una certa ristrettezza di vedute e anche molti pregiudizi sulla gente forestiera. Poi bisogna dire che la vedova non riusciva a mantenersi del tutto fedele al suo ragazzo, avendo ella fin dall’età di quattordici anni vissuto nella più completa promiscuità sessuale.
Bisogna altresì dire che a volte il sesso è una benedizione, al contrario dell’amore che può essere una catastrofe. La vita a Bitonto, per la vedova, fu marcata da numerosi accadimenti sentimentali con l’alea di essere sotto la costellazione opprimente della segretezza. Vi fu un periodo in cui la vedova, oltre al suo ragazzo, soddisfaceva sessualmente altri e cinque bitontini.
Il soldato aveva intuito a prima vista il carattere della vedova e ne rimase affascinato. Aveva sempre subito il fascino della donna peccatrice. Il peccato è come il lardo sfrigolante che dà robusto condimento ai cibi più vari.
Poi, quando capì che la vedova aveva un vero e proprio debole oltre che per il sesso anche per le storie di guerra, si convinse che quella donna assurgeva per lui al rango di donna del destino. Se talora pensava che nella assoluta disinibizione di quella donna ci potesse essere lo zampino di Satana, invece di adontarsene andava su di giri e percepiva il potere stordente dell’erotismo.
Circa il problema se l’erotismo comporti davvero rischi per la salute dell’anima, dovremmo in questo caso quasi rispondere di sì. Da quando il vecchio soldato ‘intingeva regolarmente il biscotto’ (questa espressione volgare la disse un suo conoscente una mattina, a mo’ di saluto) era diventato più sicuro di sé e anche un tantino arrogante. Visto che col teatro non guadagnava quasi più niente, gli venne in mente di rubare un carico d’oro, che transitava a dorso di muli in un impervio passo alpino. La refurtiva era incredibilmente copiosa, e il vecchio soldato, accavezzati i muli, se ne scendeva fischiettando a valle.
Peccato che a valle lo attendessero i carabinieri. Lo condussero in una prigione di Bardonecchia dove rimase in sostanziale isolamento per più di tre anni.
Uscito di prigione, lo aspettava un simpatico malfattore che aveva un piano che contemplava il suo apporto unitamente a quello di altri e due loschi figuri. Naturalmente anche questo secondo progetto andò male, e non approdò ad altro che a un nuovo incarceramento.
In carcere il vecchio soldato incontrò il cappellano, deciso a ricondurlo ad ogni costo sulla retta via. Sulle prime il soldato fece finta di abboccare, ma in realtà accarezzava un piano infallibile per evadere da quel posto. Aveva capito subito che il cappellano aveva un suo fatale tallone d’Achille: la donne. Quando la vedova venne a trovarlo in parlatorio, fece in modo di presentarle il cappellano.
Non c’è chi non abbia intuito la facilità con cui il vecchio soldato, indossando l’abito talare del cappellano, uscì tranquillamente di prigione attraverso la porta principale, salutato dal corpo di guardia con un sonoro batter di tacchi.
E per dirla tutta su come fosse diventato davvero dotto nella scienza delinquenziale, fuori lo attendeva una bella donna, tuttora in attività nell’interessante professione di ‘croupier’.
Si era liberato in un sol colpo della prigione e della stucchevole vedova. Ne ricavò notti folli d’amore con la ‘croupier’. Peccato che fu contagiato dal demone del gioco e in poche settimane dissipò al tavolo verde fino all’ultimo centesimo del suo non ingente patrimonio.

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