L’ERRORE DI RE MARCO

Come fai a non fidarti di un amico? Un amico ti presta la bicicletta, se ti serve la bicicletta; ti presta l’innaffiatoio se ti serve l’innaffiatoio.
Ma in fatto di donne non fidarti dell’amico, fosse anche il più affidabile del mondo. Non dirgli mai, per esempio: “Io ho poco tempo; va’ a prendere la mia fidanzata alla stazione”.
Tristano era un giovane valente cavaliere al servizio di re Marco, che era anche suo zio. Fu ferito in battaglia e re Marco lasciò che la sua giovane e bellissima moglie, Isotta, si prendesse cura costante di lui.
L’incauto re Marco avrebbe dovuto sapere che la paglia vicino al fuoco s’accende, e che l’amore è sempre in agguato quando due giovani avvenenti s’incontrano. I due si rividero in occasione di un torneo. In quella circostanza Tristano non ebbe occhi che per Isotta, splendida nel suo vestito attillato che ne esaltava le forme.
Anche Antonio e Gina scoprirono l’attrazione reciproca in circostanze che avevano delle analogie con la storia mitica di Tristano e Isotta. Erano anche loro due splendidi giovani. Avevano entrambi degli ideali: sognavano un mondo migliore, con più giustizia. Si erano conosciuti durante lo svolgimento di non so quale manifestazione per un mondo migliore, appunto. L’amore li travolse a tal punto che quasi subito decisero di lasciare i rispettivi fidanzati e dopo poche settimane avevano già preso l’irrevocabile decisione di sposarsi.
Antonio e la sua amata Gina presero in affitto un bell’appartamento che arredarono con molto gusto. Naturalmente avevano conservato uno spirito solidale, e all’occorrenza ospitavano amici di passaggio o che per qualche ragione avevano in quel momento urgente bisogno di un tetto.
Una volta capitò che diedero ospitalità a un ragazzo cileno esule, di nome Pablo. Si era al tempo della feroce dittatura di Pinochet, di cui Pablo aveva sentito sulla sua pelle la bestiale violenza.
Il padre di Pablo, un operaio di fede socialista, una sera non rincasò. Convivendo con un’angoscia indicibile Pablo, ormai diciottenne, e sua madre, dopo lunghe ricerche ebbero la certezza che il loro caro era stato brutalmente assassinato dai sicari del regime, che avevano fatto sparire il cadavere. Pablo decise poco dopo di entrare nella clandestinità per combattere la dittatura. Una notte compì un attentato a Valparaiso. Mise un ordigno ad orologeria davanti alla porta di un caporione fascista, che organizzava vili agguati mortali contro gli attivisti di sinistra. La bomba andò a colpire in pieno l’obiettivo per cui era stata preparata. La reazione fascista si preannunciava molto violenta. Pablo si rifugiò provvisoriamente in casa di un insegnante di liceo, che pur avendo sentimenti antifascisti non era segnalato come oppositore del regime. Successivamente si riuscì a farlo espatriare e fu così che giunse in Italia.
Pablo, oltre alla dote dell’audacia, era bello e possedeva un carattere dolce e forte. Antonio e Gina ne erano affascinati sia perché conoscevano la sua pericolosa militanza politica e dunque ai loro occhi appariva come un eroe, sia per il modo di fare semplice e leale.
Ma la coabitazione a tre, dopo qualche settimana, mostrò le sue zone ad alto rischio.
Per impercettibili cause, spire insidiose di gelosia nei confronti di Pablo cominciarono a insinuarsi nell’animo di Antonio. Forse sarà stato per qualche subitaneo sorriso, o per un brusco scuotere dei capelli da parte di Gina, o per qualche sua espressione troppo ammirata: all’improvviso Antonio ebbe paura che tra sua moglie e il suo ospite potesse nascere qualcosa.
A un tratto, a furia di tali tormentati pensieri, Antonio sembrò perdere la sua abituale lucidità. Era un uomo colto, amante della libertà, e all’improvviso colse al proprio interno la ripetitività ossessiva e sciocca del pensiero di poter perdere quello che possedeva.
Dobbiamo dire che Gina, pur avendo una grande simpatia per Pablo, non poteva essere accusata di alcunché che potesse giustificare il sentimento di gelosia di Antonio. Solo nella testa di quest’ultimo i pensieri presero un verso strano, un giro ristretto e ripetitivo che alla lunga non poteva non segnare un’irreparabile involuzione.
Per Antonio, la pesante esperienza del funerale della madre, una decina d’anni prima, fu come essere buttato all’improvviso in un lago ghiacciato. Ritrovò in quella circostanza, con un senso di estraneità, suo fratello e sua sorella. Non li aveva più incontrati almeno da otto dieci mesi. Il tempo non era mai riuscito a cancellare un senso inquietante di estraneità che li divideva. Dopo il funerale ristagnarono in un lungo silenzio. Quando finalmente parlarono, lo fecero per lanciare una perversa gara a chi rievocava i più spiacevoli litigi e incomprensioni del passato.
Da piccola Gina giocava con un ragazzino dotato di una grande fantasia. Inventavano insieme splendide favole a lieto fine e si travestivano in modo da impersonarle e viverle con realismo. Una volta immaginarono che erano entrambi a bordo di un torpedone, insieme ad un’allegra compagnia di girovaghi. Avevano attraversato il deserto in un battibaleno e si apprestavano a raggiungere la cittadina in cui si sarebbe tenuto lo spettacolo. A ogni sosta, lungo il viaggio, avevano incontrato gruppi d’indigeni canterini che indossavano curiosi copricapo a forme di torre di Pisa. La natura era maestosa e matrigna insieme, e i paesaggi desertici che attraversarono faticosamente, sottacevano una sottile ed irridente minaccia.
Arrivarono a tarda sera ad una casa isolata, in un territorio che pullulava di pattuglie di soldati armati di tutto punto. Nella casa abitava una famiglia cenciosa: madre, padre e due marmocchi. Lì si impose il pensiero di quanto potesse essere grama la famiglia.
Forse Gina ha pensato più d’una volta che dopo tutto non c’erano grandi ostacoli a che Pablo diventasse il suo amante. Il suo ‘vero’ Principe Azzurro. Un sogno come un altro, forse… ma bloccato da un Principio Superiore.

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