L’ORDALIA DI MAURO

Mauro era (o credeva di essere) un osso duro. Come è ovvio, la sua infanzia era stata povera e priva di gioie. Il padre si ubriacava tutte le sere e picchiava la moglie. Fin dagli albori dell’età della ragione Mauro si riconobbe un’indole anarchica e trasgressiva, e anche stramba, molto stramba.
Da adolescente capì che aveva due strade di fronte a sé: o seguire la militanza politica, social comunista ovvero radical fascista, riconoscendosi a pieno nel proletariato che si evolve verso lo squadrismo, o seguire la via franca della delinquenza. Dopo breve riflessione scelse la seconda strada.
Fece bene, poiché in lui la logica del lavoro era così fuori portata da poter essere ritenuta estranea ai suoi teorici possibili sforzi di comprensione. Un salariato infatti era per lui poco più che un verme.
Mauro cominciò presto ad arrangiansi con piccoli furti e ruberie. Stava però molto attento a non pestare i calli ai concorrenti e a chi poteva mettere in atto temibili reazioni. Con tale prudenza mise le radici nel territorio e fu generalmente rispettato nel suo ambiente. Aveva un altro saldo proposito: evitare la violenza. D’altra parte era più forte di lui: sveniva alla vista di una sola goccia di sangue. Era un emotivo, e lo capivano tutti di primo acchito: tartagliava considerevolmente.
Mauro sognava per sé un futuro nel campo della tranquilla malavita. Andò anche a scuola per migliorarsi. Si scelse come precettori i più brillanti esperti in serrature e casseforti. Raccoglieva il sapere dalle loro labbra anelando ad assurgere alla loro fluidità nell’aprire portiere di auto e serrande di negozi. Per attingere il top, si fece assumere in una fabbrica meccanica dove si producevano serrature di ogni tipo e casseforti.
Frattanto, Mauro aveva ormai l’età in cui è difficile eludere il richiamo del sesso. Così prese a frequentare qualche prostituta da cui apprese i primi rudimenti del piacere carnale. Si sa, però, che frequentando troppo tali ambienti si finisce per essere presi sottocchio da papponi e tenutari, che fanno organicamente parte della criminalità organizzata. Così Mauro ebbe i primi guai.
Fu accusato di essere la spia di un clan rivale. Sfidando la propria balbuzie egli si difese dicendo che non era colluso con alcuno ed era solo un piccolo fragile lavoratore autonomo. Le chiacchiere stavano a quattro: per risultare credibile fu costretto ad aderire a quella organizzazione criminale e ad essere organico di quella cosca, che oltre a controllare la prostituzione, era egemonica nel settore delle bische e delle sale da gioco.
Così l’escalation criminale di Mauro non tardò ad avviarsi. Fu obbligato a partecipare ad una delle più spettacolari rapine del secolo ai danni della Banca Mondiale, che si lasciò alle spalle una terribile scia di sangue: due morti e numerosi feriti. Fruttò un ingente bottino in lingotti d’oro.
Non passò neppure un anno, che la banda mise a segno una clamorosa rapina a un furgone portavalori, che gli scaltri operatori del crimine riuscirono ad incastrare tra due tir. A quel punto fu gioco facile ripulirlo fino all’ultimo centesimo.
Mauro ebbe naturalmente la sua non ingente parte del bottino, che fu comodamente sufficiente a fare un deciso salto di qualità nel tenore di vita. Cominciò a permettersi lussi per lui sconosciuti prima: saune, massaggi, acque termali, e appunto prostitute.
Mauro, l’abbiamo detto, era un tipo strambo. Disse a se stesso che aveva bisogno di una donna fissa. Ne parlò con una prostituta che conosceva da lunga data. Questa nicchiò. Non accolse per nulla con entusiasmo la proposta, come Mauro aveva sperato. Non se la sentiva di passare di botto a fare la donna di casa. Aveva paura di morire di noia. Poi, di getto, si disse pronta, purché accompagnata da una fedele amica, con cui aveva condiviso tutto, dalle scuole elementari fino alla scelta di divenire puttana.
Mauro lì per lì fu preoccupato da quella strana proposta, ma poi, riflettendoci meglio, si disse: perché no? Affittò un piccolo appartamento le cui finestre davano su un piccolo parco pieno di piccoli vocianti dalla mattina alla sera.
Le due “mogli” di Mauro si chiamavano Elena e Silvana. Erano entrambe sulla quarantina. In passato era capitato che si fossero innamorate dello stesso uomo. Non era questo il caso attuale poiché Mauro non riscuoteva da nessuna di loro due soverchia stima. Lo vedevano chiaramente, con tutte le sue enormi insicurezze e fragilità, e dunque ne avevano più pietà che considerazione. Mauro, nel fare sesso, era goffo e per darsi un contegno bestemmiava in continuazione.
A causa di un trauma infantile Mauro per trent’anni aveva avuto terrore dell’atto sessuale. Riusciva ad avere un minimo d’approccio con le donne solo adottando modi molto rudi e al limite della violenza. Qualche volta, adeguatamente camuffato, in passato, nottetempo, aveva tentato veri e propri stupri ai danni di qualche malcapitata passante.
Solo con una donna si era sentito più a suo agio. Si chiamava Adele e faceva la modella per i pittori. Adele era naturalmente elegante nelle sue pose nude, e in esse esprimeva un erotismo maturo e quasi mistico. Un erotismo, dunque, che poteva dirsi religioso, che trasmetteva il senso della dedizione. Mauro, quando la conobbe, la pregò di posare per lui, anche se non dipingeva ed era del tutto privo di spirito artistico.
Adele adorava recitare e lo faceva sempre nelle sue sedute. Le piaceva interpretare personaggi celebri della storia. Quello che amava di più rappresentare era Salomé. La sua interpretazione della danza dei sette veli aveva qualcosa di sublime, e davvero c’era da rimpiangere che quell’elettrizzante spettacolo fosse riservato a pochissime (in genere rozze) persone. Mauro, nonostante la propria invincibile rozzezza, si lasciava scivolare sempre più tra le braccia suadenti dell’Eros, e cominciava a sentirsi felice. Ma un brutto giorno Adele morì, nel più banale dei modi. Nell’attraversare una strada, nemmeno troppo trafficata, fu travolta da un auto pirata.
Adele sarebbe stata la moglie ideale per Mauro, che portò per anni il lutto nel cuore. Elena e Silvana, invece, erano (purtroppo per lui) due furbe, convinte di poter giostrare con Mauro a loro piacimento e di poterci giocare come fa il gatto col topo.
All’inizio del ménage Mauro aveva messo in chiaro una cosa: “Niente più marchette; dovete stare a casa come due buone mogli; e al minimo sgarro vi torco il collo a tutte e due”.
La sera, spesso, Mauro si piazzava nel lettone tra Elena e Silvana e aspettava di essere dolcemente solleticato per intraprendere l’ascesa verso l’estasi. Ma il più delle volte le due gli facevano gli scherzi, per ridere. Una volta lo legarono alla spalliera, mani e piedi saldamente assicurati da una robusta corda. Mauro fu felice di quei preparativi pregustando meravigliosi sviluppi. Ma le due donne, sempre per ridere, non fecero altro che torturarlo per ore facendogli solletico sulla pianta dei piedi. All’inizio Mauro rise anche lui fino alle lacrime, poi si mise a sbraitare, ma inutilmente, perché lo slegassero.
Mauro sentiva di perdere ogni giorno terreno rispetto al senso della vita. Le donne sono terribili, pensò. Il poveretto era lontano dall’intuire la verità: le due donne s’amavano e se ne infischiavano del resto del mondo. Quel povero gonzo faceva di tutto per cercare di stabilire un contatto con loro, non riuscendo ovviamente a ravvisare un legame che nella realtà non c’era mai stato. Conosceva quelle donne da molti anni. Una volta Elena era finita in una casa di cura per una forte anemia, e Mauro aveva preso a cuore la situazione tanto da pagare per intero il conto della clinica. Quest’uomo, se vogliamo essere netti, era uno stronzo. Ma il suo bisogno d’amore gli restituiva una grande dignità. Anche le donne avevano la loro dignità, certo, ma la loro colpa imperdonabile era la sazietà. Esse erano sazie d’amore, mentre Mauro era un perenne patetico affamato.
Eccoci qui, nostro malgrado, a rivalutare la figura di Mauro, che da inconsapevole persecutore vira progressivamente verso il ruolo della vittima.
Una notte Mauro fece un sogno assai strano. Si trovava in una buia cantina in mezzo a un’orda di frati, che discutevano a voce alta, senza lesinare frasari che definire turpiloquio era poco, sull’esistenza di Dio. Dal tenore dei discorsi si evinceva che quei frati erano tutti parenti tra di loro: i più anziani erano i padri dei più giovani. Uno di questi ultimi a un certo punto disse chiaro e tondo che Gesù Cristo era lui. Vi fu un piccolo boato di stupore e uno dei frati anziani disse: “Frena, frena, Trinchetto!”. Poi, quasi a voler illustrare il significato della sua affermazione raccontò che sua moglie partorì un figlio morto, poco prima di morire a sua volta. Era morta per la redenzione di tutti i peccati. Chiamò il padre superiore che aveva sempre creduto Gesù Cristo reincarnato, e lo pregò di riportare in vita la donna che amava. Di fronte a quella grande responsabilità il padre superiore parve rinsavire e soffiò tra i denti: “Non sono io…”. Durante la veglia funebre, però, il padre superiore provò comunque, senza molta convinzione, a richiamare in vita la morta. Incredibilmente la donna aprì gli occhi, ma li richiuse subito dopo, per sempre. In vita era stata una persona scherzosa: fu quello il suo ultimo scherzo. A un certo punto, uno dei frati notò Mauro e gli pose a bruciapelo la domanda: “Tu come la pensi?”. Mauro si mise a balbettare in modo ridicolo.
I frati risero per un po’, poi divennero seri, col volto rabbuiato. “Spogliatelo!”, ordinò il capo. “E flagellatelo!”, aggiunse.
Per un momento, nel sonno, Mauro parve cogliere un proprio indelebile significato.

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