LE MEMORIE DI ADRIANO

Inizialmente Adriano non sapeva perché avessero cercato proprio lui. Un giornalista famoso, per chiederti un’intervista, devi essere qualcuno, devi suscitare una certa curiosità nel vasto pubblico dei lettori. Adriano si riteneva nessuno e, per la verità, non era nessuno.
Sarà un ‘qui pro quo’, si disse. Molto strano, però. Il giornalista, non di un giornaletto qualunque, del ‘Corriere della Sera’, aveva specificato con dovizia di precisazioni, che voleva un’intervista proprio da lui, e dunque non si trattava di un errore di persona.
Adriano era uscito recentemente dal carcere in cui lo avevano rinchiuso per sei mesi per aver scassinato un bancomat a viso scoperto, ignorando bellamente la circostanza che lì vi erano telecamere, che infatti lo ripresero in primi piani che non avevano nulla da invidiare al cinemascope.
I giornali ne avevano parlato per un paio di giorni, poi sulla vicenda era calato il silenzio totale.
Al giornalista aveva chiesto: “Ma cosa vuoi sapere?”
“Tutto. Ma soprattutto il tuo passato, la tua infanzia”.
L’appuntamento era per venerdì alle otto di sera, in un noto bar del centro. Adriano si ripulì al meglio e indossò il suo vestito più decente.
Alle sette e trenta era già lì, e scrutava uno ad uno gli avventori cercando di riconoscere il giornalista. Gli aveva detto per telefono: “Mi riconoscerai facilmente. Sono un signore di mezz’età e indosserò una cravatta gialla”.
Erano le otto passate e nessun cliente portava una cravatta gialla. Alle otto e un quarto Adriano si convinse che gli avevano fatto uno scherzo. Maledicendo la propria dabbenaggine si avviò verso l’uscita e uscendo quasi sbatté contro un signore di mezz’età che entrava in quel momento. Dopo qualche attimo di smarrimento Adriano notò la cravatta gialla.
“Mi scusi, signor Adriano, per il ritardo, ma mi hanno trattenuto in redazione per la questione di questi cazzi di terroristi islamici che hanno arrestato”.
“Non c’è problema”, farfugliò Adriano.
Il Presidente del Consiglio si portava a letto tutte le donne che gli capitavano sottomano. Così capitò che una notte Adriano lo vide uscire da una casa privata, abbottonandosi la patta dei pantaloni. In quel momento Adriano era in una cabina telefonica e con un giravite stava cercando di aprire la cassetta dei gettoni. Lo aveva riconosciuto al di là di ogni ragionevole dubbio, ma capì che era meglio non parlarne con nessuno. Dopo tutto non erano fatti suoi. Per non parlare del fatto che quei comportamenti erano quasi connaturati con i presidenti del consiglio. Tutti sanno, per esempio, che Mussolini si chiavava una volontaria diversa tutti i santi giorni a Palazzo Venezia.
Adriano aveva sempre avuto paura delle donne, perché aveva sempre avuto paura di sua madre. Costei era una grande egoista che se ne fotteva di tutto e di tutti. Il più delle volte non preparava nulla in cucina e se Adriano diceva: “Mamma, ho fame”, rispondeva: “Arrangiati”.
Ma alcune volte che gli girava, preparava pranzi luculliani e invitava tutti i suoi parenti, che in genere era gente che se la passava maluccio.
“Per la verità mia madre, in quelle occasioni, invitava centinaia di persone, tra le più altolocate della società. Una volta invitò persino il papa. Inutile dire che gli unici che accettavano l’invito erano i soliti scalcinati parenti”.
Adriano aveva conosciuto nella sua vita una sola ragazza, timida quant’altre mai, e dopo assidui segnali di attenzione protratti per mesi, riuscì a farla sorridere. Ma ne ricavò solo un bacio sulla guancia dopo ben un anno e mezzo di richieste lamentose. Un brutto giorno un bruto la violentò e ciò cambiò radicalmente la situazione. La ragazza non volle più vedere Adriano e poche settimane dopo si fidanzò ufficialmente con il bruto che l’aveva violentata.
“La ferita dello stupro era stata profonda, ma fu molto rapida anche la cicatrizzazione. D’altra parte bisogna considerare il fattore genetico essendo da diverse generazioni assolutamente usuale lo stupro delle donne della sua famiglia. Certamente, ai fini della cicatrizzazione, ebbero un ruolo positivo alcuni colloqui con un prete, che fece comprendere alla ragazza che per le donne l’essere violentate rientrava nell’ordine naturale delle cose. Ma in tutto questo fui io a rimanere con un palmo di naso”.
Fu una storia di spietata caccia all’uomo, in cui la preda designata era il povero Adriano. Una sera, mentre rincasava, fu avvicinato da una splendida donna, che si dichiarò pazza di lui e lo invitò a salire nel proprio appartamento. Appena entrati, senza porre indugi, la donna fece spogliare Adriano che, non conservando addosso neppure un filo, fu attanagliato da indicibile disagio. La donna gli promise tutte le sue migliori carezze se si fosse deciso finalmente a fare piena confessione.
“Era ancora la storia del presidente che avrei visto mentre usciva da quella casa. Giurai che non avevo visto niente e non sapevo niente. La donna mi ammonì e mise in chiaro che non avrebbe tollerato la minima bugia. Giurai e spergiurai che non sapevo nulla, che quella notte ero a casa mia a dormire. Anzi, dissi di più: ignoravo dove ero fino al punto di essere entrato nel non essere. Infatti mi trovavo su un altro pianeta a scornarmi con feroci alieni, più intelligenti e più dotati fisicamente di noi. Ero impegnato in quel momento in una disperata lotta per la sopravvivenza. Nel mondo degli alieni, buon per loro, non ci sono preti, ma io ero talmente fuori di me che mi misi a cercarne uno. Nel tentativo di far perdere le mie tracce mi misi a fare da guida a un gruppo di scout che però tutto il tempo non fecero che tirarsi dei pezzetti di pane. A un certo punto, però, anche gli scout ebbero il loro momento di debolezza e si misero alla ricerca di una casa chiusa. In un edificio scalcinato trovarono effettivamente una donna. Era di indole buona, ma soffriva di crisi depressive. In gioventù aveva sposato un ingegnere russo che fu ucciso da sicari mentre varcava la soglia di una sinagoga. Quella donna era l’incarnazione dell’ambivalenza: vergine e puttana nel contempo. Essa restò a lungo con noi ma dopo un po’ non fece nulla per nascondere la propria noia. Bisogna farla divertire, dissi, ma non contate su di me, sono alle prime armi in queste cose. Uno scout che non si era mai riposato la lingua tanto era chiacchierone, si offrì come volontario per soddisfarla sessualmente. Egli si vantava di avere molta esperienza: in un campeggio estivo aveva avuto (a detta sua) approcci con diciotto donne dopo di che scelse con cognizione di causa il suo amore. Per non correre rischi la mise subito incinta e da quel momento si comportò da rigoroso padre di famiglia”.
Il giornalista del ‘Corriere della Sera’ non fece che riportare continuamente il discorso su quella sera in cui avrebbe visto il presidente uscire da una casa abbottonandosi i pantaloni. Adriano, stufo, le inventò tutte per sviare la conversazione. Raccontò di quella volta che aveva fatto la scorta a un convoglio carico d’oro.
“Alle prime pistolettate fui ferito a un braccio. Mia sorella, che lavorava con me, era stata uccisa in un’imboscata. Il responsabile era sempre lui: quello stronzo di John. Ma anni dopo mi presi la mia rivincita e mi vendicai. Preparai a mia volta un’imboscata e uccisi il perfido John. Immediatamente dopo gli feci scavare la fossa con le sue mani. Ma quel furfante mi giocò l’ultimo tiro: nascose una mitragliatrice dentro la propria bara e nel bel mezzo del funerale aprì il fuoco scatenando un infernale fuggi fuggi”.
“Ma l’hai visto proprio bene in faccia, il presidente?”, chiese il giornalista per l’ennesima volta.
“No e poi no. Non era lui. Quello che ho visto io era molto più alto. Almeno mezzo metro più alto”.
Con questa sporca storia del presidente, Adriano ebbe rogne infinite. Soltanto quando quel donnaiolo divenne definitivamente un ex, e tra l’altro dovette dare un taglio drastico alle donne a causa delle sequele di una sifilide malcurata, il povero Adriano cominciò a respirare. Delle donne, lì per lì, non volle sentire più parlare.
Solo molti anni dopo trovò un’attempata signora che in gioventù era stata campionessa mondiale di danza del ventre. La sera Adriano si illanguidiva verso il sonno, fissando i sobbalzi di quel ventre appesantito dall’adipe e dagli anni.

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