CAMILLO SULLE TRACCE DEI COLPEVOLI

Al concorso per ispettore di polizia Camillo fece un disastro. Doveva essere eliminato su due piedi, invece risultò primo assoluto in graduatoria. Non mi chiedete il perché e il per come: mistero italiano anche questo!
Soddisfatto per la sistemazione, Camillo volle subito sposarsi. Conosceva appena una ragazza del suo paese, modesta sotto tutti i profili, e a lei chiese la mano. La ragazza gli cedette anche il braccio, tanto era felice di aver scacciato lo spettro del nubilato.
Nelle prime indagini Camillo, per prendere gradualmente dimestichezza con il lavoro, si portava dietro la moglie, che lo seguiva pedissequamente come un’ombra. D’altra parte, quelle indagini erano di una facilità estrema, e perfino un bambino le avrebbe condotte a termine con successo.
Una volta, in un appartamento elegante del centro, era stato trafugato un cane di razza a cui i ricchi proprietari erano molto affezionati, come fosse stato un figlio. Camillo e la sua consorte cominciarono a battere sistematicamente tutto il quartiere, scrutando tutti gli spazi palmo a palmo. Alla fine trovarono il cane e con gli occhi fuori dalle orbite per l’eccitazione suonarono alla porta degli ansiosi padroni in attesa. Dopo un lampo di felicità nei loro occhi, la reazione che ebbero fu incredibilmente fredda: “Ma questo non è il nostro Boby. Ve l’abbiamo spigato e rispiegato quali sono le caratteristiche del nostro cane”.
La quarta volta che suonarono alla porta riportando un cane sbagliato il padrone di casa, incapace di trattenere un’ira formidabile, soffiò tra i denti: “Lei, ispettore, è uno stordito. Non si permetta più di comparire al mio cospetto”.
Camillo era in ugual misura stupido e presuntuoso e grazie a quest’ultima caratteristica, ammanniva alla moglie, che lo ascoltava a bocca aperta, approfondite lezioni sull’andamento del mondo. Incredibilmente era convinto, in ogni occasione, di possedere tutt’intera la verità e mai il minimo dubbio lo sfiorava. In questo era il tipico uomo del nostro tempo che è convinto di avere un grande ruolo nella realtà, quando non ne ha alcuno. Spesso all’indagato che aveva di fronte non si poteva trattenere dal dire: “Bada, che ti leggo nel pensiero”. Qualche volta tale frase destava l’ilarità del suo interlocutore. Qualcuno sfidandolo gli diceva: “Ah sì? Mi leggi dentro? Allora dimmi a che numero sto pensando”. Camillo, non cogliendo l’ironia, invariabilmente sparava: “Stai pensando al numero cinque”.
Una volta gli furono affidate le indagini preliminari in un caso di omicidio di un allibratore. Il delitto era avvenuto in casa di una donna, che la voce corrente designava come l’amante della vittima. Camillo fu inviato sul posto e sottopose subito la donna a un duro interrogatorio. Mentre rispondeva la scrutava in volto e siccome si trattava di una bellissima donna dai modi affascinanti, l’ispettore ne fu ammaliato. Camillo disse tra sé e sé che quegli occhi esprimevano innocenza e dunque non poteva essere certamente lei la colpevole di quel delitto.
La donna aveva un passato di spogliarellista e non appena, nel corso del colloquio, Camillo venne a conoscenza di questa circostanza sentì un forte trasporto, quasi magnetico, verso di lei. Decise subito la sua estraneità a qualsivoglia sospetto, e cominciò a sognare di poterla stringere un giorno tra le sue braccia. Scusandosi mille volte per aver dovuto interrogarla, l’assicurò che il suo rapporto alla procura sarebbe stato più che positivo in relazione alla sua persona. In effetti il rapporto che presentò ai superiori scagionava a trecentosessanta gradi la donna da qualsivoglia implicazione in quell’omicidio. Vi si tracciava anche un ritratto morale di lei del tutto lusinghiero. Usò a profusione espressioni come “donna piena di virtù”, “persona amorevole incapace di far male a una mosca”, “benefattrice del prossimo e dell’umanità intera”.
Peccato che la ex spogliarellista avesse riempito la scena del delitto con le impronte delle sue mani macchiate del sangue della vittima.
Un’altra volta si occupò di un caso apparentemente insignificante ma dalle implicazioni incalcolabili. Una mattina un uomo la cui casa dava sulla piazza principale, trovò il suo canarino morto stecchito. Sotto un’aletta della bestiola vi era conficcata una piccola freccia, certamente sparata da una cerbottana. La gabbia era sul terrazzo poiché il pennuto nei mesi caldi preferiva stare all’aria aperta. Vi erano pochi dubbi che la freccetta mortale fosse stata sparata dal terrazzo della casa accanto.
Arrivò Camillo per le indagini. Cominciò a fare al padrone un’infinità di domande sulle abitudini del canarino: a che ora era solito svegliarsi, che cosa mangiava a colazione, lo stile canoro che adottava, a che ora in genere andava a letto. Il padrone aprì il suo cuore e rispose senza alcuna reticenza, ma dai e dai, alla fine sbottò: “Ma tutti questi dettagli servono davvero per le indagini?”
“Lei non s’intrometta in cose che non la riguardano”, disse seccato Camillo. Poi aggiunse: “E’ sparito qualche oggetto di valore in casa?”
“No, nulla, ispettore. Sono sicurissimo che nessun estraneo è entrato in casa. Nessuno è entrato, oltre me e mia moglie”.
“Ah, sua moglie è entrata in casa!”
“E’ ovvio. Questa è anche la sua casa”.
“Capisco, ma non posso tralasciare di avere sospetti nei confronti di chicchessia”.
“Capisco, ispettore. Lei svolge il suo lavoro con molto scrupolo”.
In realtà Camillo, con la scusa della morte del canarino, stava svolgendo una sua indagine molto più importante della dipartita di un insignificante uccelletto originario delle Canarie. Infatti dal museo cittadino, settimana dopo settimana, continuavano a scomparire quadri di grande importanza e anche preziosi monili antichi. Da più di un mese era in azione un inafferrabile ladro internazionale, lo stesso, per intenderci, che aveva rubato il Topkapi a Istanbul.
Camillo soleva dire, ogni volta che se ne presentava l’occasione: “Per avere successo nelle indagini, ci vuole psicologia”. E bisogna ammettere che egli di psicologia ne aveva da vendere. In ottemperanza al detto che una laurea in psicologia non si nega nemmeno al peggior nemico, l’ispettore credeva fermamente che un giorno sarebbe stato insignito di quella laurea ‘honoris causa’. Camillo era un grande psicologo. Anzi, dal giorno che scoprì il termine ‘neuroscienze’, si definiva un grande esperto di neuroscienze. Ne diede prova quella volta che riuscì a cogliere con le mani nel sacco un inafferrabile ladro che era in procinto di svuotare la cassaforte di una ricca vedova.
Prese a dormire abitualmente nella camera di quella signora poiché in quella stanza, dietro un quadro, si celava la cassaforte colma di preziosi. Le prime volte la vedova provava un certo disagio, per quelle strane procedure d’indagini, ma ben presto ci fece l’abitudine e alla fine non c’era verso che riuscisse a prendere sonno se non aveva l’ispettore accanto, col suo bel pigiama fucsia.
Una volta la vedova si lasciò scappare: “Siamo diventati amanti, ma alla fine ne sarà valsa la pena?”
“Stia pur tranquilla – rispose Camillo – prima o poi il nostro uomo cadrà nella rete”.
Camillo faceva le peggiori sciocchezze perché era ben lungi dall’immaginare quanto fosse stupido. Una volta gli si presentò un signore che scriveva per il cinema e gli propose, data la sua grande competenza in materia, di essere suo “consulente criminale”.
L’uomo in realtà era un impostore, organico della malavita, che stava tentando di coinvolgere il commissario in una losca storia, da cui rischiava di non tirare fuori i piedi. Il falso scrittore aveva diversi omicidi sulla coscienza e contava, una volta realizzati i suoi sporchi scopi, di annoverare nella lista anche il povero Camillo. Il finto scrittore gli presentò un giorno una donna che negli accordi doveva recitare la parte di sua moglie. La donna era molto bella e disinvolta. Il cinquanta per cento delle parole che usava, Camillo non le capiva. Una volta le scappò il termine ‘resilienza’, che lasciò interdetto il povero ispettore.
Per raggiungere un migliore realismo essa, essendo disinvolta, esplicitò a Camillo tutti i trucchi del sesso, per evitare che qualche fine osservatore intuisse la finzione scenica. La donna (vedi come è strano il mondo) a differenza del suo presentatore, era una vera scrittrice. Col suo volto sornione di signora di rango, con la sua voce dolcemente arrochita dalle sigarette, con la sua lucida capacità di narrare storie terribili che fanno da guida al gregge umano nell’ardua comprensione del senso ultimo delle cose, la signora, perfidamente consapevole, ammaliava Camillo, che era per altro il più ammaliabile degli esseri umani.
Dalle labbra della donna fluiva ininterrotta una lezione che dava corposità alle immagini delle storie dei viventi. Essa era religiosissima eppure miscredente. Fin dalla nascita si era adattata a tutti gli usi e a tutti i riti religiosi e non. Sapeva perfettamente che: il primo sguardo passi, ma il secondo costituisce adescamento. Era contro tutti i governi, tutte le congreghe, ma detestava con tutte le proprie forze l’idea dell’anarchia.
Camillo, tanto per non fare scena muta, disse testuale: “C’è troppa tolleranza verso il crimine. Fai il cazzo del comodo tuo e poi alla fine ti penti e te la cavi senza pagare dazio”.
“Qualche imperfezione formale, ma sottoscrivo appieno. Bisogna dire che gli uomini si sono inventati Dio proprio allo scopo di attribuirgli la responsabilità di questo stato di cose. Il Dio misericordioso è colui che dà giustificazione alla noncuranza con cui si fa del male al prossimo…”
“E’ proprio così. Se Dio dicesse al colpevole: ‘E’ inutile che ti penti. Dove hai fatto l’estate fai l’inverno…’”
“Fai l’inferno!”, lo corresse l’arguta scrittrice.

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