IL GUARDONE

All’età di diciassette anni Lucio rimase chiuso in un supermercato. Il ragazzo evidentemente aveva la tendenza a mettersi in situazioni difficili. Gli era venuta una strana idea: spiare in qualche modo le donne che andavano alle toilette. Idonee allo scopo aveva ritenuto le toilette di un supermercato non lontano da casa sua.
Approfittando di un momento in cui nei servizi non c’era nessuno, s’infilò nel ripostiglio delle scope e pensò che da lì avrebbe agevolmente potuto sentire il fruscio dell’urina che si frangeva nel water o, comunque, disinvolte conversazioni femminili chissà su quali piccanti argomenti. Sapeva che la chiusura era alle otto e nel momento in cui aveva varcato la porta con la scritta “signore”, il suo orologio segnava le sette.
Rimase in silenzio in attesa. Poche donne entrarono e il suo orecchio non percepì praticamente nulla di eccitante. Poi seguì un tempo lunghissimo in cui non avvertì alcun suono rivelatore della presenza umana. Guardò l’orologio: segnava le sette. Ebbe un grido mal controllato di disappunto e maledisse il suo vecchio orologio, regalo della prima comunione.
A un certo punto si spensero le luci e il ragazzo fu preso da una forte angoscia. Pensò anche all’angoscia dei suoi genitori non vedendolo rientrare, ma poi si placò perché si era ricordato che uscendo nel pomeriggio aveva detto alla mamma: “Questa sera vado da Marco e forse dormo da lui”.
Temendo chissà quale insidia rimase a lungo chiuso nel suo sgabuzzino. Solo quando giudicò che tutti gli addetti erano andati via, a tentoni si avventurò negli ampi locali dei vari settori del supermercato. Qualche fioca luce di macchinari, frigoriferi o qualche altro aggeggio conferiva a quei vasti spazi un aria cimiteriale. Lucio ebbe la netta sensazione di aggirarsi tra le tombe, e per un attimo si sentì gelare il sangue. Poi, approssimandosi di più a qualche stand, cominciò a palpare gli oggetti che gli capitavano sottomano e questo lo rassicurò.
L’idea di dover passare la notte in quel luogo che appariva sinistro e non offriva la benché minima consolazione, gli procurava smarrimento misto a paura. “Mi devo cercare un angolino per dormire; – si disse – devo assolutamente cercare di dormire”. Quel posto era decisamente ostile e solo il sonno poteva attenuarne i contorni minacciosi.
Fortunosamente si era imbattuto in uno stand di tappeti, coperte e guanciali, e mentre si stava approntando un giaciglio, sobbalzò: un forte rumore che sulle prime non riuscì a classificare lo sconvolse. Si nascose e diresse lo sguardo verso una delle porte laterali del supermercato, che palesemente qualcuno stava aprendo.
Tre persone imbacuccate, dotate di potenti torce elettriche, cariche di alcuni ampi borsoni entrarono e si diressero verso lo stand dell’ortofrutta. Arrivati, posarono tutto l’armamentario e si liberarono dei soprabiti. Erano due uomini e una donna, tutti abbastanza giovani. Lucio, mosso dalla curiosità, si avvicinò a loro con molta cautela e nascosto dietro uno scaffale seguiva nei minimi dettagli tutto quello che sotto il suo sguardo si svolgeva.
Dopo un quarto d’ora fu chiaro al ragazzo che i tre stavano allestendo un set per una ripresa con la telecamera, che troneggiava su un treppiedi. Uno dei ragazzi era l’operatore e anche il regista, a giudicare dal tono direttivo che aveva nel rivolgersi agli altri due, che con tutta evidenza erano gli attori. La scena si stava svolgendo in prossimità di un ampio cassone pieno di meloni. I due comprimari parlavano pacatamente tra di loro e mentre parlavano, con alternata iniziativa, uno toglieva all’altra un indumento. Non passò molto che gli attori rimasero completamente nudi. I loro corpi, sotto l’effetto delle luci di scena, risaltavano con grande evidenza sullo sfondo delle cassette di vegetali. L’uomo, con delicatezza, prese sulle sue braccia la donna e l’adagiò sul letto dei meloni.
Il regista dava, con tono perentorio, una serie quasi convulsa di suggerimenti ai due attori: “Accarezzati il seno… Porta la mano sul pube… Assumi atteggiamenti più languidi… Piero, comincia a baciarle i piedi… Soppesa ogni tanto i genitali… Ornella, devi sospirare di più… E tu, fai vedere di più la lingua quando lecchi…”.
Lucio non aveva occhi che per la nudità della donna. Il pelo pubico era abbondante, anche se curato. Quel nero spiccava in modo potente sul biancore della pelle, e lo sguardo soggiogato dell’intruso era entrato in una sorta di spirale che annunciava il delirio.
Lucio ci mise una buona mezz’ora per capire che il personaggio della donna era cieco. Infatti non poteva avere altro significato l’annaspare continuo delle mani alla ricerca del corpo dell’amante. Ma per uno strano contrappasso, la ricerca frustrata dei punti sensibili del corpo dell’uomo si compensava con la manipolazione vogliosa del suo proprio corpo. Ogni tanto l’uomo le afferrava la mano e la portava sul proprio sesso in modo che lei impugnasse l’asta.
A un cenno del regista, la donna, senza interrompere il movimento ritmico della mano, disse con voce quasi singhiozzante: “Ho sempre odiato la mia verginità. Voglio perderla mille volte di seguito…”.
Per quale alchimia misteriosa il fatto che fosse priva della vista aveva acuito nella donna l’ansia di voler perdere il prima possibile la verginità?
“Mandatemi schiere infinite di seduttori – diceva – che con azione ininterrotta e diuturna operino su di me, corpo cieco che aspira alla folgorazione dell’orgasmo…”.
L’andamento scenico aveva un sentore di teatro greco piuttosto che di pornografia. La gestualità degli attori era ieratica. Iniziava un viaggio misterioso verso l’ignoto che sfuggendo come la peste la ripetitività del quotidiano puntava ad ottenere la vita eterna o la nullificazione immediata. Era il prezzo che bisognava pagare per affrancarsi da incubi e visioni inquietanti.
“Insieme all’orgasmo donatemi l’atarassia”, ripeté più volte la cieca in preda a sussulti. La sua voce aveva l’andamento del canto appena sospirato.
Lucio non afferrava il senso di quelle parole, essendo la sua mente totalmente incatenata alla fissità ispettiva del nero del pube. La donna per gradi prese a muoversi con ritmi consapevoli e lungimiranti come obbedendo a una suadente melodia. Essa riemergeva dalle acque come Venere Anadiomene. Era bagnata e trafelata. Aveva perso la vista a causa di un incidente. Aveva anche una leggera zoppia. Ciò gli aveva complicato di molto complicato i conti che doveva fare con l’amore. Doveva attirare le attenzioni dei maschi, che hanno la pericolosa tendenza a trasformare gli idilli in delle tresche. L’amore alletta con promesse, ma poi invariabilmente si muta in un rischioso duello rusticano.
A un tratto Lucio si liberò dell’involucro della sua passività e immaginò di essere un fotoreporter in prima linea. Siccome stava sfidando la sorte con la vita in palio, sentì per la prima volta il sangue pulsargli prepotentemente nelle vene. Egli spara raffiche di flash su quel bersaglio sensibile. Finalmente anche lui è un protagonista, un fabbricatore di immagini naturali che concorrono a conquistare il senso definitivo.
Finalmente quel ragazzo diciassettenne apprende dalla voce senza suono di quella donna nuda, il racconto convincente di tristi peripezie che invariabilmente cospira contro il suo sesso e falsifica le carte per renderla schiava. Fu esiliata dalla sua patria, complice un desco senza pane, in una mattina nebbiosa e già a sera una schiera di uomini vogliosi assediava il suo corpo.
La portavano frequentemente dalla mammana per farla liberare dal fardello della colpa. A furia di subirli, anche la donna imparò a praticare aborti clandestini e i proventi di quell’attività andavano ad ingrassare il suo grasso protettore. Una volta, invece del grasso protettore, arrestarono lei e si fece ben due mesi di carcere duro, pieno di ferite alla propria intima sensibilità. In quel momento prese coscienza di quanto fosse sfruttata. Diventò femminista e scrisse addirittura un libro sulla dissociazione irriducibile del sistema capitalistico. L’alienazione del mondo era la sua stessa alienazione, ma se voleva sfamarsi doveva continuare a ricorrere all’unica risorsa di cui disponeva. E in fondo, solo quella risorsa contava!
Lucio crebbe e l’esperienza di quella notte non la dimenticò mai. Questo segnò, oltre alla sua presa di coscienza sociale, anche la sua condanna: non riuscì mai a godere in altro modo se non spiando le donne nella loro intimità.

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