GLI AMICI E I NEMICI DI EROS

Eros figlio di Marte e di Venere era il dio greco dell'amore. Detto
anche Cupido, univa in sé la dolcezza e l'amabilità della madre e il
carattere guerriero e coriaceo del padre. Lo si rappresenta con l'arco
in mano e la faretra piena di frecce, pronto a scoccarle verso il
cuore di povere vittime, nel senso che nessuna crudeltà potrebbe esser
loro risparmiata.
Sembra un bambino, ma è un giovane piuttosto sfrontato. Nel "Convito"
di Platone, Diotima lo descrive così: "E' valente, avventuroso, in
tensione continua, abile cacciatore, sempre pronto a tramare qualche
astuzia, curioso e ricco d'espedienti, amante della filosofia: abile
nelle stregonerie, nell'invenzione di filtri magici, nei sofismi: non
ha né la natura di un mortale né quella di un immortale, ma nello
stesso giorno può essere nel pieno delle sue forze, quando le sue
manovre gli riescono, oppure stremato, morente, e subito dopo è
capacissimo di ritornare in vita grazie alla natura paterna, mentre
dalle sue mani piovono i frutti della sua attività".
Carattere strambo, Eros era il confidente e l'amico di tutti gli
innamorati, ma anche il crudele persecutore di coloro che hanno
tentato di sottrarsi al suo potere. Sottomesso a Venere di cui era
l'ubbidiente messaggero, aveva anche grandi risorse di autonomia.
Sempre Diotima diceva a Socrate che a Eros "spettava il compito di far
conoscere agli dei quel che viene dagli uomini e agli uomini quello
che viene dagli dei: le preghiere e i sacrifici dei primi, le
ingiunzioni dei secondi e i loro favori in cambio di sacrifici.
D'altra parte, poiché egli è intermediario tra gli uni e gli altri,
quel che è demoniaco ne è complementare, e ogni cosa praticamente in
relazione con lui".
Eros è stato il protagonista di innumerevoli opere letterarie. La
storia di Eros e Psiche è narrata nell'"Asino d'oro" di Apuleio, nel
romanzo "Eros" di Giovanni Verga, nel dramma "Eros e Psiche" del poeta
polacco Jerzy Zulawski, nelle odi di "Eros sconosciuto" del poeta
inglese Coventry Patmore, e la lista potrebbe continuare.
Sigmund Freud attribuisce al concetto di Eros una centralità
energetica nell'esplicarsi della libido, sia narcisistica che
eterodiretta. In questo modo l'energia libidica, per sublimazione, può
venire investita nelle forme superiori della vita mentale.

"L'asino d'oro" di Lucio Apuleio è un libro complesso che ruota
intorno al grande tema dell'amore.
Apuleio è uno scrittore latino nato a Madaura, vicino Cartagine, verso
il 125 d.C. e morto verso il 180. Uomo brillante e versatile, Apuleio
fu autore di molte opere ma è ricordato unicamente per "L'asino
d'oro", esaltato dai posteri e che Gerard de Nerval affermò
costituisse "il modello poetico dello studio dell'anima umana".
Il protagonista del romanzo si chiama Lucio, come l'autore. Si tratta
di un ingenuo che durante un viaggio in Tessaglia incontra alcuni
mercanti appassionati di magia.
Ben presto Lucio si lascia suggestionare dai racconti di streghe ed
incantesimi. Gli fu fatto credere che le streghe erano amanti focose
ed insaziabili, ma anche crudelissime in quanto non esitavano a
compiere sul corpo dei propri amanti le più sfrenate nefandezze.
Il racconto di tali orrori acuiscono la curiosità di Lucio, più che
stimolarne la prudenza. La moglie del suo ospite, che è una strega, si
trasforma in gufo e Lucio volendo seguirla nella metamorfosi magica
prega la cameriera di trasformare anche lui allo stesso modo.
La poverina ci prova, ma si sbaglia. Fu così che Lucio si ritrovò
trasformato in asino, animale perennemente in fregola e per questo
sgradito a Iside.
Come asino, il povero Lucio fu sottoposto a tante umiliazioni. Dopo
molte peripezie egli ascolta dalla vecchia donna che si è preso cura
di lui la storia di Eros e Psiche.
Ma le sue sventure non sono finite e a un certo punto si trova ad
essere l'oggetto del desiderio della moglie del suo padrone, e fu
quindi costretto ad estinguerne le voglie.
Malauguratamente il marito viene a saperlo e deciso di vendicarsi,
organizza un singolare spettacolo teatrale: l'accoppiamento pubblico
tra l'asino e la moglie colpevole di bestialità.
Lucio non resse alla vergogna e fuggi, e supplicò incessantemente la
dea Iside di togliegli la forma asinina.
Un sacerdote della dea illustra a Lucio qual è il percorso che porta
all'esaudimento della sua richiesta.
Non appena Lucio personaggio viene iniziato ai misteri di Iside, Lucio
autore ne prende il posto e il suo discorso si fa mistico e moralista.
Dice Apuleio: "L'amore umano non procura la felicità. Bisogna come
Psiche amare un dio e esserne riamati per sfuggire alla sorte. I vizi
contronatura insudiciano il cuore delle donne. Salviamoci! Abbiamo
troppo sofferto. Non serviamo da spettacolo a questa gente corrotta.
Iside, regina del cielo e della terra, fa' che la grazia scenda sul
tuo figliolo pentito. Soltanto la religione è vera, mentre la magia è
fonte di errori. Viviamo nella continenza e al servizio della Dea!
Soltanto così potremo conoscere la libertà e la gioia".
Questo moralismo di Apuleio non gli aveva impedito un evidente
compiacimento nella descrizione dei passi pruriginosi del romanzo.
Ma veniamo alla favola di Eros e Psiche, che si trova al centro
dell'opera. Apuleio l'ha raccolta da una vasta tradizione ed ha
indubbiamente molto contribuito perché fosse tramandata alle epoche
successive.
Psiche, figlia di un re, era tanto bella da far tralasciare a chi la
conosceva il culto di Venere. La dea non poteva sopportare tale
affronto e ben presto decise di vendicarsi.
Mandò sulla terra il figlio Cupido con il compito di far innamorare la
fanciulla dell'uomo più brutto della terra.
I genitori della ragazza, avvertiti dal solito oracolo, decisero di
abbandonarla su una roccia deserta. Lì Zeffiro non tardò molto a
notarla, la prelevò e la condusse in un meraviglioso palazzo.
Qui Psiche venne sedotta e si concesse ad un amante che però non vide
mai in volto, e che le ingiunse appunto di non tentare mai di vederlo.
Psiche è felice e potrebbe continuare a vivere così per sempre.
Ma le insinuazioni delle sorelle circa la possibilità che lo sposo
fosse di aspetto mostruoso, spingono Psiche a infrangere la promessa
fatta.
Nel cuore della notte, mentre condivide con lui il ciaciglio, Psiche
accende un lume e scorge accanto a sé non un mostro ma il più
splendido degli dei. In quel momento una goccia di olio calda cade
dalla lampada sulla pelle di Cupido dormente, che sconvolto vola via e
scompare.
Venere viene tosto a sapere della disubbidienza del figlio e lo
rimprovera aspramente.
Per Psiche, la dea ha in mente una serie di prove umilianti, in modo
da dissuaderla dal persistere nella volontà di voler recuperare
l'amore di Eros. Tra le prove a cui fu sottoposta, Psiche fu obbligata
di recarsi negli Inferi, fino alle sorgenti dello Stige, in modo da
ricevere direttamente dalle mani di Proserpina un vaso di preziosi
cosmetici.
Durante il viaggio di ritorno Psiche non resiste alla tentazione di
usare su di sé alcuni di quei preziosi balsami, in modo da poter
ancora sedurre Cupido.
L'effetto che si produce è un sonno mortale e la giovane non potrebbe
avere scampo se Cupido non intervenisse a liberarla.
Successivamente egli impetra presso Zeus l'immortalità per la sua
amata e l'ottiene.
Definitivamente vinta, Venere non può più frapporre ostacoli a che
Eros e Psiche possano finalmente celebrare le nozze. La loro unione
sarà molto felice e nascerà una figlia a cui imporranno il bel nome di
Voluttà.

Il mito di Amore e Psiche esprime l'amore vero che resiste ai forti
venti oppositivi. Ma ciò è merce rara.
La merce corrente è un'altra cosa.
Molto più frequente dell'amore represso, c'è l'amore non amore,
l'amore immaginario. A causa di una forma di mimetismo psichico,
questo tipo d'amore ci appare inizialmente come vero, ma poi volge
sempre più verso il disagio e il disinganno.
L'amore fasullo si cela quasi sempre in un meccanismo di difesa per
dissimulare una disfatta, in un riempitivo per tappare una falla che
si è aperta sotto i nostri piedi, che poi vengono coltivati per pura
ostinazione.
Se dobbiamo estinguere il fiele di un'umiliazione subita, la ricetta
migliore non è mettersi alla ricerca di un amore.
L'amore vero si basa sulla scommessa di essere felici, non sulla
scommessa di essere meno infelici.
Ecco perché il più delle volte la schermaglia amorosa è "una finta sul
ring" e perciò non può appagare un bisogno autentico.
Tante volte l'individuo che è appena uscito da una delusione
sentimentale si innamora immediatamente e volontariamente di una
persona nuova (chiodo scaccia chiodo). Questo black-out volontario
sulla memoria ha un sentore di auto-dopaggio che stride alquanto con
il concetto dell'amore.
Dice Nietzsche: "La nostra memoria si cancella quando il nostro
orgoglio non la sopporta".

Spesso si scambia l'amore con il feticismo. Anche il fan che "adora" il suo idolo crede di essere mosso dall'amore, quando in realtà siamo in presenza di una diffusa forma di feticismo.
Il personaggio famoso, sia esso un attore, un cantante, un musicista, una celebrità di qualsivoglia categoria, richiama invariabilmente meccanismi attrattivi da parte di soggetti predisposti.
Fra le varie forme di feticismo l'amore da parte del fan, che è platonico per forza di cose, si sostanzia proprio con la distanza non potendo ragionevolmente sussistere alcunché a distanza ravvicinata. Il meccanismo di tale amore a distanza consiste in un'assurda sopravvalutazione dell'"idolo", che in realtà ha pochi punti di contatto con la fantasmagorica costruzione che il fan ha operato e di cui ha bisogno.
Chi non ricorda il film d'esordio di Federico Fellini, "Lo sceicco bianco"?
Quando la sovrastruttura creata dall'immaginazione amorosa barcolla e crolla sotto un improvviso "flash" di realtà, la crisi che ne consegue è dura e forse anche rischiosa per la sopravvivenza.
Quando la donna si sente inadatta o spaventata dall'amore fisico, le pulsioni potrebbero essere indirizzate verso amori inaccessibili, ma innocui.
Potrà dispiacere a qualcuno, ma tra gli amori "protettivi" a distanza bisogna annoverare le vocazioni religiose, in cui lo sposo o la sposa è Cristo o la Madonna, che tra i tantissimi loro meriti non hanno mai preteso di passare alle vie di fatto in materia sessuale.
La devozione religiosa che si sostanzia con il feticismo delle reliquie, ha stretti punti di contatto con il feticismo del fan che conserva del suo "idolo" immagini, autografi, articoli, filmati, gaget di vario genere.
I vari "fan club", dopo tutto, non sono così diversi dalle varie congreghe di tipo religioso.
Tutti coloro che sono terreno di scontro tra gli istinti e i relativi freni, hanno una grande spinta verso l'ascetismo, che più che sostanziarsi di un profondo sentimento di trascendenza, si fonda su un'angosciosa minaccia antisessuale frammista a un'oscura aspirazione alla lussuria.

Il mondo religioso del cristianesimo ha avuto uno dei suoi fulcri nel sommovimento interno definito tentazione. La pulsione è sempre direzionata verso il male e il perfido regista di tutto ciò è sempre il diavolo.
Si è cominciato con il viscido serpente nei confronti dell'ingenua Eva, e Bossuet fa risalire a questo lo stato di minorità che ha gravato sul genere femminile.
Bisogna dire che senza il concetto di tentazione, si farebbe fatica a giustificare la repressione di qualsivoglia tipo.
La peggiore repressione è quella interna, che ciascuno si infligge per proprio conto. La materia sessuale si presta perfettamente a tale meccanismo.
Quando è attivo il senso di colpa è automaticamente attiva la repressione della tentazione. Così senso di colpa e tentazione si rinfocolano a vicenda fino ad alimentare parossisticamente un'onda squassante per l'equilibrio psichico.
Freud fa risalire tutte le nevrosi alla repressione promossa dalla tirannica esigenza morale.
Quando la libertà del soggetto è stata imbrigliata nelle pastoie di mille tabù sessuofobici e moralistici, la libido non può che operare a singhiozzo strozzata continuamente dal conflitto senza uscita tra tentazione e repressione.
Di fronte a quel che succede in questi casi, parlerei di masochismo e di autolesionismo, se non sapessi che la malattia "religione" viene trasmessa come una malattia infettiva, senza colpa della vittima.
La cosa peggiore che la religione ha fatto nei confronti della sessualità, è stata quella di averla declassata a un livello inferiore di animalità, portando infinite schiere di esseri umani alla dissociazione e all'angoscia distruttiva.
Tale "male assoluto" che le religioni hanno fatto all'uomo, i credenti del nostro tempo saranno mai in grado di capirlo?
Si ha un bel dire: la religione di oggi non ha più la sessuofobia di una volta. Ammesso che sia vero (non è vero), ma chi risarcirà le vittime dei misfatti atroci del passato (anche recente)?
Nessuno.
Forse sarebbe ora che circolasse maggiore informazione circa il presente e circa il passato, e la si finisse una buona volta di dare un placet a priori alle religioni, come a dire: dopo tutto danno speranza all'uomo e gli attenuano l'angoscia della morte.
Forse è arrivato il tempo, per i pigri mentali, di capire che i rimedi delle religioni sono puro "effetto placebo"; molto spesso è anche peggio: è come dare a bere all'assetato acqua di mare.
Quando si creano i presupposti per l'insoddisfazione sessuale i fantasmi della tentazione picchiano duro.
La chiesa cattolica si è sempre esercitata in una descrizione minuziosa delle tentazioni considerate le ancelle del peccato.
Se consideriamo il povero S. Antonio Abate, nell'ultimo millennio vi sono state innumerevoli rappresentazioni pittoriche delle sue tentazioni, e si nota che tutte gareggiano in impudicizia.
Costretti a condannarle a parole, è proprio grazie a quegli spiragli di impudicizia che l'umanità è riuscita a sopravvivere.
Henri Met de Bles (detto "la Civetta") sciorina sotto gli occhi del Santo, con la mediazione di Satana, spendide donne dai seni più mozzafiato di quelli delle dive del cinema che conosciamo. Anche Cornelis Metsys, Domenico Morelli, Paul Delvaux e i classici Bosch, Bruegel, Peter Huys, accanto al volto terreo del povero S. Antonio, hanno saputo rappresentare l'insinuante bellezza della donna.

Nel 1970 Ken Russell diresse un film, "I diavoli", tratto dal libro "I diavoli di Loudun" (1952) di Aldous Huxley, che fece molto scalpore e fece scattare le tagliole censorie.
La vicenda storica è ambientata nella Francia del 1634 sotto il cardinale Richelieu. I protagonisti sono Urbano Grandier, prete illuminato e peccatore, che avendo intuito tutto si rifiutò di fare il confessore in "quel" convento; e suor Giovanna degli Angeli, superiora di un convento di orsoline a Loudun.
Il vero nome di Jeanne des Anges era Belcier. Era figlia del barone di Cozes e nacque a Saintonge. A venticinque anni fu nominata superiora delle orsoline di Loudun, sotto il regno di Luigi XIII.
Jeanne era isterica e malinconica, megalomane ed affetta da manie di persecuzione, ed era (cosa più importante) un'erotomane repressa.
Era giunta alla raggurdevole carica, oltre che per motivi di nascita, grazie alla sua personalità falsa ed istrionica che le permetteva di simulare perfettamente le pratiche di devozione.
Si era follemente innamorata dell'abate Urbain Grandier senza nemmeno conoscerlo.
Al processo per stregoneria lo accusò di aver inviato una legione di diavoli all'assalto del convento, e sulla scorta di tale accusa l'infelice Grandier fu condannato ed arso vivo.
Alla morte del prete, Jeanne diede insormontabili problemi a tutti gli esorcisti che l'avevano avvicinata per liberarla dai suoi demoni osceni.
Il gesuita padre Surin, mentre la flagellava completamente nuda, fu vittima di Iscarione, il temibile demone dell'impudicizia.
Il lavoro degli esorcisti su Jeanne (la cui isteria si sarebbe potuta curare con un nerboruto marito o in subordine con quegli "olisbo" che da allora qualcuno introdusse anche nei conventi) fu travagliato e, a parte la risoluzione di una gravidanza isterica, misero di risultati.
A seguito di questi infernali percorsi alla povera Jeanne non restava che il suicidio, ma per l'intanto la superiora si ritrovò con le stimmate alle mani.
Per fortuna S. Giuseppe in persona le fece visita più volte, recando seco un portentoso balsamo che lenì le piaghe e dissolse pure la gravidanza.
L'agitazione erotica delle suore del convento a un certo punto toccò vertici inauditi, con schiere di diavoli operativi 24 ore su 24.
I tempi erano quelli che erano e l'afflusso di curiosi a Loudun era tale che nemmeno un mondiale di calcio oggi. Il miracolo di S. Giuseppe aizzò la sbavante devozione della gente di tutti i ceti.
La camicia della reverenda madre fu considerata una portentosa reliquia e applicata perfino sull'ano di Richelieu per guarirlo dalle croniche emorroidi, e sulla pancia di Anna d'Austria che non si decideva a sfornare il Delfino di cui il regno aveva vitale bisogno.
Il gioco visionario della religione, sempre in bilico tra follia e falsificazione (dovendo sostenere un'ardua natura angelica dell'essere umano), oggi non è cambiato granché rispetto ad allora (le stimmate di Padre Pio, le recenti apparizioni della Madonna, su cui le "gerarchie" hanno il solito atteggiamento utilitaristico: non è vero ma credeteci pure!).
La penosa vicenda di Jeanne scivolava lentamente verso una condizione scontata: gli amori diabolici diminuirono nel convento, mentre i deliri verbali della superiora venivano raccolti con immutata devozione.
Jeanne prese a raccontare di godere quotidianamente dell'amplesso di Cristo. Sempre più fuori di senno ed ormai paralizzata, Jeanne des Anges lasciò questo mondo nel 1665 e, incredibile (anzi, credibile) a dirsi, le orsoline mancarono per un soffio l'obiettivo della sua beatificazione.
Accennavo prima che in certe cose l'atteggiamento della chiesa di oggi è identico all'atteggiamento della chiesa d'allora.
Nel 1961 uscì un film del regista polacco Jerzy Kawalerowicz, "Madre Giovanna degli Angeli", ispirato ai fatti di Loudun.
Vergognosamente l'"Osservatore Romano" lo attaccò e lo bollò come composto "di rappresentazioni empie e blasfeme".
E' come se un capo del narcotraffico si indignasse se qualcuno lo ha accusato di essere responsabile delle morti per over-dose.
Cannes premiò il bel film di Kawalerowicz. Ma oggi quanti credenti sono consapevoli che se nel mondo c'è meno oscurantismo di una volta non è minimamente merito della chiesa cattolica?

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