UN FIGLIO DI BUONADONNA

Arturo era un uomo da bruciare. Di famiglia ricca, fin da piccolo era stato un prepotente con i coetanei e con i collaboratori di casa.
La sua avidità, la sua destrezza nel sottrarre denaro agli altri, unite a un’indubbia intelligenza nelle molteplici attività che intraprendeva ne fecero fin da giovane un uomo molto ricco.
Sposò una donna assai graziosa e di buon carattere che finché poté gli tenne testa e non si fece mettere sotto i piedi. Anzi, a un certo punto lo lasciò e resistette a tutte le richieste perché tornassero insieme.
Francesca era dunque una donna positiva. Era vivace ed esuberante e aveva una gran voglia di vivere. Eppure i traumi e i dolori nella sua vita non erano mancati. Non aveva ancora diciotto anni quando, insieme alle due sorelle, aveva accompagnato la madre, momento per momento, nei suoi ultimi giorni di vita. Rosa dal cancro ai polmoni aspirava con disperata voracità la poca aria che riusciva a prendere dal mondo. Francesca nel volto disfatto della madre seppe cogliere lo stimolo a ricercare il senso vero delle cose. Il dolore, la pietà, il destino perverso che si accanisce su un corpo inerme le avevano additato l’orizzonte più lontano, più oltre dell’avere, dove l’essere e il nulla sono la stessa cosa.
Francesca aveva capito che proprio nel dolore vi è l’invocazione più forte della felicità e riuscì ad essere felice. A vent’anni era già una pittrice apprezzata nell’ambito della sua città. L’arte aveva l’immenso potere di riequilibrare la sua vita, riuscendo a sanare i molteplici punti deboli di una situazione che restava precaria, soprattutto dal lato economico. Proprio cercando lavoro divenne la segretaria personale di Arturo, che aveva diciotto anni più di lei. Quell’uomo incostante e indecifrabile la incuriosì fin dal primo momento della conoscenza.
Egli era l’antitesi dell’uomo che aspira all’amore, ma malgrado ciò collezionava in modo compulsivo un’amante dopo l’altra. Dopo qualche tempo anche Francesca cadde nella rete.
Il rapporto tra loro fu di ordinaria follia ma anche di straordinaria felicità. Per Arturo ci fu un lungo periodo di stabilità in cui sembrava subire fortemente l’influenza di Francesca. Imparò a dipingere e, come gli capitava per qualunque cosa, per qualche mese fece della pittura l’unico pensiero della sua vita. Ma l’instabilità tornò a rivendicare i suoi diritti.
Periodicamente, non so se in concomitanza con le fasi lunari, Arturo diventava trasgressivo in tutti i sensi del termine. Diventava un assiduo seduttore di donne e un pericoloso estremista politico. Per fare un esempio, dopo aver ricondotto a casa la terza conquista femminile quotidiana, era capace di andare a piazzare dei candelotti di dinamite davanti alla sede di un partito o di un sindacato di sinistra e farli esplodere. Il problema di come nascessero tali eccessi, Francesca se lo spiegò con l’incapacità di ancorarsi a comportamenti fondanti e ai frenetici tentativi di riempire la vita percepita come disperatamente vuota. Quel modo insensato e compulsivo di agire divenne per lei una punizione ma anche una missione salvifica e redentrice.
Talvolta all’attivismo di Arturo subentrava un periodo caratterizzato da pigrizia e totale abulia. In quei casi veniva salvato dalla pittura. Prendeva il pennello in mano e gradualmente deponeva sulla tela qualche tratto di colore finché non veniva catturato dalla voglia di definire i tratti di quel soggetto e poi seguiva il perfezionismo di rifinitura del quadro. Era in questo modo che si produceva la sua opera figurativa e si accumulavano quadri sufficienti per fare una mostra. Quelle opere avevano un qualcosa di misterioso e inquietante, che determinava un certo interesse nei visitatori delle esposizioni. Forse abbagliata dai misteriosi fluidi di un immagine dipinta, Francesca fece l’errore (o non errore, non importa) di acconsentire di sposare quell’individuo indecifrabile. E poi vennero i figli…
Una volta Arturo conobbe la figlia di un gallerista, ragazza disinibita e ignorante, con cui ebbe una furiosa relazione durata una settimana, durante la quale non si fece né vedere né sentire in casa. Egli era un egoista totalmente centrato su di sé che non pensava minimamente alla sofferenza che i suoi comportamenti potevano arrecare agli altri. Sostanzialmente non prestava alcuna attenzione alle cose che non lo riguardassero personalmente e direttamente. Al minimo ostacolo che gli si parava di fronte poteva succedere che si abbandonasse ad accessi d’ira che potevano essere scambiati per una manifestazione epilettica. Ma nel momento in cui c’era qualcuno che lo contrastava e lo rintuzzava, egli chiedeva puerilmente scusa e prometteva che non l’avrebbe fatto più. Egli era dunque debole con i forti e forte coi deboli.
Era di un’avarizia senza fine, salvo poi spendere cifre enormi per capricci senza costrutto. Spendeva una fortuna per avere il gusto di guidare l’ultima vettura messa sul mercato, per poi ovviamente disamorarsene dopo pochi mesi. Nel rapporto con gli altri era despota, vigliacco, meschino, falso, inaffidabile, spietato. Per lui gli altri erano o nemici da temere o merde.
Aveva una fabbrica di contachilometri che riceveva importanti commesse dalle maggiori case automobilistiche. Quando prendeva di mira un operaio lo perseguitava a tal punto che egli, per evitare il peggio, finiva per licenziarsi.
Con le operaie, quasi tutte giovani e carine, era un mandrillo scatenato, ed era impossibile continuare a lavorare per lui se non si pagava periodicamente l’obolo di rapporti sessuali.
Il capolavoro di cattiveria Arturo lo fece nei confronti di una sua dipendente, ragazza carina, ma inibita al massimo grado e preda di un forte sentimento religioso. Quando la ragazza oppose resistenza alle richieste dell’uomo, dicendo che sarebbe stato peccato e che lei non voleva dispiacere a Dio, Arturo ebbe un perverso colpo di genio. Finse di essere colpito da quelle parole e scoppiando in lacrime disse: “Sono un peccatore, un lussurioso, che ha dimenticato la retta via”.
La ragazza, di nome Maria, fu presa in contropiede da questo inatteso atteggiamento. E quasi per farsi perdonare disse: “Lei è un uomo affascinante, ma non sarebbe giusto cercare il godimento al di fuori delle leggi del Signore”.
“Ti sono grato per queste parole. Sono un peccatore incallito che ha sempre inseguito la soddisfazione immediata e mai la via ardua ma luminosa della virtù”.
“Preghiamo insieme, vuole? Recitiamo un pater, ave, gloria e mettiamo in sintonia le nostre anime”.
“Io non so pregare. Insegnami a pregare”.
Arturo e Maria presero a frequentarsi, fuori del lavoro. Si vedevano in una casetta di campagna di proprietà dell’uomo. Nel soggiorno avevano allestito un altarino, con sopra crocifissi ed icone sovrastati da due grossi candelieri. Appena arrivati accendevano le candele e Maria cominciava la recita del santo rosario. Arturo l’aveva convinta ad imbacuccarsi la testa come una suora, ma la pregava di togliersi le scarpe e le calze e di rimanere a piedi nudi, in modo da poter godere dell’innocente visione delle sue splendide estremità, igienicamente a posto ma con unghie poco curate.
A volte tra un ave e l’altro le chiedeva di poterle accarezzare, con tutta la pudicizia del mondo, quei piedi, ma ottenuto il permesso quella mano diveniva a un tratto audace e saliva sfacciatamente lungo i polpacci fino a raggiungere la fossa poplitea. Maria lo rimproverava dolcemente per quella forzatura dei patti che vigevano tra di loro, e Arturo si proclamava pentito e prometteva di non farlo più.
Una volta Arturo, mentre erano in preghiera davanti all’altarino, se ne uscì con una frase sconcertante:
“Ascoltami bene. Credo di essere posseduto dal demonio”.
“Che ti viene in mente?! Cosa te lo fa pensare?”
“L’ho capito dalla pertinacia con cui, invece di pensare alla tua bella anima, penso alla tua fica…”
“Non dire queste parole…”
“E’ la verità. E’ questa la verità. Il diavolo sicuramente mi possiede”.
“Preghiamo. Preghiamo insieme, vedrai che la tua anima troverà la pace”.
“Bastasse pregare. Ci provo sempre, anche quando sono solo. Ma non risolvo nulla, è tutto inutile”.
“Vogliamo chiamare un esorcista?”
“No. Mi devi aiutare tu”.
“Io? Ma come posso fare?”
“Mi devi percuotere con forza, a mani nude, senza alcuna pietà”.
“Ma non ne sarei capace”.
“Ce la devi fare. La virtù deve vincere sul male”.
“Ma che cosa dovrei fare in pratica?”
“Dammi dei sonori schiaffoni sulla nuda pelle. Soltanto punendo il corpo il diavolo lo abbandonerà”.
“Ma se ti spogli il diavolo avrà il sopravvento. E’ proprio quello che lui vuole. Non ci sarebbe più alcuna difesa per la mia verginità. Il castello della virtù sarebbe espugnato dai nemici e messo a ferro e fuoco”.
“Al diavolo la tua virtù! Adesso devi pensare alla salvezza della mia anima”.
Francesca aveva capito ben presto di che pasta era fatto il marito e non ignorava affatto i suoi continui tradimenti. Sotto il sorriso covava dentro una grande rabbia. Aveva già provato a lasciarlo, ma aveva capito che così puniva più se stessa che lui. Covava il proposito di dargli una lezione che non doveva dimenticare per il resto dei suoi giorni.
L’occasione venne quando Maria, distrutta dal rimorso per le brutte cose che Arturo l’induceva a fare, cercò Francesca e le chiese un colloquio.
Era un pomeriggio piovoso. L’improvvisata esorcista e l’indemoniato erano seduti ai piedi dell’altarino. Mentre Arturo si liberava dei suoi indumenti Maria preparava la fune con cui l’avrebbe legato. Era stato l’uomo a ideare quella deliziosa tortura che a detta sua era l’unica idonea a snidare Satana dal suo corpo. Già nei preparativi, nel pregustare quello che sarebbe seguito, vi era un’eccitazione tale che l’erezione era a mille.
“Oggi dopo avermi legato mani e piedi, mi devi arrossire le natiche a furia di schiaffi e poi mi devi succhiare l’umore perverso dai testicoli fino all’ultima goccia”.
“Oggi – disse Maria dopo aver finito di legarlo – c’è una novità. Ho chiamato un vero esorcista”.
“Quale esorcista? Sei pazza!”
Dalla cucina entrò una persona interamente nascosta da un saio e da un cappuccio neri. Si fermò vicinissimo alla testa di Arturo, in modo da sovrastarlo minacciosamente. Solo allora mostrò un forbicione, di quelli che si usano per potare le siepi, e l’aprì e lo chiuse rapidamente diverse volte in modo da produrre un rumore sinistro e minaccioso nella testa dell’uomo legato.
“Che vuole fare?! E’ pazzo! E’ un pazzo criminale! Aiuto, aiuto!”
Con l’indice Maria indicava il pene dell’uomo, che non solo aveva perso l’erezione ma si era quasi liquefatto in una piccola pozza di sudore.
Le cesoie stridevano nell’aria minacciose, mentre le punte si approssimavano ferocemente a quello che era diventato solo un povero straccetto di pelle.
“Non sono un indemoniato. Sono solo un farabutto che non rispetta le donne. Ma da oggi in avanti cambierà tutto. Ho una famiglia, due bambini. Starò solo con mia moglie”.
L’incappucciato sembrava refrattario a qualunque senso di pietà, manovrava convulsamente il forbicione, il cui stridere penetrava fin nel midollo di Arturo. Questi prese a piangere e singhiozzare senza pudore, giurò e spergiurò che se fosse stato risparmiato avrebbe cambiato totalmente vita.
Dopo averlo slegato le due donne lo lasciarono nudo sul pavimento, e insieme imboccarono la porta per uscire.

RICHESTA INFORMAZIONI: UN FIGLIO DI BUONADONNA


security code
Privacy* Art. 13, D.Lgs. 196/2003.
Iscriviti alla Newsletter.