LA VITA AI TEMPI DEL TIRANNO

L’ultimo tiranno prima che finissero i tiranni aveva fatto decapitare due rei, colpevoli di aver avuto un sospiro di tristezza dinanzi al mostruoso monumento equestre che rappresentava appunto il tiranno, nella piazza principale della capitale.
Gabriella era una povera orfana di sedici anni rinchiusa in un collegio femminile, che non aveva nulla da invidiare a un orrido carcere. Veniva dalla campagna. Un suo zio, che si era impegnato a occuparsi di lei, alla prima carestia, temendo di non avere cibo a sufficienza per troppe bocche da sfamare, la mise in quella pia e terrificante istituzione retta dalle suore. Le suore, in quanto acritiche adepte di una rigida ideologia, caldeggiavano fortemente il tiranno e il suo spietato esercizio del potere.
La carità cristiana non era presente nemmeno in tracce infinitesimali in quella comunità. Vi era solo paura ed aggressività. La superiora, vecchia megera che trasudava acidità da tutti i pori, comminava severe punizioni corporali alla minima infrazione. Il regolamento di quella comunità si sostanziava di una lunghissima serie di divieti irragionevoli ed assurdi. In pratica non era permesso nulla, tranne respirare, trangugiare un po’ di cibo ed avere rapide evacuazioni corporali.
Vigeva in quel luogo un sistema poliziesco, che favoriva la delazione a ogni livello. Le suore, che erano le sorveglianti nelle varie attività quotidiane delle ragazze, osservavano tutto con occhiuta costanza e ogni tanto scrivevano qualcosa su un quadernetto dalla copertina nera. Questi famigerati quadernetti incutevano terrore alle ragazze, poiché il venerdì sera venivano letti dalla superiora. Vi erano contenute tutte le mancanze, lievi o meno lievi, commesse dalle educande, o meglio ancora mancanze supposte o del tutto inventate. Infatti era possibile che la suora stessa inventasse quelle colpe per antipatia o perché gliene veniva il ghiribizzo. Poi capitava che le stesse ragazze accusassero le compagne di qualcosa, facendone prendere nota sul quadernetto. La suora scriveva senza preoccuparsi di fare un minimo di verifica. Questo significava che l’ottanta per cento delle colpe che il venerdì venivano contestate erano di natura calunniosa.
L’aula magna era in penombra. La voce era monotona e tetra. La superiora sciorinava la sua litania, fatta di colpe e di punizioni. Le devastava la bocca un tic continuo, che le conferiva una specie di soddisfatta voracità sadica al defluire di nomi, colpe e punizioni.
“… passerà tutta la notte in ginocchio sul nudo pavimento… starà a pane e acqua per tre giorni… pulirà i bagni per una settimana… starà in piedi tutta la giornata quale che sia l’attività svolta… passerà ogni sera nella cella della superiora per ricevere tre colpi di frusta sulla schiena…”
I colpi di frusta sulla schiena da incassare presso la cella delle suore, prima di andarsi a coricare, era diventata la punizione più frequente, e ben presto Gabriella ne comprese il perché.
Per un nonnulla fu decretato anche per lei tre colpi di frusta sulla schiena, nella cella di una suora che a vederla non dava l’impressione di essere cattiva. Entrò nella stanza piena di terrore. La suora, senza una parola, le fece cenno di togliersi il camicione che fungeva da pigiama. La fece mettere in ginocchio presso il letto, con la testa poggiata sul materasso. Le tre frustate, in rapida successione, non furono particolarmente dolorose. Stava per alzarsi, quando la suora disse: “Resta lì dove sei. Ti spalmo un lenitivo sulla schiena per evitare che si arrossi troppo. La punizione è stata severa, ma altrettanto sollecito deve essere il sollievo”.
La suora si sedette sul letto, accanto alla testa di Gabriella, e con una mano morbida e calda cominciò ad accarezzarle la schiena. Quel massaggio fu insistito, lungo, e quasi interminabile. A un certo punto davvero troppo interminabile per i gusti della ragazza. La suora, cogliendo in un gesto impercettibile delle penitente quasi un segnale, le si inginocchiò dietro e cominciò a baciarle la schiena. Poi andò più giù, sempre più giù, e le fece scivolare le mutande sulle cosce. Gabriella si fece fare e non osò reagire.
Le suore, tranne sparute eccezioni, erano tutte schiave della libidine. Esse generalmente erano in quel luogo perché obbligate dalle famiglie e dalle autorità religiose. Spesso erano i preti che, per nascondere anni di abusi sessuali su ragazze, obbligavano quelle vittime ad entrare in convento, agitando minacce che comprendevano perfino la soppressione fisica. Cacciate in prigione contro la loro volontà, gonfie di paura e di rabbia impotente contro il mondo, trovavano sollievo nelle carezze reciproche, diventando così assidue dell’orgasmo da riuscire a procurarselo in vari modi più volte al giorno con facilità.
Le carezze di tipo lesbico costituivano per così dire il menù di base. Ma a volte si ammanniva anche il piatto forte, la pietanza delle grandi occasioni: l’uomo. La materia prima non mancava. Ovviamente giravano i confessori, di tutti gli ordini e categorie. Costoro venivano perlopiù traviati dall’ascolto di tutte le modalità con cui si commetteva il peccato più diffuso: il rapporto lesbico. Ci sarebbe voluto un fisico bestiale per resistere a tentazioni del genere. I primi segni del cedimento della diga si ravvisavano nell’insistenza puntigliosa con cui il confessore poneva domande, alla ricerca dei minimi particolari. Poi era una rovinosa deriva: si cominciava con l’esporre la vibratile incoercibile erezione, per poi finire con l’agguantare in modo cieco e convulso il corpo tremante della religiosa.
Ma nel collegio giravano anche i laici: operai e artigiani addetti a varie mansioni. L’incontro fatale di Gabriella avvenne appunto con un giovane operaio. Stavano sostituendo certi tubi usurati dal tempo, e Gabriella passava lì per caso. Lo scambio degli sguardi fu fulmineo ma micidiale.
Gabriella da tre mesi non aveva più le mestruazioni. Come un fulmine a ciel sereno l’assalì il terrore di essere incinta. Il contatto in un sottoscala era stato rapido ma coinvolgente ed intenso. Si era sentita attinta nella più nascosta e profonda intimità. Per quanto ne sapeva lei, troppo poco per rimanere incinta. Ma ne sapeva poco o niente, in verità. Quel che era certo, quel ragazzo l’aveva sognato ogni notte, tanto da avere l’impressione che la sera andassero a coricarsi insieme. Il piacere fu quello che si dipanò a lungo nella fantasia, piuttosto che quello di quel giorno quasi irreale.
Nella mente di Gabriella l’angoscia cominciò a crescere. Non sapeva cosa fare. Non sapeva cosa fare per vivere, non sapeva cosa fare per morire. Ne parlò con Olivia, l’unica sua vera amica, che veniva dal suo stesso paese. Olivia aveva diciotto anni e una buona esperienza delle gioie e dei dolori di questo mondo.
“Devi abortire. E’ l’unica via d’uscita che hai”.
“Ho paura”.
“Devi aver paura se non lo fai”.
Olivia aveva un fidanzato segreto, che faceva l’infermiere nel più grande ospedale della regione. Ne parlò a lui ed egli prese a cuore la situazione tanto da organizzare dalla a alla z un incontro risolutore con un medico abortista clandestino. Olivia da vera amica si caricò sulle spalle la difficile situazione della povera ragazza, e sfidando la grave penuria di denaro prenotò una camera d’albergo destinata a fungere da teatro del cruento intrusivo intervento.
Il mondo sotto la tirannia era di un grigiore insostenibile. Era un mondo popolato di morti che s’illudevano di vivere. Eppure Gabriella in quel mondo riuscì ad avere sprazzi di vitalità, anche se quella voglia di vivere si perdeva spesso nella perplessità.
Aveva ancora molto da aspettare. L’amore era ancora ‘in itinere’ e infinitamente lontano dall’approdo conclusivo.
Gabriella non aveva alcuna importanza sociale, restava pur sempre una povera orfana. Continuò per anni a vivere in quel collegio senza luce. Il suo status di orfana ne legittimava la totale mancanza di diritti.
Cresceva in bellezza e fascino giorno dopo giorno. Ovvio che prima o poi qualcuno scalasse le ostili mura di cinta e venisse a rapirla. Salvatore o più crudele oppressore? Chi può saperlo!
Il suo rapitore fu un ricco uomo, ancora in giovane età, di buon carattere (almeno all’apparenza) e gradevole fisicamente. La sedusse e l’amò e lei fu consenziente senza se e senza ma.
Purtroppo il giovane, di nome Enrico, era già sposato. Sua moglie faceva parte nientemeno che della famiglia più potente della città, che era culo e camicia con la cerchia più stretta del tiranno. La vita di Gabriella fu per questo in grave pericolo.
Ma il peggiore difetto di Enrico non lo conosceva nessuno. Ne sapeva qualcosa solo un vecchio esorcista, cui i disperati genitori si rivolsero. L’ebbe a lungo in cura fin da quando era bambino, senza cavare un ragno dal buco. Gli aveva fatto bere ettolitri di acqua santa tanto che il ragazzo aveva sviluppato un ventre enormemente prominente, e quando svuotava la vescica era capace di produrre lunghi zampilli per più di mezz’ora.
Enrico nottetempo, quando c’era luna piena, si vestiva da donna e passeggiava per le vie più buie della città, alla ricerca di militari in libera uscita, ai quali proponeva una disinvolta opus orale a titolo gratuito.

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