IL DIFFICILE RAPPORTO TRA RELIGIONE E SESSUALITA'

Negli ultimi decenni le chiese cristiane hanno cercato di rispondere
al grido di dolore dei propri fedeli, che vedevano sempre più
divaricarsi il magistero ecclesiale in materia sessuale dalle
posizioni sempre più nette della psicologia e della medicina.
Le pastoie tradizionali delle chiese sulla sessualità, che affonda i
suoi principi nel pensiero arcaico, deve fare necessariamente i conti
con gli inevitabili disagi dei fedeli, gravati da una divaricazione
insostenibile rispetto ai liberi pensatori.
Prendiamo un esempio dei nostri giorni: l'uso del profilattico. La
chiesa si dimena in un equilibrismo oscillante tra due assurdi
contrapposti: Dio non vede di buon occhio l'uso del profilattico; va
ignorato l'atroce grido di dolore di quelle popolazioni a rischio di
AIDS.
Tenuta a tendere concretamente la mano al fedele sofferente, la chiesa
non può far proprio il mussoliniano: me ne frego.
Se la scienza e l'attività clinica va da una parte, la chiesa non può
dire: vado dalla parte opposta, costi quel che costi. Ecco perché in
ultima analisi non c'è via d'uscita al dilemma. o la chiesa distrugge
la propria sessuofobia o distrugge se stessa.
L'impostazione del giudaismo e del cristianesimo è quella che la
storia dell'uomo non è altro che la risultante della presenza di Dio
nella realtà. Tutto quello che l'uomo elabora in termini mentali non è
che un epifenomeno della regia di Dio sulla realtà di questo mondo.
Quando lo studio dei testi sacri non ha potuto più prescindere
dall'aiuto delle scienze in costante progresso, ai teologi è apparsa
palese la necessità di evitare arroccamenti su posizioni di
anacronismo insostenibile.
Certo, conciliare due posizioni opposte, quella statica della
rivelazione e quella dinamica delle acquisizioni delle scienza, può
essere arduo, ma non impossibile, a patto che la rigidezza religiosa
non risulti eccessiva.
Prendiamo un esempio illuminante: l'opposizione della chiesa alle
teorie evoluzionistiche di Darwin. La chiesa ha attribuito (forse
giustamente) all'evoluzionismo un impatto distruttivo per qualsivoglia
dogma, e così ha deciso di attaccare a testa bassa e di non lasciare
alcun spiraglio di ammorbidimento.
La sfida portava dritto dritto al ridicolo, come è ridicolo il
creazionista americano che querela l'insegnante che ha parlato in
classe di evoluzione, dopo avergli ovviamente squarciato tutti e
quattro gli pneumatici (il ridicolo si sposa quasi sempre con la
stupidità e la ferocia).
Oggi la posizione della chiesa sull'evoluzionismo e su tanti temi su
cui la scienza ha favorito visioni illuminanti, ha il carattere
dell'ambiguità: no all'attacco frontale, no all'accettazione
sostanziale.
Certo, la vita è difficile per quelli che sono obiettivamente di
retroguardia, ma che devono mostrare di essere all'avanguardia. Lavoro
davvero difficile, non li invidio!
Voler capire il mondo di oggi con gli occhi di primitivi, abbastanza
incolti rispetto ad altri popoli coevi, anche questa è una bella
sfida. La sessualità umana ce la spiega Adamo, Abramo, Lot, Onan,
Aronne con la sua verga. E la politica estera della Casa Bianca ce la
spiega Fuffi, il gatto di casa!

Dal II al XX secolo, la dottrina cristiana ha condannato in maniera
assoluta la ricerca del piacere sessuale nel matrimonio. Restava la
distinzione tra fornicazione e matrimonio unicamente in presenza della
procreazione, altrimenti la distinzione cadeva.
Sant'Agostino fonda l'avversione cristiana verso il piacere carnale
sulla teoria della concupiscenza, che si è quasi incistata nella carne
dell'uomo dopo la caduta del peccato originale e che nemmeno il
battesimo può risolvere.
Tale situazione determina l'inguaribile perversione dei nostri organi
sessuali. Nell'accoppiamento carnale la concupiscenza prende il
sopravvento e sommerge lo spirito.
San Giustino nel II secolo affermava esplicitamente: "O ci sposiamo
unicamente per procreare figli o, se rifiutiamo di sposarci, siamo
completamente continenti".
Atenagora nel 177 ingiungeva alle coppie di evitare il contatto
sessuale durante la gravidanza "come l'aratore che gettato il seme nel
terreno, attende le messi per seminare di nuovo".
Palesemente si era andato anche oltre il pensiero di san Paolo, che
parla del matrimonio come un rimedio alla concupiscenza.
Fin dai primi tempi, nei testi cristiani, si prese a dare grande
enfasi alla castità e alla verginità. Si prendeva a modello il Cristo,
che non si era mai sposato e che non aveva avuto commercio sessuale
con alcuno.
L'evangelista Matteo mette in bocca a Gesù parole di elogio per gli
eunuchi volontari. Il matrimonio modello, quello di Giuseppe e di
Maria, non aveva mai contemplato rapporti carnali.
Fin dalle origini si era insistito sulla verginità di Maria. In modo
assurdo, ma seriamente, si era stabilito che la via ideale alla
procreazione fosse quella dell'astensione totale dai rapporti sessuali.
La storia del cristianesimo si è dipanata sul folle assioma che è la
parola e non la carne a far sopravvivere l'uomo.
Nei vangeli, alcuni dei quali solo più tardi sono stati dichiarati
apocrifi, si leggono frasi del genere: "Infelici le donne che sono
incinte e quelle che allattano in questi giorni"; "la morte regnerà
per tutto il tempo in cui voi, donne, porterete dei figli"; "Benedetto
è il ventre che non ha mai concepito e il seno che non ha mai
allattato".
Ci furono delle sette, quelle degli gnostici, che hanno preso alla
lettera il rifiuto della sessualità e spesso adottavano la
castrazione volontaria.
La teoria spesso rasentava pericolosamente la follia e l'ortodossia
cristiana faceva equilibrismi incredibili per barcamenarsi, senza
staccarsi troppo dal vivere concreto dei fedeli, che non avevano
comportamenti granché diversi da quelli degli ebrei e dei pagani.
All'interno del magma cristiano, sette contrapposte cozzavano armate
di contrapposte teorie: avere ragionevolmente accesso ai rapporti
carnali oppure avere una vita rigorosamente casta per poter accedere
al Regno di Dio.
La verità è che in ogni epoca, se si comprime la vera natura
dell'uomo, vengono fuori comportamenti mostruosi (argomento preti
pedofili docet).
Anche nei primi secoli della chiesa, a carico dei fautori della
castità assoluta, si riferivano comportamenti orribili.
Ireneo, a proposito dei discepoli di Valentino, riferisce che essi
"praticavano la fornicazione e l'adulterio, seducevano spesso le donne
alle quali insegnavano e, vivendo insieme come fratelli e sorelle,
ingravidavano spesso le sorelle".
Clemente scrive: "Ce ne sono alcuni che chiamano Afrodite Pandemia -
cioé l'amore fisico - una comunione mistica... Essi hanno commesso il
sacrilegio di dare il nome di comunione a qualsiasi relazione
sessuale... Questi uomini tre volte scellerati trattano i rapporti
sessuali e carnali come miti sacri e credono ch'essi conducano al
regno di Dio".
Per diciotto secoli la chiesa ha rifiutato di ammettere l'amore umano,
se non orribilmente sfigurato. L'attrazione sessuale veniva
semplicemente definita una trama di Satana e neppure lontanamente
poteva costituire una legittimazione del legame coniugale. La pulsione
sessuale è dunque pura concupiscenza.
Fin dal XII secolo i teologi raccomandavano ai confessori di
accertarsi se "il marito vorrebbe aver commercio con sua moglie anche
se non fosse sua moglie". (Perversione della teologia!). Se sì, egli è
colpevole di concupiscenza e quindi è in pieno peccato mortale.
Dopo questo infinito retroterra ideologico, come fa la chiesa a
rifarsi una verginità e ad accreditarsi un magistero morale credibile
per la sessualità nei nostri giorni?
La sua è pura preoccupazione di non essere messa completamente
nell'angolo dalla modernità.

Ci si è messo molto tempo (siamo arrivati ai giorni nostri) perché qualcuno di autorevole del mondo cristiano, abbia sostenuto che la sessualità, essendo anch'essa opera di Dio, non può che essere buona nella sua essenza, anche se si deve esplicare con modalità controllate.
Molto timidamente qualche teologo ha sostenuto che, rimanendo fermo l'assunto che la sessualità si giustifica unicamente con la procreazione, forse una piccola concessione al piacere degli individui bisognava farla, sempre con infinite cautele.
A parole qualche studioso cristiano ha affermato che la sessualità, essendo dono di Dio, deve essere usata dall'uomo in maniera del tutto libera al fine di raggiungere quella pienezza di vita che il Creatore gli ha destinato.
Nei fatti tale assunto comporta il rischio che, se la libertà dell'uomo è così piena, il concetto di peccato perda la sua principale ragion d'essere.
Il clero ha sempre avuto un ruolo di consigliere, ma che oggi, in materia sessuale, appare arduo senza un profondo ripensamento dei principi fondamentali legati alla bibbia.
Il clero, nei confronti della sicurezza della scienza, si sente incerto in questo campo e comprende la necessità di dover fare ancora molti progressi in materia.
L'aiuto del sacerdote in questioni gravi in cui entrano in gioco i sentimenti esplosivi (amore, odio, desiderio d'indipendenza) è un impegno molto gravoso (per l'uomo tarpato dal celibato e dalla castità).
Personalmente ho avuto più di una volta l'esperienza del prete che ha consigliato la donna di chiudere la terapia con il sessuologo o con lo psicologo, per intraprendere un "percorso" con lui stesso. Non so onestamente quante garanzie ci possano essere di tenere davvero la barra dritta verso il futuro, in tal genere di "percorso".
Un pastore oggettivamente imperniato su una sessualità sempre in bilico sul peccato, non so con quanta padronanza si possa muovere tra flutti, spesso tutt'altro che di ordinaria amministrazione.
Siamo alle prese con autentiche armi a doppio taglio, in cui non ci sono concetti lapalissiani come: anche il verduraio mangia la verdura.
Il potere distruttivo della sessualità si sostanzia nel fatto che essa si situa al centro della personalità.Se vogliamo scherzare diciamo: esistono i maschi, le femmine e i puffi. Se vogliamo essere seri va affermato che ogni tentativo di negare o minimizzare la sessualità di qualsivoglia individuo, equivale ad innescare terribili deflagrazioni.
Ogni prete o suora, comunque impegnati sul fronte degli altri, non può eludere la crucialità dell'esigenza di trovare una vera armonia tra la propria missione e la propria mascolinità o femminilità. Se tale necessità produce solo una povera menzogna, non si va da nessuna parte.
Soltanto un essere umano tranquillo e in pace con se stesso, può essere davvero amico delle cose del sesso. Una povera persona costretta a dire sempre dei no difensivi, resta sempre tale, anche se ricopre un alto ruolo gerarchico. Dire sempre no alle pratiche anticoncezionali, no alla masturbazione, no al sesso prematrimoniale ("Fa arrivare tardi alla cerimonia", ha detto Woody Allen), non è possibile poiché la sessualità si sostanzia di grandi e sonore "trasgressioni".

Se un credente si vuole innovare in materia sessuale, deve capitolare su tutta la linea. Deve dire: tutto è lecito purché non si faccia del male al prossimo. Altrimenti è solo propaganda, ossia aria fritta.
Se la bibbia è andata davvero oltre nella sua concezione della sessualità in modo che il dato prevalente è stato quello della sessuofobia e del negativismo, vuol dire che nel corso dei tempi non si è mai preso in considerazione la necessità di rinnovare l'interpretazione dei testi, alla luce di nuove acquisizioni culturali.
Se sant'Agostino, san Girolamo, Tertulliano, san Paolo hanno sostenuto che la repressione degli istinti fosse meritoria agli occhi di Dio, nessun credente di oggi può pensare la stessa cosa.
Comunque sbaglierebbe chi credesse che nelle epoche pregresse ci sia stata pedissequa accettazione della visione puritana. In un sermone pronunciato nel 1620, Thomas Gataker sosteneva che non era giusto dipingere il cristianesimo come orientato ad avversare le gioie della vita: "Abbracciare una via che è al servizio di Cristo non significa dare eterno addio a ogni gioia e allegria e non è affatto vero che nel regno di Cristo vi siano soltanto sospiri e lamenti, digiuni e preghiere: nel regno di Cristo, nella sua Dimora e luogo di feste e sposalizi, vi si beve vino e si gode e si gioisce anche al cospetto di Cristo".
Un altro celebre puritano, William Gouge, sostiene che l'unione carnale "è una delle particolarità più appropriate ed essenziali del matrimonio e non bisogna disapprovare le manifestazioni di tenero affetto".
Tuttavia è innegabile che, al di là del buon senso che è difficile abolire se si vuole conservare l'equilibrio mentale, il puritanesimo ha determinato un'assurda congiura del silenzio sulla sessualità, che ha trovato il culmine nell'età vittoriana.
Oggi siamo usciti da tali secche, da quel folle silenzio, e forse paghiamo il passato con taluni eccessi di sessismo, e di sessualità superficialmente usata nella spettacolo e nella pubblicità.
Ma oggi tutto il negativo sul versante della sessualità (malattie, deviazioni, tragedie, disorientamento) va detto che affonda le radici nel nostro torbido passato moralistico.
Certo oggi possiamo essere molto più ottimisti, perché la religione ha dovuto fare un deciso passo indietro e non ci tiranneggia più, e al nostro fianco c'è la scienza.
Nonostante ciò paghiamo ancora alti prezzi per le follie moralistiche del passato: siamo vittime di una dicotomia in cui tutto si divide in "buono" e "cattivo".
Ci sono le donne buone (oculate amministratrici delle proprie concessioni sessuali) e le donne cattive (una volta nei bordelli, oggi direttamente fruibili con una semplice chiamata telefonica).
Si è diffusa in tutti i settori una concezione falsa e romanzata del sentimento amoroso, e siccome si è battuto fino all'inverosimile che il matrimonio è la sola legittimazione dell'esercizio sessuale, ci ritroviamo un istituto matrimoniale in crisi, che ha molteplici falle.
L'affermazione della libera scelta del partner matrimoniale e sessuale, sebbene abbia promosso la personalità umana e il primato dell'individuo, ha creato non pochi problemi in relazione al fatto che in un tempo di grande "analfabetismo" dei sentimenti, si è puntato quasi esclusivamente sul sentimento che, qualora venga a mancare, determina l'asfissia dell'unione.
Chi si incaricherà della crescita personale degli individui, chiamati a una scelta quasi inappellabile?
La famiglia, sballottata dalla necessità di mettere insieme il pranzo con la cena? La scuola, che come ognuno vede ha perso ogni legittimazione a fornire il "viatico" culturale? La categoria degli psicologi, che sono novantanove per cento supponenza e uno per cento reale capacità? I sacerdoti o le suore, costretti sulla difensiva per dissimulare una "incompletezza" che appare palese anche a un cieco? Lo spettacolo sotto tutte le forme, che deve rispondere esclusivamente all'idolo dell'"audience"?
Dice Arlette Lebigre, in una analisi storica della nozione di divorzio: "La curva dei divorzi, sempre in aumento, ha raggiunto quella del 1793: uno ogni tre matrimoni a Parigi, uno ogni cinque in provincia. Il dato più importante tuttavia non è qui; è nel fatto che la curva dei matrimoni non smette di scendere: sono già 100.000 in meno rispetto al 1970. La convivenza, giovanile o no, è forse l'avvenire del matrimonio? Ma allora, perché divorziare il giorno in cui tutti diranno, come nella canzone di Brassens: 'Ho l'onore di non chiedere la tua mano'?".

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