JEAN PAUL SARTRE “Il muro”

Lucien, per la seconda volta, si sentì pieno di rispetto per se stesso. Ma, questa volta, non aveva bisogno degli occhi di Guigard: era ai suoi propri occhi che pareva rispettabile – ai suoi occhi che penetravano finalmente il suo involucro di carne, di gusti e di disgusti, d’abitudini e d’umori. “Là dove mi cercavo, pensò, non potevo trovarmi.” Aveva fatto, in buona fede, l’inventario minuzioso di tutto ciò che ‘era’. “Ma se non dovevo essere che quello che sono, non pretenderei di più che un ebreuccio.” Scavando così in questa intimità di mucose, che si poteva scoprire se non la tristezza della carne, l’ignobile menzogna dell’uguaglianza, il disordine? “La prima regola, si disse Lucien, non cercare di guardarsi dentro; non vi è errore più pericoloso.” Il vero Lucien, adesso lo sapeva, bisognava cercarlo negli occhi degli altri, nell’obbedienza timorosa di Pierrette e di Guigard, nell’attesa piena di speranza di tutti questi esseri che crescevano e maturavano per lui, di quei giovani apprendisti che sarebbero divenuti suoi operai, degli abitanti di Férolles grandi e piccoli, di cui un giorno sarebbe stato il sindaco. Lucien aveva quasi paura, si sentiva quasi troppo grande per se stesso. Tanta gente l’aspettava, al porto d’armi: e lui c’era, sarebbe stato sempre questa immensa attesa degli altri. “E’ questo un capo”, pensò. E vide riapparire una schiena muscolosa e aggobbita, e poi, subito dopo, una cattedrale. Era dentro e vi passeggiava a passi di lupo sotto la luce soffusa che cadeva dalle vetrate. “Soltanto, questa volta, sono io la cattedrale!” Fissò il suo sguardo con intensità sul suo vicino, un lungo Cubano scuro e dolce come un sigaro. Bisognava assolutamente trovare parole per esprimere la sua straordinaria scoperta. Alzò lentamente, precauzionalmente la mano fino alla fronte, come un cero acceso, poi si raccolse un istante, pensoso e sacro, e le parole vennero spontaneamente, mormorò: “HO DEI DIRITTI!” Dei diritti! Qualcosa del genere dei triangoli e dei cerchi: era così perfetto che non esisteva, hai voglia a tracciare migliaia di cerchi col compasso, non si giungeva mai a realizzare un solo vero cerchio. Generazioni di operai potrebbero, allo stesso modo, obbedire scrupolosamente agli ordini di Lucien, e ciò non estinguerebbe mai il suo diritto a comandare; i diritti erano al di là dell’esistenza, come i concetti matematici e i dogmi religiosi. Ed ecco che Lucien, appunto, era questo: un enorme mazzo di responsabilità e di diritti. Aveva a lungo creduto che esistesse il caso, alla deriva: ma era a causa della scarsità di riflessione. Molto prima della sua nascita, il suo posto era segnato sotto il sole a Férolles. Già, molto prima anche del matrimonio di suo padre, lo ‘aspettavano’; se era venuto al mondo, era per occupare quel posto: “Esisto – pensò - perché ho il diritto di esistere.” E, per la prima volta, forse, ebbe una visione folgorante e gloriosa del suo destino. Sarebbe stato ricevuto a Centrale, presto o tardi (ciò non aveva comunque alcuna importanza). Allora avrebbe lasciato Maud (lei voleva sempre far l’amore con lui, era stancante; le loro carni intricate emanavano al calore torrido di quell’inizio di primavera un odore di fricassea un po’ bruciata. “E poi Maud è di tutti, oggi è mia, domani di un altro, questo non ha alcun senso”); sarebbe andato ad abitare a Férolles. Da qualche parte in Francia, c’era una ragazza chiara del tipo di Pierrette, una provinciale dagli occhi di fiore, che si manteneva casta per lui: lei tentava a volte d’immaginare il suo futuro padrone, quest’uomo terribile e dolce; ma non ci riusciva. Lei era vergine; riconosceva nel più segreto del suo corpo il diritto esclusivo di Lucien a possederla. L’avrebbe sposata, sarebbe divenuta ‘sua’ moglie, il più tenero dei suoi diritti. Quando lei si sarebbe spogliata la sera, con piccoli gesti sacri, sarebbe stato come un olocausto. L’avrebbe presa tra le sue braccia con l’approvazione di tutti, le avrebbe detto: “Sei mia!” Quello che lei gli avrebbe mostrato, aveva il dovere di mostrarlo solo a lui, e l’atto d’amore sarebbe stato per lui come l’inventario voluttuoso dei suoi beni. Il suo più tenero diritto; il suo diritto più intimo: il diritto di essere rispettato fino nella sua carne, obbedito fin nel suo letto. “Mi sposerò giovane”, pensò. Si disse anche che avrebbe avuto molti bambini; poi pensò all’opera di suo padre; era impaziente di continuarla e si chiese se il signor Fleurier non sarebbe morto presto.
Un pendolo suonò mezzogiorno; Lucien si alzò. La metamorfosi era conclusa: in quel bar, un’ora prima, un adolescente grazioso e incerto era entrato; ne usciva un uomo, un capo tra i Francesi. Lucien fece qualche passo nella luce gloriosa d’un mattino di Francia. All’angolo della via des Ecoles e del corso Saint-Michel, si avvicinò a una cartoleria e si guardò riflesso nella vetrina: avrebbe voluto ritrovare sul suo viso l’aspetto impermeabile che ammirava sul viso di Lemordant. Ma la vetrina gli rinviò solo un grazioso piccolo volto ostinato, che non era ancora abbastanza terribile: “Mi lascerò crescere i baffi”, decise.

RICHESTA INFORMAZIONI: JEAN PAUL SARTRE “Il muro”


security code
Privacy* Art. 13, D.Lgs. 196/2003.
Iscriviti alla Newsletter.