WILLIAM FAULKNER “Santuario”

I tavolini erano stati trasportati all’altro capo della pedana. Su ognuno di essi era una tovaglia nera. Le tende erano ancora tirate; e lasciavano penetrare una luce densa, color salmone. La bara era sotto la piattaforma dell’orchestra. Era una bara costosa; nera, con le borchie d’argento, stava poggiata su un trespolo nascosto dai mazzi di fiori. Tra ghirlande, croci e altri attributi del cerimoniale mortuario, la massa floreale pareva irrompere in simbolica onda sopra la bara e sopra la piattaforma e il pianoforte, opprimendo col suo odore pesante.
Il proprietario del locale si aggirava tra i tavolini, parlando ai nuovi arrivati mentre entravano e cercavano da sedere. I camerieri negri, con le camicie nere sotto le giacche inamidate, già erano in continuo andirivieni con bottiglie di gazzosa. Si muovevano con lento e ondeggiante decoro; già la scena era viva, in un’atmosfera silenziosa e macabra, leggermente febbrile.
L’arco che dava sulla sala da gioco era drappeggiato di nero. Una coltre nera era stesa sopra alla tavola verde, e su di essa gli omaggi floreali cominciavano ad accumularsi, straripanti. Il pubblico entrava di continuo, gli uomini vestiti, taluni, di nero, con decorosa semplicità, altri con abiti primaverili, a tinte vivaci; essi sottolineavano il macabro paradosso di quell’atmosfera. Le donne – quelle più giovani – portavano anch’esse colori vivaci sui cappelli e nelle sciarpe; le più anziane erano vestite sobriamente di grigio, di nero, di blu scuro, con abbaglianti gioielli: erano figure matronali che ricordavano delle massaie al passeggio domenicale.
La sala cominciava a echeggiare di chiacchiere sommesse, ma stridule. I camerieri si muovevano con grandi, vacillanti vassoi, mentre le loro giacche bianche e le loro camicie nere parevano negative fotografiche. Il proprietario andava da un tavolo all’altro, con la testa calva, un mastodontico brillante appuntato alla cravatta, seguito da un imbonitore, grosso, muscoloso, ebete, che, da tergo, pareva scoppiare nella giacca da sera, come un bozzolo.
In una sala da pranzo privata, su una tavola coperta da un drappo nero, era una grande vasca piena di ghiaccio e di frutta affettata. Vicino ad essa era appoggiato un uomo grasso, con un abito verde, informe, dalle maniche del quale spuntavano dei polsini sudici su mani che terminavano in unghie nere. Il goletto sporco, sgualcito attorno al collo in crespe morbide, era legato da una cravatta nera, unta, fermata con un finto rubino. Aveva il volto lustro di sudore e convocava la folla attorno a quella vasca con voce roca:
“Avanti, signori. E’ di Gene. Non costa nulla. Venite e bevete. Mai v’era stato al mondo un ragazzo migliore di quello.” Bevevano e si ritiravano, sostituiti da altri che tendevano la coppa vuota. Ogni tanto un cameriere veniva con altra frutta e altro ghiaccio, a riempire la vasca; da una valigia che stava sotto la tavola, Gene tirava fuori delle bottiglie piene, e le versava nella vasca; poi, con aria patriarcale, invitando, sudando, riprendeva il roco monologo, asciugandosi con una manica il sudore delle fronte. “Avanti, signori. E’ tutto di Gene. Non sono che un povero venditore clandestino, ma egli non ha mai avuto un amico più fedele di me. Venite, e bevete, signori. Non c’è solo quello che vedete.”
Dalla sala da ballo entrava una ventata di musica. La gente veniva e si metteva a sedere; sulla pedana era il jazz di un albergo della periferia. I suonatori avevano la giacca da sera. Il proprietario e un suo aiutante confabulavano con il capo del jazz.
“Che suonino dei jazz” diceva l’aiutante. “Nessuno ballava più volentieri di Red.”
“No, no” diceva il proprietario. “Quando Gene li avrà tutti fatti frullare col gin o col whisky puro, si metteranno a ballare. Ora farebbe brutta impressione.”
“Allora suoniamo il ‘Danubio blu’?” chiedeva il capo del jazz.
“O, no; niente ‘blues’, vi dico” diceva il proprietario. “C’è un morto lì, in quella cassa.”
“Ma non è un ‘blue’” diceva il capo del jazz.
“E allora che cos’è?” diceva l’aiutante.
“Un valzer. Di Strauss.”
“Roba esotica” diceva l’aiutante. “Al diavolo. Red era Americano. Lei forse non lo è, ma lui lo era. Non sa niente di americano, lei? Suoni ‘I Cant Give You Anything But Love’. Gli è sempre piaciuto tanto.”
“E li facciamo ballare tutti?” disse il proprietario. Dette un’occhiata ai tavolini, dove le donne cominciavano a parlare un po’ ad alta voce. “Sarà meglio cominciare con ‘Nearer, My God, To Thee’” disse “per calmarle un po’. Ho detto a Gene che era pericoloso quel ponce, servito così presto. Io gli avevo consigliato di aspettare che si fosse tornati in città. Ma avrei dovuto dirlo subito che qua finiva tutto in una carnevalata. Sarà meglio cominciare con solennità e rimanere su questo tono finché non lo dico io.”
“A Red la solennità non piaceva” disse l’aiutante. “E lo sai anche tu.”
“E allora vada altrove” disse il proprietario. “Ho fatto tutto questo per compiacenza. Non son mica un imprenditore di pompe funebri, io.”
Il jazz suonò ‘Nearer, My God, To Thee’. Il pubblico si chetò. Una donna vestita di rosso apparve sulla soglia, barcollando. “Becco”, disse “ciao, Red. Sarà all’inferno prima che io sia arrivata a Little Rock.”
“Sssssssss” vociarono tutti. Ella cadde a sedere. Gene venne alla porta e vi rimase, ritto, finché durò la musica.
“Venite, amici” gridò, agitando le braccia con gesti larghi, accoglienti. “Andiamo. Venite a bere. E’ di Gene. Tra dieci minuti voglio che tutti gli occhi e tutte le gole siano bagnati.” Quelli che erano in fondo si avviarono verso l’uscio. Il proprietario balzò in piedi e fece cenno al jazz. Il sonatore di cornetta attaccò l’assolo di ‘That Haven of Rest’, ma la folla che era dietro seguitò a calare verso la porta sulla soglia della quale Gene era ritto ad agitare le braccia. Due donne mature piangevano in silenzio, sotto i capelli infiorati. Attorno alla vasca che si andava vuotando tutti accorrevano, clamorosamente. Dalla sala da ballo giungeva il generoso squillo della cornetta. Due giovanotti malconci si fecero largo verso la tavola gridando, con voce monotona: “Largo, largo” e portando delle valigie. Le aprirono, posarono le bottiglie sulla tavola, mentre Gene, ora sinceramente piangendo, le apriva e le versava nella vasca. “Venite, amici. Non gli avrei voluto più bene se fosse stato figlio mio” gridava, roco, asciugandosi il volto con la manica.
Un cameriere arrivò alla tavola con un secchio di ghiaccio e di frutta e versò tutto nella vasca del ponce. “Che cosa diavolo fai?” disse Gene. “Mettere questa roba qua dentro! Vai all’inferno, lontano da qui!”
“Evviva!” gridarono i bevitori, facendo sbattere l’una contro l’altra le coppe, affogando ogni altro rumore, e riducendo a pantomima il gesto di Gene che sbatteva via il secchio della frutta dalle mani del cameriere e versava dell’altro liquore puro nella vasca, spruzzandolo sopra le mani tese e rovesciandolo nelle coppe. I due giovanotti aprivano le bottiglie con furia.
Come condotto, in quel punto, da uno squillo musicale degli ottoni, il proprietario apparve sull’uscio, col volto imbronciato, agitando le braccia. “Andiamo, ragazzi”, gridò “chiudiamo il programma musicale. Costa fior di quattrini.”
“Accidenti” gridarono gli altri.
“Costa fior di quattrini a chi?”
“Chi se ne frega?”
“Costa fior di quattrini a chi?”
“A chi fa scomodo? Pago io. Perdio, gli pago due funerali, non uno.”
“Ragazzi! Ragazzi!” gridava il proprietario. “Non vi rendete conto che in questa stanza c’è una bara?”
“Costa fior di quattrini a chi?”
“Bara o birra?” disse Gene. “Birra?” disse a voce mozza. “C’è qualcuno che vuol insultarmi con… “
“Rinfaccia a Gene il denaro che spende per lui.”
“Chi?”
“Joe, quel miserabile figlio di puttana.”
“C’è qualcuno che vuol insultarmi con… “
“Portiamo via il funerale, allora. Questo non è il solo locale della città.”
“Portiamo via Joe.”
“Mettici lui, figlio di puttana, nella cassa. Così facciamo il funerale doppio.”
“Birra? Birra? C’è qualcuno che… “
“Mettici lui, figlio di puttana, nella cassa. Vediamo se gli garba.”
“Mettici lui, figlio di puttana, nella cassa” strillò la donna vestita di rosso. Corsero tutti verso la porta, dove il proprietario era ritto ad agitare le mani sopra la testa, cercando con quelle grida di dominare il frastuono prima di voltarsi e scappare.
Nella stanza principale un quartetto maschile, scritturato da una Compagnia d’operette, stava cantando. Cantava canti nativi, in perfetta armonia. Cantava ‘Sonny Boy’. Tra le donne più anziane, il piagnisteo era generale. I camerieri portavano anche a loro boccali di ponce ed esse rimanevano sedute a reggere le coppe con mani grasse, inanellate, e a piangere.
L’orchestra riprese a suonare. La donna vestita di rosso entrò barcollando nella stanza. “Andiamo, Joe” gridava “apri il gioco. Leva quel maledetto di qui e comincia a giocare.” Un uomo cercò di trattenerla; ella gli si rivoltò con uno scoppio di parolacce e si avviò verso la tavola con la coltre nera gettando in terra una ghirlanda. Il proprietario le corse addosso, seguito dall’imbonitore e afferrò la donna mentre questa alzava un altro mazzo di fiori. Intervenne l’uomo che aveva cercato di trattenerla, mentre la donna bestemmiava, strillava e colpiva i due, imparzialmente con la ghirlanda. L’imbonitore afferrò il braccio dell’uomo; egli fece una piroetta e colpì l’imbonitore che lo sbatté lungo disteso in fondo alla stanza. Entrarono altri tre uomini. Il quarto si alzò da terra e tutt’e quattro si lanciarono contro l’imbonitore.
Egli cadde per primo, si rivoltò e si scagliò con incredibile celerità nella stanza principale. Il jazz suonava. Fu immediatamente soffocato da un pandemonio di sedia gettate in terra e di grida. L’imbonitore seguitò a piroettare, affrontando i quattro uomini. Essi si slanciarono l’uno contro l’altro; un secondo fu buttato fuori e andò lungo disteso sul pavimento, supino; l’imbonitore si liberò. Allora si voltò di scatto, li raggiunse e con un tuffo vorticoso piombarono sulla bara e ci caddero sopra. I suonatori si erano chetati ed erano ora tutti in piedi sulle seggiole, con gli strumenti in mano. “Fermala” strillò una voce. Essi si lanciarono in avanti, ma la cassa cadde pesantemente in terra aprendosi. Il cadavere si rovesciò lentamente e ruzzolò fuori, andando a conficcarsi col viso nel mezzo di una ghirlanda.
“Suonate qualcosa” urlava il proprietario, agitando le braccia. “Suonate! Suonate!”
Quando alzarono il cadavere, gli venne dietro la ghirlanda, attaccata a lui, da un invisibile filo di ferro che gli si era conficcato in una guancia. Aveva in testa un berretto che, nel ruzzolone, aveva scoperto un forellino azzurro nel centro della fronte. Esso era stato accuratamente colmato di cera che era stata dipinta, ma ne era caduta fuori e si era perduta. Non la trovarono più, ma, aprendo l’automatico della visiera, poterono calargli il berretto fino agli occhi.

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