ANDRE’ GIDE - “I sotterranei del Vaticano”

Fleurissoire non ebbe un grido. Sotto la spinta di Lafcadio e alla vista dell’abisso che improvvisamente si apriva davanti a lui, fece un ampio gesto per tenersi, la sua mano sinistra afferrò lo stipite liscio dello sportello, mentre girato a mezzo buttava indietro la destra, al di sopra di Lafcadio, mandando a rotolare sotto il sedile all’altra estremità del vagone il secondo polsino che stava per rimettersi.
Lafcadio sentì abbattersi sulla sua nuca un terribile artiglio, abbassò la testa e diede un’altra spinta, più impaziente della prima; le unghie gli solcarono il collo; e Fleurissoire non trovò più nulla cui aggrapparsi tranne il cappello di castoro, che afferrò disperatamente e portò con sé nella caduta.
“Adesso, sangue freddo,” si disse Lafcadio. “Non sbattiamo la portiera: qualcuno potrebbe sentire dagli scompartimenti vicini.”
La tirò a sé con fatica, lottando contro il vento, e la richiuse senza rumore.
“Mi ha lasciato il suo orrendo cappello piatto; per poco, con una pedata, lo mandavo a raggiungere il padrone; ma mi ha preso il mio e gli basti. E’ stata una saggia precauzione, toglierne le iniziali… Ma, sulla fodera, resta la marca del cappellaio, che non riceve tutti i giorni l’ordinazione di un cappello di castoro… Tanto peggio; ormai è fatta… Si potrebbe forse credere a un incidente… No, perché ho richiuso la portiera… Far fermare il treno? Su, su, Cadio, niente ritocchi: tutto è come l’hai voluto.
“Ecco la prova che sono perfettamente padrone di me: prima di tutto, guarderò tranquillamente che cosa rappresenti questa fotografia che il vecchio contemplava poco fa… Miramare! Nessuna voglia di andare a vedere questa roba… Qui manca l’aria.”
Aperse il finestrino.
“L’animale mi ha graffiato. Sanguino… Mi ha fatto proprio male. Qui ci vuole un po’ d’acqua; la toilette è in fondo al corridoio, a sinistra. Prendiamo un altro fazzoletto.”
Prese dalla reticella la valigia e l’aperse sul cuscino del sedile, al posto dove prima era seduto.
“Se incrocio qualcuno nel corridoio, calma… No, il cuore non mi batte più. Andiamo… Ah, la giacca; posso nasconderla facilmente sotto la mia. In tasca ci sono delle carte: di che passare il tempo per il resto del viaggio.”
Era una povera giacca lisa, color liquirizia, di panno sottile, ruvido e volgare, che lo disgustava un po’; Lafcadio l’appese a un attaccapanni, nell’angusta toilette dove si chiuse. Poi, chino sul lavabo, cominciò ad esaminarsi nello specchio.
Il collo era sfregiato in due punti; una sottile striscia rossa partiva da dietro la nuca e, girando a sinistra, moriva al di sopra dell’orecchio; un’altra, vera e propria scorticatura, due centimetri più su della prima, saliva diritta verso l’orecchio di cui aveva raggiunto e un po’ staccato il lobo. Questa ferita sanguinava, ma meno di quanto avrebbe potuto temere; invece il dolore, che dapprincipio non aveva sentito, stava diventando piuttosto acuto. Bagnò il fazzoletto, stagnò il sangue, poi lavò il fazzoletto.
“Troppo poco per macchiare il colletto,” pensò riassettandosi; “va tutto bene .”
Stava per uscire, quando la locomotiva fischiò, e una fila di luci passò dietro il vetro smerigliato del gabinetto. Era Capua. Scendere, a quella stazione così vicina al luogo dell’incidente, e correre nella notte a riprendere il suo cappello: il pensiero sorse in lui abbagliante. Rimpiangeva molto il suo castoro, morbido, leggero, lucido, tiepido e fresco nello stesso tempo, ingualcibile, di un’eleganza così discreta. Ma non ascoltava mai del tutto il suo desiderio e non amava cedere, neppure a se stesso. Soprattutto, aveva orrore dell’indecisione e da molti anni conservava come un feticcio un dado da tric trac che Baldi gli aveva dato; lo portava sempre con sé, lo aveva lì, nel taschino del panciotto:
“Se faccio sei,” si disse tirandolo fuori, “scendo.” Fece cinque.
“Scendo ugualmente. Presto, la giacca del morto! E adesso la valigia… “
Corse al suo scompartimento.
Ah, come sembra inutile l’esclamazione davanti alla stranezza d’un fatto! Più è sorprendente l’avvenimento, più semplice sarà il mio racconto. Dirò dunque, senza ricamarci, questo: quando Lafcadio rientrò nello scompartimento per riprendere la sua valigia, la valigia non c’era più.
Sulle prime credette di essersi sbagliato, tornò ad uscire nel corridoio. Ma sì, poco fa stava proprio qui. Ecco la veduta di Miramare… ma allora?... si avvicinò d’un balzo al finestrino e credette di sognare: sul marciapiede della stazione, ancora non lontano dal vagone, la sua valigia se ne stava tranquillamente, in compagnia di un omaccione che camminava con passo tranquillo.
Lafcadio volle lanciarsi all’inseguimento; nel gesto che fece per aprire lo sportello, la giacca color liquirizia scivolò ai suoi piedi.
“Al diavolo! Un passo di più e mi rovinavo con le mie stesse mani. Però quel bel mobile camminerebbe un po’ più in fretta se pensasse che gli posso correr dietro. Che abbia visto?”
In quel momento, mentre se ne stava chino in avanti, una goccia di sangue gli corse lungo la guancia.
“Tanto peggio per la valigia! Il dado l’aveva pur detto: non devo scendere qui.”
Chiuse la portiera e si rimise a sedere.
“Nella valigia non ci sono documenti, e la biancheria non è cifrata: che cosa rischio?... Non importa: m’imbarcherò il più presto possibile; sarà forse un po’ meno divertente, ma certo molto più saggio.”
Frattanto il treno ripartiva.
“Non rimpiango tanto la valigia… quanto il castoro, che avrei proprio voluto recuperare. Pazienza, non pensiamoci più.”
Empì di nuovo la pipa, l’accese, poi affondando la mano nella tasca interna dell’altra giacca ne tirò fuori tutt’in una volta una lettera d’Arnica, un libretto dell’agenzia Cook e una busta di carta di cattiva qualità, che aperse.
“Tre, quattro, cinque, sei biglietti da mille! Non interessano a una persona onesta.”
Rimise le banconote nella busta e la busta nella tasca della giacca.
Ma quando, un attimo più tardi, esaminò il libretto dell’agenzia Cook ebbe un capogiro. Sul primo foglio era scritto il nome di Julius de Baraglioul.
“Divento pazzo?” penso. “Che rapporto con Julius?... biglietto rubato?... no, impossibile. Biglietto prestato, senza dubbio. Ah! Diavolo! Forse ho fatto un guaio; questi vecchi sono meglio ammanigliati di quel che si creda… “
Poi, fremendo di curiosità, aperse la lettera di Arnica. Il fatto appariva troppo strano. Lafcadio stentava a concentrare l’attenzione, e non riuscì a stabilire chiaramente quale parentela o quali rapporti esistessero tra Julius e quel vecchio, ma almeno afferrò questo: che Julius era a Roma. La sua decisione fu subito presa: lo invase un desiderio irresistibile di rivedere il fratello, una sfrenata curiosità di assistere alle ripercussioni di quel fatto sulla sua mente calma e logica:
“E’ deciso! Questa sera dormo a Napoli; svincolo il baule, e domani torno a Roma col primo treno. Sarà certo molto meno saggio, ma forse un po’ più divertente.”

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