JORGE LUIS BORGES – “L’Aleph”

Il mese d’agosto decisi di consultare uno psichiatra. Non gli confidai tutta la mia ridicola storia; gli dissi che l’insonnia mi tormentava e che soleva perseguitarmi l’immagine d’un oggetto qualunque; al esempio quella d’un gettone o d’una moneta… Non molto tempo dopo, esumai in una libreria di via Sarmiento un esemplare di “Urkunden zur Geschichte der Zahirsage” (Breslau, 1899) di Julius Barlach.
In quel libro era dichiarato il mio male. Secondo il prologo, l’autore si propone di “riunire in un solo volume in ottavo maggiore tutti i documenti che si riferiscono alla superstizione dello Zahir, compresi quattro testi appartenenti all’archivio di Habicht e il manoscritto originale della relazione di Philip Meadows Taylor.” La credenza relativa allo Zahir è islamica e data, pare, dal secolo XVIII. (Barlach impugna i passi che Zotenberg attribuisce ad Abulfeda.) ‘Zahir’, in arabo, vuol dire notorio, visibile; in questo senso è uno dei novantanove nomi di Dio; la gente, in terra musulmana, lo usa per “gli esseri e le cose che hanno la terribile virtù d’essere indimenticabili e la cui immagine finisce per render folli gli uomini.” La prima testimonianza indubbia è quella del persiano Luft Alì Azur. Nelle diligenti pagine dell’enciclopedia biografica intitolata “Tempio del Fuoco”, quel monaco poligrafo ha narrato che in una scuola di Shiraz v’era un astrolabio di rame, “costruito in tal modo che chi lo guardava una volta non pensava più ad altro e così il re ordinò che lo gettassero nel profondo del mare, affinché gli uomini non obliassero l’universo.” Più ampia è la relazione di Meadows Taylor, il quale servì il ‘nizam’ di Haidarabad e scrisse il famoso romanzo “Confessions of a Thug”. Intorno al 1832, Taylor udì nei sobborghi di Bhuj l’insolita espressione “aver visto la Tigre” (‘Verily he has looked on the Tiger’), per significare la pazzia e la santità. Gli dissero che si alludeva, con quella locuzione, a una tigre magica, ch’era stata la perdizione di quanti l’avevano vista anche da lontano, perché tutti, da quel momento, avevano pensato incessantemente ad essa, fino alla fine dei loro giorni. Qualcuno disse che uno di quegli sventurati era fuggito a Mysore, e là aveva dipinto, in un palazzo, la figura della tigre. Alcuni anni dopo, Taylor visitò le carceri di quel regno; nel carcere di Nittur, il governatore gli mostrò una cella, dove sul pavimento, sui muri e sul soffitto un fachiro musulmano aveva disegnato (in rozzi colori che il tempo, invece di cancellare, affinava) una specie di tigre infinita. Quella tigre era fatta di molte tigri, in modo vertiginoso; l’attraversavano tigri, era tagliata da tigri, comprendeva mari, Himalaya ed eserciti che parevano rivelare altre tigri. Il pittore era morto molti anni prima, in quella stessa cella; veniva da Sind o forse da Guzerat, e il suo proposito iniziale era stato quello di tracciare un mappamondo. Di tale proposito restavano vestigia nella mostruosa immagine. Tayler narrò la storia a Mohammed Al-Yemenì, di Fort William; questi gli disse che non c’era creatura al mondo che non tendesse ad essere Zaheer, ma il Misericordioso non permette che due cose al tempo stesso lo siano, giacché una sola può affascinare moltitudini. Disse che c’è sempre uno Zahir e che nell’Età dell’Ignoranza fu l’idolo che si chiamò Yaùq e poi un profeta del Jorasàn, che usava un velo ricamato di perle o una maschera d’oro. Disse anche che Dio è inscrutabile.
Lessi più volte la monografia di Barlach. Non sono in grado di decifrare i miei sentimenti di allora; ma ricordo la mia disperazione quando compresi che nulla ormai m’avrebbe salvato, l’intimo sollievo nel sapere che non ero colpevole della mia disgrazia, l’invidia che destarono in me gli uomini il cui Zahir non era stato una moneta ma un pezzo di marmo o una tigre. Quale facile impresa non pensare a una tigre, riflettei. Ricordo anche l’inquietudine singolare con cui lessi questo paragrafo: “Un commentatore del ‘Gulshan i Raz’ dice che chi ha visto lo Zahir presto vedrà la Rosa e cita un verso interpolato nell’’Asrar Nama’ (Libro di cose che si ignorano) di Attar: lo Zahir è l’ombra della Rosa e lo squarcio del Velo.”
La notte che avevamo vegliato Teodelina, m’aveva sorpreso non vedere tra i presenti la signora di Abascal, sua sorella minore. In ottobre, una sua amica mi disse:
“Povera Giulietta, era divenuta stranissima e hanno dovuto rinchiuderla al Bosch. Come le stancherà, le infermiere che la imboccano… Continua con quella fissazione della moneta, come l’autista di Morena Sackmann.”
Il tempo, che attenua i ricordi, rafforza quello dello Zahir. Prima, mi raffiguravo il dritto e poi il rovescio; ora, li vedo simultaneamente. Ciò non avviene come se lo Zahir fosse di vetro, poiché una faccia non si sovrappone all’altra; avviene, piuttosto, come se la visione fosse sferica e lo Zahir stesse nel centro. Ciò che non è lo Zahir mi giunge soffocato e come lontano: la sdegnosa immagine di Teodelina, il dolore fisico. Disse Tennyson che se potessimo comprendere un solo fiore sapremmo chi siamo e cos’è il mondo. Forse volle dire che non c’è fatto, per umile che sia, che non racchiuda la storia universale e la sua infinita concatenazione di effetti e di cause. Forse volle dire che il mondo visibile è intero in ogni rappresentazione, così come la volontà, secondo Schopenhauer, è intera in ogni individuo. I cabalisti affermarono che l’uomo è un microcosmo, un simbolico specchio dell’universo; secondo Tennyson, tutto lo sarebbe. Tutto, anche l’intollerabile Zahir.
Prima del 1948, il destino di Giulia m’avrà raggiunto. Dovranno alimentarmi e vestirmi, non saprò se è sera o mattina, non saprò chi fu Borges. Chiamare terribile un tale futuro è un errore, giacché nessuna delle sue circostanze mi toccherà. Tanto varrebbe sostenere che è terribile il dolore di chi, sotto anestesia, ha aperto il cranio. Non percepirò più l’universo, percepirò lo Zahir. Secondo la dottrina idealista, i verbi ‘vivere’ e ‘sognare’ sono rigorosamente sinonimi; di migliaia di apparenze, me ne rimarrà una; da un sogno molto complesso, passerò a uno molto semplice. Altri sogneranno che sono pazzo; io, lo Zahir. Quando tutti gli uomini della terra penseranno, giorno e notte, allo Zahir, quale sarà il sogno e quale la realtà, la terra o lo Zahir?
Nelle ore deserte della notte ancora posso camminare per le strade. L’alba suole sorprendermi su una panchina di piazza Garay, mentre penso (mentre cerco di pensare) a quel passo dell’’Asrar Nama’, dove si dice che lo Zahir è l’ombra della Rosa e lo squarcio del Velo. Metto questa definizione in rapporto a questa notizia; per perdersi in Dio, i sufisti ripetono il loro nome e i novantanove nomi divini finché questi non vogliono dire più nulla. Io desidero percorrere tale via. Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio.

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