IL RINASCIMENTO FU RINASCITA ANCHE PER IL SESSO

La rivoluzione intellettuale compiutasi in Italia e nell'Europa
occidentale che va sotto il nome di Rinascimento, significò una
profonda riscossa rispetto a secoli e secoli di torpore fatalistico in
attesa dell'aldilà.
Siamo nel quindicesimo e sedicesimo secolo e il risveglio artistico e
culturale partito da Firenze divampa con la forza di un fuoco
liberatore. E' come se lo sguardo umano si riaprisse sulla bellezza
della vita e della natura.
Il sesso, che il cristianesimo aveva voluto cancellare, riprende a
poco a poco il proprio spazio naturale. Il "Decameron" di Boccaccio,
che la chiesa pur volendolo non aveva osato censurare, rimetteva in
primo piano la vita vera e il corpo umano. Dice Boccaccio: "La natura,
che non crea niente senza scopo, ci ha dato queste parti nobili perché
noi se ne faccia buon uso e non le si trascuri".
Giulio Romano, l'allievo prediletto di Raffaello, sembra raccogliere
l'esortazione di Boccaccio e coraggiosamente la porta alle estreme
conseguenze. Con un geniale senso per le forme del corpo umano disegna
sedici posizioni dell'accoppiamento sessuale e con l'aiuto di
Marcantonio Raimondi ne fa delle incisioni.
La penna mordente dell'Aretino le illustra e le commenta. Lo stesso
Aretino, in una lettera a Battista Zotti, cerca di dissimularsi la
gravità delle conseguenze che ne avrà, insieme a Romano e a Raimondi.
"Non si devono nascondere quegli organi che hanno generato tante belle
creature, donne e bambini, con un brandello di seta. Sarebbe meglio
nascondere le mani che giocano il nostro denaro, fan falsi giuramenti,
prestano denaro a interesse da usurai, torturano l'asino, feriscono ed
uccidono".
Tali parole non servirono certo a frenare l'ira del papa Clemente VII,
che ordinò la distruzione dell'opera oscena e la cattura dei tre
furfanti, che prontamente fuggirono da Roma. Solo Raimondi fu preso e
gettato in una prigione.
In esilio a Venezia, Pietro Aretino pubblica i "Ragionamenti".
L'Aretino era davvero uno spirito moderno dotato di scetticismo e
ironia, e anche di un grande cinismo ed opportunismo. Nella Roma in
cui aveva cercato di accreditarsi negli ambienti dei potenti, lo si
poteva trovare un giorno in Vaticano e il giorno dopo nei quartieri
frequentati dalle prostitute.
Girovagando per l'Italia frequentò i palazzi di Venezia e le taverne
di Perugia: era perfettamente a suo agio sia nei saloni dei nobili sia
nei bassifondi.
Letterato geniale, alla fine della sua esistenza si era fatto una
solida fama europea di poeta licenzioso, di cortigiano brillante e di
inguaribile donnaiolo. Nella "Cortigiana" fornì un preciso ritratto
della Roma papale, con il suo pullulante mondo di aspiranti
cortigiani, signorotti vanesi, servi infidi, losche mezzane, mariti
cornuti e mogli adultere.
Avendo scelto il registro della commedia, riusciva sempre a far
sorridere anche dove non c'era tanto da ridere. Era mordace con tutti i
ceti, con i potenti e con la gente di bassa estrazione. Non perdonava
il ridicolo a nessuno.
Con un sesto senso per le cose del sesso, nei "Ragionamenti" raggiunse
una grande libertà di linguaggio nel descrivere minuziosamente la vita
erotica delle monache, delle maritate e delle puttane.
Sebbene spregiudicato, Pietro Aretino mostra sempre una grande onestà
intellettuale, che lo avvicina molto alla mentalità contemporanea.
Egli è un vero psicologo ante-litteram, che sa sempre cogliere la vera
indole dell'essere umano.
Di se stesso dice: "Da quando ho un tetto sotto cui stare, mi pare che
ogni sera il mio letto lanci un appello verso un corpo di donna".
Egli coglie la vera natura dell'erotismo. Dice: "Come è vicino il
delitto al piacere dei sensi! Basta che Lucia mi parli del suo
assassinio e io mi eccito come se il mio sangue si tramutasse in vino
potente".
Del matrimonio vede tutti gli aspetti punitivi: "L'inferno si vendica
della redenzione facendo della coabitazione legale un deserto di noia".
Non per questo simpatizza con le donne adultere e spiritosamente
osserva: "Chi pianta corna non raccoglie olive".
In più d'una occasione mostra di avere una propensione per le monache,
che colloca ai livelli alti del potere eccitatorio.
Una monaca che era stata a letto con lui, rosa dal rimorso, si fa in
seguito flagellare da una certa Anna. L'Aretino si identifica con
quest'ultima e causticamente commenta: "Che strana catena: la notte
dell'Aretino, il castigo della monaca, il piacere di Anna".
I contenuti libertini del pensiero dell'Aretino si stemperano in una
indubbia saggezza: "L'amore non è null'altro che una febbre che
travaglia la bestia umana. Tutti gli uomini diventano buffoni nelle
mani di questo tradimento perpetuo che si chiama donna".
Un altra prova della saggezza di Pietro Aretino la evinciamo da un
passo di una lettera che egli inviò a Francesco I dopo la disfatta di
Pavia: "Ogni vittoria è la rovina di chi la conquista e la salvezza di
colui che perde, poiché, accecato dall'insolenza del suo orgoglio, il
vincitore dimentica Dio e non si ricorda più che di se stesso, mentre
il vinto, ridotto all'umiltà, dimentica se stesso per non ricordarsi
altro che di Dio".
Soltanto per questa frase, pervasa da tanti sottintesi, l'Aretino
meriterebbe di essere collocato tra i Grandi!

L'opera di Giulio Romano è ricca di tanta bellezza, non ultima quella
di voler restituire al corpo umano il ruolo estetico che gli compete.
Il Rinascimento segna la rivalutazione del nudo ed afferma una forte gioia
di vivere, ma si ferma alle soglie della rappresentazione dell'atto
sessuale, di volta in volta espresso dagli elementi mitologici del
Serpente, del Cigno o del Toro.
Romano ha tra l'altro il merito di aver tentato di varcare
quell'invalicabile confine.
Un altro superamento dell'interdetto aveva consentito allo studio
dell'anatomia umana enormi progressi. La dissezione dei cadaveri
(ferocemente avversata dalla chiesa) consentiva finalmente di vedere
cosa c'era sotto la pelle.
I quaderni d'anatomia di Leonardo da Vinci svelano i misteri della
struttura del corpo di cui si avvarrà grandemente da una parte
l'arte, e dall'altra la scienza medica.
Dall'unione di questi due capisaldi, arte e medicina, nasce la
chirurgia estetica. Gaspare Tagliacozzi, nella sua "De curtorum
chirurgia" del 1597, delinea i principi dell'innesto epidermico;
Agnolo Firenzuola, oltre ad aver tradotto "L'asino d'oro" di Apuleio,
scrive un vero e proprio manuale delle cure estetiche, "Della bellezza
delle donne", in cui sottolinea l'importanza del trucco quale
correttore della natura.
La moda comincia ad avere un importante ruolo sociale in quanto esalta
la bellezza e l'erotismo femminile.
Da Venezia partì la moda di liberare i seni, nudi e truccati al pari
del viso: era il celebre "espoitrinement", che si estese rapidamente
nelle capitali europee.
Il recupero di un paganesimo delle forme fu essenziale per ridare alla
donna un ruolo precipuo nelle dinamiche della gioia di vivere, e
l'amor cortese si affermò come modello dominante nelle relazioni tra i
sessi.
La figura della Laura di Petrarca, della Beatrice di Dante o della
Vittoria Colonna di Michelangelo (suo devoto amico) affermarono il
prototipo di una nuova sensibilità.
Il genio shakespeariano rilancia la pervasività della tragedia
dell'amore ostacolato di Giulietta e Romeo. Riprende vigore il fascino
delle storie d'amore, come quella di Tristano e Isotta.
L'argomento "amore" occupa sempre più spazio nelle opere letterarie,
dal "Roman de la Rose" all'"Astrée", per arrivare al primo vero
romanzo moderno, "La Princesse de Clèves" di Madame de La Fayette
pubblicato nel 1678.
Finalmente l'amore occupa il posto che gli compete. I figli bastardi
chiamati "figli dell'amore", recuperano dignità rispetto alle epoche
precedenti. Del resto si tratta di una categoria che annovera figure
di massimo rilievo: dopo Boccaccio: Leonardo da Vinci, Giorgione,
l'Aretino, i Borgia.
Il nuovo status della "ragazza madre" promuove una sorta di
matriarcato in cui ai padri è consentito di legittimare o meno la
prole a proprio capriccio.
Per la donna è l'affermarsi del diritto all'amore e alla bellezza,
quale soltanto i greci avevano conosciuto duemila anni prima. E' il
primo passo del lungo cammino verso la parità dei sessi.
Il rispetto della donna lo si comprende dalla considerazione che
l'uomo del Rinascimento aveva per la cortigiana, condizione voluta ed
accettata liberamente, che, come per le antiche etere, significava
cultura, padronanza di sé e sottigliezza di spirito.
Alte vette raggiunse Tullia d'Aragona che tra le tante qualità, ebbe
quella di scrivere il saggio "Dialogo de l'infinità d'amore"; Veronica
Franco fu poetessa raffinata amica di Tintoretto, Enrico III e
Domenico Venier. Donne come Margherita Emiliani, Cornelia Griffo e
Bianca Saraton diedero lustro alla loro epoca e portarono in loro la
preziosa impronta degli uomini che le hanno amate.

Soltanto la civiltà cristiana non ha accordato rispetto alla
cortigiana, bollandola con la stessa abiezione riservata alle comuni
prostitute.
Alle etere greche allude Demostene che dice: "Bisogna aver tre tipi di
donne: le 'etere' per la voluttà dell'anima, le 'palacche' per la
distrazione dei sensi, le 'matrone' perché ci diano dei figli della
nostra razza e perché ci tengano in ordine la casa".
Ad Atene, a Corinto e a Coo sia cortigiane che prostitute erano
tassate allo stesso modo del vino, del legno, dell'orzo e degli affitti.
Analoga tassa fu introdotta da Caligola a Roma dove la prostituzione,
in origine sacra, era divenuta profana, ma dove la distinzione tra
donne "oneste" e donne "galanti" era praticamente scomparsa.
Nell'antica Grecia le cortigiane avevano una chiara funzione sociale.
A Corinto, una di esse, Ermanossa, ha scritto un trattato, giunto fino
a noi, su come orientare verso il divino la voluttà dell'amore fisico.
Le "geishe" giapponesi sono l'equivalente più raffinato delle etere
greche. Per raggiungere tale status l'iniziazione era lunga e
difficile. E' il motivo per cui l'educazione a questo scopo iniziava
fin dalla prima infanzia.
La geisha deve saper cantare, ballare, suonare, partecipare a feste e
cerimonie, preparare il tè, vestirsi in modo distinto, disporre con
arte i fiori nei vasi. Esse suonano uno strumento musicale chiamato
"shamisen"; recitano poesie sottili, fragili e delicate. Si incarnava
così la realtà della congiunzione tra la finezza di spirito e
l'erotismo, proprio tutto l'opposto della brutalità di cui la civiltà
cristiana diede prova fin dalle origini.
Fu l'ex cortigiana Teodora, che aveva sposato a Bisanzio l'imperatore
Giustiniano, che prese a perseguitare ferocemente le sue compagne di un tempo.
Immemori dell'indulgenza di Gesù per Maria Maddalena, nel medioevo, ad
ogni epidemia di peste o in occasione di carestie o di grandi sventure
collettive, si scatenava la rabbia verso le prostitute che venivano
uccise o bandite, per placare la collera celeste.
Gira gira, da inguaribile misogino, Dio, da Eva in poi, andava in
collera sempre per colpa delle donne, che per questo a cadenze
periodiche incorrevano in persecuzioni.
Sulle prostitute ogni buon devoto esercitava la propria aggressività.
A Roma, al tempo di Paolo IV, i giovani nobili usavano incendiare le
case chiuse in cui in precedenza avevano fatto i loro comodi.
A Tolosa, le prostitute che osavano mettere piede in un convento
venivano immediatamente impiccate. A Beaucaire ogni anno si
organizzava una simpatica festa in cui in un ippodromo si facevano
correre le donne nude fino allo stremo delle forze (quando si dice la
carità cristiana). A Mantova se una ragazza di vita toccava un
qualsiasi oggetto in una bancarella di mercato, la si costringeva ad
acquistarlo a causa dell'impurità che gli aveva trasmesso.
Un po' dovunque, la prostituta che si muoveva nei contesti sociali era
costretta ad appendersi al collo una campanella come fosse una lebbrosa.
Nonostante tutte le persecuzioni, però, la civiltà cristiana non seppe fare
a meno delle prostitute.
I crociati si portarono al seguito oltre tredicimila cortigiane e a
Bruges, il dittatore Guillaume de Juliers le incluse nel suo seguito
più intimo.
La chiesa, che ha sempre cercato di mettere la croce su ogni cosa, le
obbligava ad abitare nelle vicinanze dei luoghi di culto in modo da
poter assistere frequentemente alle funzioni religiose.
Ci fu un periodo in cui i superiori e le superiori dei conventi più
ricchi, diventarono proprietari e controllori di bordelli e per darsi
una legittimazione fondarono le "case delle Maddalene" per la
redenzione delle peccatrici pentite (in genere a causa dell'età).
Durante il Rinascimento la situazione, perlomeno in Italia, mutò considerevolmente. Abbiamo già accennato ad alcune cortigiane che assursero a un rango sociale brillante. Nonostante tali esempi il Rinascimento con il suo fruttuoso spirito di recupero della classicità greca e romana, non riuscì a sovvertire il puritanesimo cristiano.
In tal modo la dicotomia perversa e dissociata di comportamenti prevalenti e censure moralistiche, si è perpetuata fin quasi ai nostri giorni.
Schopenhauer mostra l'incompletezza della signora occidentale, senza il "pendant" della prostituta.
A tutt'oggi non si riesce a sottrarsi del tutto dalla confusione che ci fa rimbalzare tra l'immagine della donna-angelo e quella della donna-puttana.

Nel Rinascimento l'amore ideale o carnale che sia, assurge a una dimensione più alta da come secoli di bieco moralismo l'aveva ridotto. La passione comincia ad essere un dilemma pieno di fascino. Il vigore della profferta virile e la tenera e docile risposta femminile, finalmente suscitano tutta l'attenzione che meritano.
A poco a poco si affermerà la mentalità dell'anti-Tristano, ossia quella libertina e libera di Don Giovanni. Quando comincia ad allentarsi il tirannico controllo sulle coscienze operato dalla religione, finalmente comincia ad affermarsi la ricerca di nuovi spazi di libertà, sia nella scienza che nell'arte.
Anche il linguaggio e il costume si arricchiscono di nuove possibilità e la monotonia da giaculatoria del moralismo allenta la sua cappa opprimente.
Tutto questo concorre a dare il primato all'individuo, che comincia a poco a poco ad essere il vero gestore della propria coscienza.
La fame di libertà spinge al sovvertimento di antichi apparati. Finalmente la vita dell'uomo comincia a collocarsi sul terreno adatto per la sua estrinsecazione, come successivamente disse Nietzsche: "Al di là del bene e del male".
Lo spirito del Rinascimento promuove una profonda anarchia che non è distruttiva, ma spinge verso la ricerca di equilibri nuovi.
L'arte con la sua forza espressiva rosicchia il terreno su cui è abbarbicata la sclerotica morale.
Nicolò Machiavelli è il profeta dell'uomo nuovo, dell'uomo tipico del Rinascimento: un condottiero, un uomo d'armi o signore.
Basterebbe citare Sigismondo Malatesta che con il suo individualismo e la sua anarchia afferma il superamento di tutte le leggi, divine e umane. Anche Bartolomeo Colleoni e Galeazzo Maria Sforza sono importanti esempi in questo senso.
Un altro celebre condottiero, Werner von Usslingen, porta inciso sulla sua armatura: "Nemico di Dio, della Pietà e della Misericordia".
Sono gli uomini di tal genere, con la loro personalità esclusivamente centrata su loro stessi e con sentimenti feroci sì ma non ambigui, che possono rompere il cortocircuito trascendente e moralistico destinato a svuotare di significato l'esistenza dell'uomo.
La violenza che ha espresso il medioevo aveva il marchio di un'ossessiva insoddisfazione, che aveva bisogno di elevate ragioni per giustificare se stessa.
La violenza del Rinascimento, al contrario, non cerca affatto delle giustificazioni e l'uomo non si vergogna di essere quello che è. La volontà di potenza, così lucidamente rappresentata da Machiavelli, abolisce il senso di colpa con tutte le ricadute sul piano ideologico che ne consegue.
Naturalmente, come in ogni passaggio critico, si creano problemi nuovi che mettono a dura prova le mentalità precedenti.
I condottieri introducono il devastante fenomeno dei soldati di ventura, votati al saccheggio e alle violenze di ogni genere. Le guerre assicurano loro l'impunità e gli eccessi non trovano alcun freno.
E' così che l'aristocrazia della spada, del sangue e della lussuria sprofonda in un'inarrestabile decadenza.
Quello che era il motto: "Honestà e terribilità", da momento di affermazione della volontà e dell'onore, scivola verso la confusione e la decadenza.
La rivolta rinascimentale contro le regole tradizionali suscita inevitabilmente correnti contrarie: il cristianesimo conosce con la Riforma la più profonda frattura della sua storia.
Se Alessandro VI aveva auspicato un papa ereditario, Lutero sovverte ogni regola sposando una ex suora e dando l'assenso al matrimonio poligamo di Filippo d'Assia.
Calvino, cui la moglie era morta prematuramente, va all'eccesso opposto e propugna il celibato a ogni costo. Questo mentre la Dieta francese, per far fronte alle perdite umane della guerra dei trent'anni, legittima la poligamia. Erasmo da Rotterdam definisce la Riforma come "una seconda guerra di Troia, ingaggiata per le donne".
Davvero tutto quello che succede nell'ambito del potere che ruota intorno al cristianesimo è all'insegna della donna (negata) e del sesso (negato).
Intanto fa la sua sontuosa comparsa sulla scena, sua eccellenza il "Treponema pallidum" dell'illustre famiglia delle Spirochete.
Mentre la chiesa cattolica, con il concilio di Trento, cerca di organizzare la controriforma, Enrico VIII, preso da frenesia di divorzio, organizza un ulteriore colpo per Roma, lo scisma della chiesa anglicana.
A dispetto di pochi spiriti che hanno saputo cogliere l'autentico significato del Rinascimento, della Riforma e della Controriforma, la confusione e il disordine irrazionale sono assai diffusi. Soprattutto in campo sessuale, la tirannia moralistica di secoli ha prodotto un delirio erotico pervasivo a tutti i livelli.
Emblematica la corruzione di Roma che riguarda soprattutto i comportamenti quotidiani del clero e delle alte gerarchie. Omosessualità e bestialità più che mai debordano, soprattutto a causa dei disordini sociali provocati dalle guerre. Se i crociati conducevano con sé tredicimila prostitute, successivamente si è toccato il fondo con i soldati italiani del sedicesimo secolo, sotto la guida del duca di Nemours, all'assedio di Lione, che portavano al seguito un gregge di ben duemila capre, con la funzione di "petites-amies", coperte di gualdrappe di velluto verde con i galloni d'oro.
Gli argini che il concilio di Trento tenta di porre sono una cura che ben presto si rivelerà peggiore del male: nuove ondate di vuoto moralismo.
Si riafferma l'indissolubilità del matrimonio sottolineandone la natura sacramentale.
Il voto di castità dei monaci reso tassativo produce solo un aumento della dissimulazione e dell'ipocrisia.
Nell'arte si dichiara la guerra al nudo sotto qualunque forma: così si rinverdisce una sempreverde ossessione religiosa.
Il lavoro di Michelangelo alla Cappella Sistina è accompagnato dai fulmini censori ecclesiastici, ma per fortuna il papa Paolo III fa sì che il lavoro del "Giudizio Universale" possa procedere essendo stato iniziato già da diversi anni. Ma il successore, Giulio III, che riaprì il concilio di Trento, era determinato a distruggere gli affreschi. A lui uno stizzito Buonarroti mandò a dire: "Cambi pure il mondo secondo i suoi desideri, io poi glielo dipingerò tale e quale".
Fu allora che per fortuna prevalse l'idea del compromesso: chiamare Daniele da Volterra, che per i ritocchi che operò si guadagnò sul campo il nomignolo di "Braghettone".
Non sempre andò così bene per le opere d'arte e per lo stesso Michelangelo. Una sua opera, "Leda e il cigno", donata a Francesco I dal duca di Ferrara, fu ritenuta scandalosa dai bigotti e in un primo tempo sottratta alla vista di tutti. Successivamente il quadro fu bruciato da un ministro di Luigi XIII, a cui spetterebbe, al pari di ogni moralista che si rispetti, il massimo premio per la stupidità.

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